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Mario Zaniboni. Le pietre di Jelling.

Le pietre di Jelling (in danese Jellingstenene o anche in inglese Jelling Mounds, cioè Cumuli gelatinosi, chissà il perché) sono due ammassi rocciosi vichinghi in gneiss o granito (basterebbe un’analisi petrografica per stabilirlo, qualora fosse consentito effettuarla, se si ottenesse il permesso per farla, data la gelosia con la quale esse sono protette dalle autorità danesi), che sono stati inseriti, insieme con la chiesa ed i tumuli sepolcrali dei dintorni, nella lista del Patrimonio dell’Umanità (UNESCO) nel 1994. E, per proteggerle dal degrado che continuava ad agire dopo un migliaio di anni soggette all’usura ed agli agenti atmosferici, nel 2011 sono state ricoperte da vetro e lamine in bronzo.
Sono state rinvenute nei dintorni della piccola città danese di Jelling, facente parte del comune di Vejle, sito nella regione dello Jutland; tale sito si trova al numero 1 della Thyrasvej, la strada che porta al villaggio di Jelling. Si tratta di pietre risalenti al X secolo.

La prima, che è la più piccola, è alta 1,85 metri, larga 1,07 e spessa 50 centimetri, fu realizzata per ordine del re Gorm il Vecchio, detto pure il Sonnolento, che nacque verso la fine del X secolo e regnò sulla Danimarca per una quarantina di anni, dopo la morte del padre Hartacnut. La dedicò alla consorte Thyra, forse figlia del re d’Inghilterra Aethelred. Non è dato sapere da dove la pietra provenisse; essa fu notata di fianco alla porta della chiesa, dove veniva usata come panca. La traduzione in italiano dello scritto in danese antico, che fino ad oggi è il primo rinvenuto che sia stato redatto da un re danese, recita quanto segue: “Re Gorm fece questo monumento in onore della sua moglie Thyra, orgoglio di Danimarca”. E, invero, egli la ritenne “orgoglio della Danimarca”, perché, come è ricordato nello scritto, lei si premurò di tutelare i Danesi portando al suo completamento il muro che proteggeva il regno dai tentativi di espansione dei Sassoni meridionali. Inoltre, fu fatta realizzare una palizzata di protezione circolare di 1,4 chilometri di circonferenza a protezione del sito. Lo studio di ciò che resta della stessa fa concludere che ci fosse una sola entrata, abbastanza stretta, situata verso il settentrione; però, pur non essendo stata individuata nessuna traccia, c’è da presumere che ce ne fosse almeno un’altra, più grande, aperta sul lato opposto. Su questa è inciso il testo più antico di un re danese nel quale, per la prima volta, compare il nome Danimarca; è un documento ufficiale scritto fra il 960 e il 985 d.C. Pertanto, questa pietra è un importante simbolo. Alla morte di Thyra, la sua salma fu sepolta in uno dei due grandi tumuli funerari.
Dello scritto, in danese antico, si parlò per la prima volta nel 1584, richiamato in un disegno di Rantzau, inserito in un testo di Caspar Markdanner, uno scudiero danese che fece sistemare la pietra; poi, ne parlò Ole Worm nel 1586.

La pietra più grande è alta 2,43 metri ed è, grosso modo, un prisma con la sezione a forma di un triangolo scaleno irregolare: una delle facce, larga 2,90 metri, porta solo incisioni runiche; su un’altra, di metri 1,62, è l’immagine di un leone avvolto dalle spire di un serpente; infine, sulla terza, larga metri 1,68, è rappresentato Cristo in croce, una delle prime immagini di quel genere comparse in Scandinavia. La pietra fu commissionata dal re Harald Bluetooth, figlio di Gorm e Thyra, per commemorare i suoi genitori, l’unione della Danimarca e della Norvegia in uno stato unico e la conversione sua e del suo popolo dal paganesimo norreno al cristianesimo. E pure di questa pietra si venne a conoscenza nel 1586.

