LUXOR – Raddoppiano i colossi di Memnone

Pubblicato il : 11 Gennaio 2003

A Luxor in Egitto le due monumentali statue del faraone Amenofi III, note come i colossi di Memnone, sarebbero invece quattro secondo gli scavi egiziani ed europei nell’area retrostante.

I colossi di Memnone non sono più soli. Negli ultimi anni le due statue che, con i loro diciannove metri (di cui due e trenta soltanto base) sembrano accogliere i turisti che ogni giorno visitano a centinaia i monumenti sulla riva ovest di Luxor, hanno visto fervere intorno a loro un’intesa attività archeologica. I lavori, condotti da ricercatori e restauratori egiziani ed europei, hanno dapprima interessato l’area più centrale delle sparute rovine che segnano il luogo dove un tempo sorgeva il tempio funerario di Amenofi III (1387-1350 a.C) per poi concentrarsi nell’area retrostante le due sculture.

Il tempio funerario di Amenofi III si estendeva per oltre cinquecento metri verso ovest, proprio a partire dalle due statue colossali del sovrano seduto che, in origine, fiancheggiavano l’ingresso monumentale. La storia dell’immenso edificio è piena di fascino. Costruito dal sovrano per glorificare la propria eterna gloria in un momento in cui l’Egitto era al suo massimo splendore, fu utilizzato già dai suoi immediati successori come cava di pietre pronte all’uso.

Furono risparmiate poche strutture e le coltivazioni ripresero possesso di quei luoghi che avevano visto ergersi sale ipostile, cortili e ambienti dalle mura interamente decorate con finissimi rilievi dai colori sgargianti. Restarono le effigi colossali del sovrano, i due muti giganti seduti con i loro sguardi persi verso il sole del mattino. Il tempo fece il suo lavoro e i colossi si rovinarono: i visi persero completamente i lineamenti e la dura quarzite in cui erano stati cavati prese a screpolarsi. Quando la civiltà faraonica era ormai al tramonto, il colosso settentrionale cominciò a emettere un sommesso grido al sorgere del sole. Si trattava di un fenomeno naturale: l’umidità che si depositava nel corso della notte evaporava subitaneamente all’alba e, attraversando le fessure, provocava un suono simile a un lamento. Questo fu interpretato dai greci, che avevano preso ormai a visitare sempre più numerosi la Valle del Nilo, come il grido disperato che ogni giorno Memnone elevava alla propria madre. Secondo la tradizione Memnone era un principe etiope, figlio dell’Aurora, andato a combattere contro i greci nella guerra di Troia. Come tanti altri valorosi eroi era morto per mano del Pelide Achille. Molti furono i greci e i romani che si spinsero fino a Luxor soltanto per ascoltare il grido di dolore innalzato verso il cielo rosato del mattino da quello che ormai era a tutti noto come “il colosso di Memnone”.

Tra i più celebri viaggiatori che hanno lasciato traccia del loro passaggio incidendo il proprio nome o un brave pensiero oppure un epigramma sulla base e sulle gambe della statua settentrionale, vi sono anche l’imperatore Adriano e il suo amato Antinoo. Un altro imperatore, Settimio Severo (193-211), per ingraziarsi Memnone, decise di restaurare la sua imponente effigie, provocando la cessazione del fenomeno naturale e facendo restare per sempre muto il colosso. L’identificazione della statua con Memnone e la sua fama si mantennero però inalterate nei secoli e si dovette attendere la decifrazione dei geroglifici per attribuire nuovamente ad Amenofi III i due colossi.

Recentemente, grazie ai generosi finanziamenti di un mecenate, una nuova serie di restauri è stata condotta su entrambi i colossi. Stavolta ci si è limitati a rimuovere la patina di sporco che si era depositata con il passare del tempo e, così, il rosso intenso e quasi sanguigno della quarzite è tornato nuovamente alla luce. La missione archeologica egiziano-europea, guidata da Rainer Stadelmann e Hourig Sourouzian, è passata poi a indagare l’area retrostante alle due statue che, all’apparenza, si presentava come una distesa incolta e a tratti acquitrinosa. Si può quindi immaginare la loro sorpresa quando, scavando intorno a quello che sembrava un informe blocco di pietra, si sono resi conto che si trattava di un terzo colosso del sovrano. Le sorprese non erano però finite qui: a non molta distanza da questo, ne è stato riportato alla luce un altro e infine quella che, secondo le prime valutazioni, appare essere la statua di una regina (si tratta di un’effigie di Teye, la celebre sposa di Amenofi III, ritratta anche accanto alle gambe del colosso meridionale?). La notizia è stata diffusa da non molto senza aggiungere troppi altri particolari. Si vocifera che, in futuro, le statue recentemente ritrovate potrebbero essere nuovamente innalzate. Se ciò fosse vero, sarebbe lecito chiedersi se i due colossi, che per secoli hanno funto da muti e solitari guardiani della necropoli tebana, hanno davvero bisogno di tutta questa compagnia.
Fonte: Il Giornale dell’Arte Settembre 2002
Autore: Francesco Tiradritti
Cronologia: Egittologia

Print Friendly, PDF & Email
Partners