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LECCE. Dopo 28mila anni la storia della «coppia di amanti» di Parabita ritorna a vivere al MuSA.

Dopo essere rimasti custoditi per millenni nel sottosuolo, due individui vissuti circa 28mila anni fa tornano a raccontare la loro storia.
Al MuSA, il Museo Storico-Archeologico dell’Università del Salento, a Lecce, è visitabile una nuova sezione dedicata alla sepoltura paleolitica rinvenuta nella Grotta delle Veneri di Parabita (Le), comune dell’entroterra salentino. I resti sono quelli di un uomo e una donna, sepolti uno di fronte all’altra, distesi sui fianchi e con le gambe intrecciate. Nella divulgazione sono conosciuti come «gli amanti».
La particolarità della sepoltura, risalente al Gravettiano, una fase del Paleolitico superiore, riguarda soprattutto la disposizione dei corpi: secondo gli studiosi che hanno riesaminato i reperti, si tratta di una modalità che non trova riscontro nelle altre sepolture paleolitiche europee finora documentate.
Rappresenta un’importante occasione per conoscere una delle più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio salentino. Il progetto espositivo nasce dalla scoperta effettuata nel 1968 dal professor Giuliano Cremonesi e dal successivo riesame scientifico condotto nel 2020, sotto il coordinamento di Elettra Ingravallo e Renata Grifoni Cremonesi, con il contributo di numerosi studiosi.

Le nuove ricerche hanno permesso di approfondire le caratteristiche fisiche dei due individui, il contesto funerario e alcuni aspetti del loro stile di vita. I risultati sono stati raccolti nel volume “La Grotta delle Veneri di Parabita (Lecce)”, pubblicato da Edipuglia, e costituiscono la base scientifica del nuovo allestimento.

Tra i reperti più interessanti figurano alcuni denti di cervo associati all’ocra, interpretati come elementi di una cuffia indossata dalla donna. Una ricostruzione dell’ornamento è esposta insieme agli altri oggetti del corredo funerario. Al centro della sezione trova spazio anche una teca con i resti scheletrici disposti in posizione anatomica, accompagnata da un’illustrazione scientifica che ricostruisce la sepoltura ed alcuni momenti della vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori.

Il percorso museale integra, inoltre, strumenti digitali e multimediali: Qrcode con testi e audio bilingui, approfondimenti su età, sesso, patologie ed abitudini dei due individui, oltre ad un documentario sottotitolato che ripercorre la scoperta e le successive indagini. Non manca un’animazione tridimensionale degli scheletri, realizzata dal Laboratorio 3D dell’Ateneo.

La realizzazione dell’allestimento, curato da Jacopo De Grossi Mazzorin e dalla direttrice del MuSA Grazia Maria Signore, ha richiesto un particolare lavoro di ricostruzione a causa dell’elevata frammentarietà dei resti. L’obiettivo è rendere accessibili al pubblico i risultati della ricerca, senza rinunciare al rigore scientifico.

A quasi sessant’anni dalla scoperta, la sepoltura di Parabita diventa patrimonio di conoscenza condivisa: una finestra aperta sulla vita e sulle credenze delle comunità che abitavano il Salento molto prima della storia scritta.

Autore: Gaspare Melchiorri

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 4 nov 2026

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