Le pietre fanno da cornice alla chiesa bianca di Jelling ed ai due cumuli sepolcrali che le sono accanto, ammassati un migliaio di anni fa dai re vichinghi Gorn e Harald, alti una decina di metri o poco più e con un diametro di circa 70 metri. Essi sono pressoché identici per dimensioni, forma e modalità costruttive: sono formati da strati di zolle d’erba, sovrapposte con la faccia erbosa rivolta verso il basso. E fra i due cumuli furono messe le due pietre, mentre l’antica chiesa in legno fu sostituita da una in muratura.
E’ stata formulata l’ipotesi che i tumuli fossero il cimitero per i Vichinghi, ma forse non è così, perché, malgrado le serie di scavi effettuati, non è stata individuata nemmeno una tomba; anzi no, una tomba, una sola, è stata trovata e conteneva preziosi reperti fra i quali faceva bella mostra di sé la preziosa “coppetta di Jelling”, che si è dimostrata molto importante ed è conservata presso l’annesso museo denominato “Casa dei Vichinghi”, esposto all’ammirazione dei visitatori.
I tumuli sono praticamente il simbolo della nascita del regno di Danimarca e dell’avvento della cristianizzazione del suo popolo. A parte il loro inserimento nell’UNESCO nel 1994, essi sono ritenuti tanto importanti da riportare la raffigurazione sui passaporti danesi delle pietre, dei tumuli e del sito archeologico. Del resto, esse spesso sono ritenute il Danmarks dåbsattest (Certificato di battesimo della Danimarca), come fu definito dallo storico d’arte Rudolph Braby-Johansen negli anni ’30 del XX secolo, giacché esse rappresentano l’unificazione del regno sotto un solo sovrano e la conversione dei Danesi dal paganesimo norreno al cristianesimo.
Dopo un migliaio di anni di esposizione agli agenti atmosferici, nelle pietre sono state evidenziate crepe, per cui, dopo un attento esame effettuato da esperti dell’UNESCO il 15 novembre 2008, si decise di portarle al coperto per proteggerle da ulteriori danneggiamenti e dove sarebbero potute essere ammirate dai visitatori. Nel mese di febbraio 2011, si è scoperto che le pietre erano state imbrattate con la scritta GELVANE su entrambi i lati in vernice verde insieme con graffiti dello stesso colore; per di più, lo stesso trattamento toccò ad una lapide e alla porta della chiesa. Dopo infruttuose ricerche, alla fine si individuò il colpevole del malfatto, un quindicenne affetto dalla sindrome di Asperger (un disturbo dello spettro autistico), e si comprese che la parola non aveva nessun significato. Comunque, e meno male, la vernice non si era ancora indurita, per cui fu possibile eliminarla del tutto.
Ma poi fu stabilito dall’Agenzia del Patrimonio Danese di lasciare le pietre dove si trovavano, sotto la protezione del Museum Act, con la ferma intenzione di vietare qualsiasi attività che possa danneggiare o creare problemi agli importanti monumenti; e ciò fissando un’area del diametro di un centinaio di metri da tenere libera attorno a loro. E, nello stesso tempo, fu emanato un concorso in merito alle modalità da seguire per proteggere sia le pietre sia i tumuli. I progetti presentati furono addirittura 157 e chi vinse fu la Nobel Architets, che propose una struttura in vetro e bronzo atta a proteggerle dalle intemperie, dall’umidità, dalle elevate temperature e dall’usura, lavoro che fu portato a termine nello stesso 2011.
Le pietre sono situate vicino alla chiesa di Jelling e sono accessibili al pubblico. Il sito è un’importante attrazione turistica ed un luogo di interesse storico per chi desidera conoscere la storia vichinga e l’evoluzione della Danimarca.
In sintesi, le pietre di Jelling non solo rappresentano un’importante testimonianza storica, ma sono anche un simbolo della cultura danese e della sua evoluzione nel corso dei secoli.
In definitiva, ribadendo quanto di estrema importanza è stato anticipato più sopra, queste pietre che, in quanto a forma non sono un granché, rappresentano l’evoluzione della storia vichinga in seno alla Danimarca e alla Norvegia, facendole diventare un sito di interesse storico e di attrazione culturale per il turismo, il tutto basato sulla nascita di quello Stato, diventato unico, e sulla conversione del popolo danese dal paganesimo norreno al cristianesimo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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