ISOLE TREMITI (Fg). Il degrado dell’Isola di San Nicola.

Pubblicato il : 31 Agosto 2014
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san nicola 2Conosciute come le “perle dell’Adriatico”, le isole Tremiti attirano ogni anno migliaia di turisti, italiani e stranieri, grazie alla limpidezza delle acque ed alla bellezza del paesaggio.
Anticamente le isole erano conosciute con il nome di Diomedee, dal mitico eroe greco Diomede che seconda la leggenda, nel suo peregrinare nel marie Adriatico, si fermò nella Daunia dove morì nell’arcipelago dove fu sepolto. I suoi compagni forono trasformati da Venere in uccelli: le Diomedee appunto, che ogni primavera lasciano l’Africa Orientale verso l’Adriatico per nidificare sulle pareti a strapiombo tipiche della costa di queste isole. Il loro canto che si sente in particolare nelle ore notturne, che secondo la leggenda altro non è che il lamento dei compagni di Diomede che piangono la perdita del loro eroe.
san nicola 3Il loro attuale nome, fu attribuito successivamente dai Romani volendole indicare come tre monti (le tre isole maggiori) che spuntano dalle acque del mare all’orizzonte.
L’isola di San Nicola è famosa per il fatto che al tramonto il sole, per un fenomeno di fosforescenza, assume un colore particolarissimo che dona all’isola un’atmosfera da favola.
L’isola è il centro storico delle Tremiti; è qui infatti che troviamo, oltre a moltissime altre costruzioni antiche, la nota Abbazia benedettina di S. Maria a Mare, uno dei più grandi edifici religiosi costruiti sul mare e meta di pellegrinaggi.
san nicola 6Le origini della chiesa vertono su una leggenda, della quale esistono diverse versioni, che hanno tutte, però, come protagonista un eremita approdato sull’isola di San Nicola nel III secolo d.C.
Il gesuita Padre Guglielmo Gumppenberg riporta che l’eremita, provenuto da un luogo ignoto, elesse l’isola di San Nicola come luogo di romitaggio durante i primi secoli del Cristianesimo.
La santità dell’uomo fu premiata con una visione della Vergine Maria, che, dopo aver rasserenato l’uomo atterrito dall’evento, gli ordina di costruire un maestoso tempio in suo onore. L’eremita, dedito più alla contemplazione che all’operare, rimase titubante davanti all’incarico di assumere il peso di tanto lavoro, pensando anche alla sua povertà e a quelle delle isole che lo ospitavano.
Allora la Madonna gli indicò un luogo dove scavare per procurarsi i tesori necessari al compimento dell’opera affidata al sant’uomo. L’uomo non scavò per troppo tempo che ritrovò un’iscrizione sepolcrale, dietro la quale si celavano incredibili ricchezze, degne di un re. La leggenda vuole che questo sepolcro altro non fosse che la mitica sepoltura dell’eroe omerico Diomede. L’eremita prelevò dal tesoro il necessario alla costruzione di un sontuoso e magnifico edificio, obbedendo così alla volontà mariana.
san nicola 7Secondo il Chartularium Tremitense il primo centro religioso fu edificato nel territorio delle isole adriatiche nel IX secolo ad opera dei benedettini come dipendenza diretta dell’abbazia di Montecassino. Si presuppone che nei primi tempi i monaci cassinesi vissero in povertà.
Certo è che nell’XI secolo il complesso abbaziale raggiunse il periodo di massimo splendore, aumentando a dismisura possedimenti e ricchezze, cosa che portò alla riedificazione da parte dell’abate Alderico della chiesa con consacrazione nel 1045 effettuata dal vescovo di Dragonara.
La magnificenza di questo periodo è testimoniata dalla presenza tra le mura del monastero di ospiti illustri, tra i quali Federico di Lorena (futuro papa Stefano IX) e di Dauferio Epifani (futuro papa Vittore III) e da una bolla di Alessandro IV del 22 aprile 1256 in cui viene confermata la consistenza dei beni posseduti dalla comunità monastica.
L’intero complesso rimase un possedimento dell’abbazia di Montecassino per circa un secolo, nonostante le pressanti richieste di autonomia e le proteste dei religiosi tremitesi.
Nel XIII secolo, oramai svincolata dal monastero cassinese, aveva possedimenti in terraferma dal Biferno fino alla cittadina di Trani. Secondo le cronache dell’epoca le tensioni mai assopite con il monastero laziale e i frequenti contatti con i dalmati, invisi alla Santa Sede, portarono i monaci del complesso a una decadenza morale che spinse nel 1237 il cardinale Raniero da Viterbo ad incaricare l’allora vescovo di Termoli di sostituire l’ordine di San Benedetto con i Cistercensi alla guida dell’abbazia.
