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ERCOLANO (Na). Riaffiora un tetto romano intatto.

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Per comprendere com’erano costruiti e decorati i tetti nelle case patrizie dell’antica Roma, fino a un po’ di tempo fa lo strumento più efficace era rappresentato dagli affreschi pompeiani. Qualcosa è cambiato grazie alle ultime campagne di lavoro effettuate a Ercolano nell’ambito del progetto “Herculaneum Conservation Project“: ecco riaffiorare dalla sabbia dell’antica spiaggia della città vesuviana, sepolta dall’eruzione del 79 d.C., un tetto ligneo perfettamente conservato che parecchio ha da insegnarci sulle tecniche di costruzione e “design” di riferimento nella prima età imperiale.
Il rinvenimento ha avuto luogo nel 2010, l’anno scorso il manufatto edile è stato rimosso e conservato, adesso verrà restaurato nell’attesa di essere esposto per la prima volta al pubblico nel 2013 a Londra, fiore all’occhiello della grande mostra che il British Museum sta preparando su Pompei ed Ercolano.
Gli scavi sulla spiaggia.
Come da manuale, per le scienze come per l’archeologia, le scoperte più interessanti avvengono per caso. Tra il 2009 e il 2010 infatti i tecnici dell’Herculaneum Conservation Project – l’iniziativa di conservazione dell’area archeologica campana finanziata dal magnate americano David W. Packard – lavorano alle tubazioni per il drenaggio, un’operazione che insiste sull’antica spiaggia di Ercolano ma serve alla messa in sicurezza dell’intero sito. Scavando escono fuori le fognature della città romana, testimonianza curiosa quanto importante delle antiche tecniche urbanistiche. Ma esce fuori anche questo tetto di legno a cassettoni che, secondo gli archeologi Domenico Camardo, Mario Notomista e Ascanio D’Andrea impegnati nei lavori, proviene dalla poco distante Casa del rilievo di Telefo nell’insula orientalis I.
Una testimonianza unica.
A onor del vero, non si tratta del primo tetto romano rinvenuto in assoluto. “Già ai tempi degli scavi condotti da Amedeo Maiuri – racconta Ascanio D’Andrea – nei siti vesuviani furono trovati alcuni tetti o parti di essi che ora sono custoditi nei depositi della soprintendenza di Napoli e Pompei. Nessuno di questi, tuttavia, si trova nello stesso stato di conservazione del tetto trovato a Ercolano, con un cassettonato pressoché integro e addirittura i pigmenti delle decorazioni cromatiche originali”. La superficie lignea decorata a cassettoni, secondo gli studiosi, rappresenterebbe il 40% della struttura di copertura dell’antica domus. Il rinvenimento è importante anche per quanto riguarda la stratificazione in cui si sono imbattuti gli archeologi. “Abbiamo trovato – spiega D’Andrea – prima la struttura, poi il cassettonato, quindi le tegole, in ultimo la sabbia di duemila anni fa. Tutto secondo la sequenza con la quale il tetto fu scoperchiato dell’eruzione del 79 d. C.”.
Un “tour” oltremanica.
Il tetto è stato conservato in un apposito container climatizzato, coinvolgendo un personale specializzato che spaziava dai chimici ai conservatori. Al momento sono in corso i restauri, sempre finanziati nell’ambito del progetto Hcp. Chi di voi fosse intenzionato a visionare il manufatto, dovrà attendere fino al 2013. E spostarsi a Londra: “Il tetto – dichiara Jane Thompson, l’architetto gallese project manager di Hcp – sarà esposto nell’ambito di una grande mostra sull’area archeologica vesuviana che il British Museum ospiterà a partire da marzo dell’anno prossimo. Si tratterà di un’esposizione che, soprattutto per quanto riguarda la parte dedicata a Ercolano, illustrerà la vita quotidiana di duemila anni fa”.
Un altro colpo di Packard.
La scoperta di tetto e antiche fognature possono essere considerate l’ennesimo “colpo” dell’organizzazione filantropica che fa capo al figlio del cofondatore del colosso dell’informatica Hp e presidente del Packard humanities institute, fondazione senza scopo di lucro con sede in California che contribuisce alla conservazione del patrimonio storico, archeologico e cinematografico mondiale. In dieci anni Packard junior ha investito 16 milioni, partnership che si appresta a rinnovare. I risultati della sua azione dal 2001 a oggi sono evidenti: due terzi dell’area sono visitabili, compreso il decumano massimo che ospita un percorso multisensoriale adatto ai disabili. Le coperture degli edifici nell’80% dei casi sono state riparate o sostituite, così come è stata restaurata la rete fognaria antica per gestire la dispersione delle acque meteoriche, prima causa di degrado e potenziali crolli.

Fonte: Il Sole 24 Ore, 10-05-2012

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