In seguito Carlo I d’Angiò munisce il complesso abbaziale di opere di fortificazione. Nel 1334 l’abbazia fu depredata dal corsaro dalmata Almogavaro e dalla sua flotta, i quali trucidarono i monaci mettendo fine alla presenza cistercense nell’arcipelago.
Nel 1412, in seguito a pressioni e lettere apostoliche, e su diretto ordine di Gregorio XII, dopo il rifiuto di diversi ordini religiosi, una piccola comunità di Lateranensi, proveniente dalla chiesa di San Frediano in Lucca e guidata da Leone da Carrara si trasferì sull’isola per ripopolare l’antico centro religioso.
I Lateranensi restaurarono il complesso abbaziale, ampliandone inoltre le costruzioni, soprattutto con la realizzazione di numerose cisterne ancora oggi funzionanti ed estesero i possedimenti dell’abbazia sul Gargano, in Terra di Bari, Molise e Abruzzo. Nel 1567 l’abbazia-fortezza di San Nicola riuscì a resistere agli attacchi della flotta di Solimano il Magnifico.
L’abbazia fu soppressa nel 1783 da re Ferdinando IV di Napoli che nello stesso anno istituì sull’arcipelago una colonia penale. Nel periodo napoleonico l’arcipelago fu occupato dai murattiani che si trincerarono all’interno della fortezza di San Nicola resistendo validamente agli assalti di una flotta inglese. Di questi attacchi sono visibili ancora oggi i buchi delle palle di cannone inglesi sulla facciata dell’abbazia.
Sul portale della Chiesa si sviluppano rilievi molto delicati, raffiguranti la vergine Maria con santi e cherubini. L’interno della Chiesa conserva, pressochè intatto, l’impianto originale, a pianta rettangolare con 3 navate con un doppio deambulatorio.
Numerose sono le opere di interesse da poter ammirare all’interno, tra cui citiamo per importanza:
 – Croce Lignea, dalla forma particolare, tipico della iconografia greco-bizantina;
 – La statua lignea “S. Maria a Mare”, che rappresenta la Vergine con il bambino ed i cui volti sono abbronzati e ciò rivelerebbe ancora influssi di tipo bizantino;
 – Il Polittico ligneo, sull’altare maggiore, un vero capolavoro d’intaglio laminato in oro.
 – Il Pavimento a Mosaico, certamente l’opera più importante della Chiesa, che, dopo i vari restauri, oggi è possibile ammirare sulla navata centrale.
 – Di notevole rilevanza sono anche i Chiostri del Monastero.
 – Caratteristico al centro del chiostro è il pozzo che serviva il vicino refettorio dei monaci.
Il pozzo che si erge solitario quasi al centro del chiostro attinge l’acqua da una grande cisterna di raccolta sotterranea. Presente per dare acqua al vicino refettorio dei monaci, la sua presenza è testimoniata sin dal XVI secolo dal lateranense Cocarella; fu poi rifatto in età borbonica, in occasione della ristrutturazione del chiostro, come sembra testimoniare la data del 1793 scolpita sulla trabeazione, costituita da un blocco in pietra decorata da un fregio di ghirlanda che circonda la diomedea, il leggendario uccello di mare, molto raro, tipico delle Isole Tremiti.
Attorno alla Chiesa si trovano tutte le opere di fortificazione, già presenti anche a pochi metri dal molo d’attracco, oltre ad un tunnel segreto che serviva a raggiungere il mare.
Nel punto più ad est dell’isola sino stati ritrovati resti di alcune tombe, parte di epoca preistorica e parte di epoca romana tra cui quella di Giulia, nipote fedifraga di Augusto, che qui venne confinata e vi morì 20 anni dopo.

Il posto è stupendo sia per l’ambiente che lo circonda che per i beni artistici ed architettonici che contiene. Tuttavia, occorre evidenziare che è in stato di abbandono; lavori di valorizzazione sono stati fatti, ma occorre ben altro. I turisti, soprattutto stranieri, che approdano alle Isole non mancano di visitare questo splendido gioiello, ma occorre renderlo maggiormente friubile e visitabile. Sarebbe un valore aggiunto per questo splendido luogo. Ma chi se ne occupa? Certo occorrerebbe un investimento importante, ma non impossibile.
Ogni turista che va a trascorrere una giornata alle Tremiti (e sono tanti) spende almeno 100 euro. Un euro in più per ognuno costituirebbe già un fondo notevole per una nuova vita delle isole anche sotto l’aspetto artistico e questo sicuramente attirerebbe ancora di più il turismo.
E’ un bene da salvare, altrimenti in futuro si andrà solo per fare un giro in barca.

Autore: Feliciano Della Mora

Per un’ulteriore azione di tutela, vedi anche:
https://www.archeomedia.net/beni-da-salvare/39893-isole-tremiti-fg-turismo-nel-mar-adriatico-quale-futuro.html

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