COME SI CURANO LE FERITE DELL’ARTE.

Pubblicato il : 15 Maggio 2003

14/05/03
Nelle opere d’arte gli effetti del tempo possono provocare “malattie e ferite” che richiedono specialisti in grado di prendersene cura. Il sistematico e continuo “check up” condotto dalle Soprintendenze che tutelano la salute del patrimonio culturale assicura alle opere d’arte un sano invecchiamento.

Quando però si manifestano i primi sintomi di una “malattia” oppure quando l’opera subisce danni accidentali, occorre l’intervento di “medici specialisti”: i restauratori.

Mentre in passato il restauro era un’attività artigianale che si affidava esclusivamente all’esperienza accumulata dal restauratore, oggi, a parte questo indispensabile bagaglio di esperienza, il restauratore ha bisogno di un adeguato supporto scientifico e tecnologico per riuscire a capire esattamente le problematiche del manufatto su cui deve intervenire. Il compito continuamente si complica perché le opere d’arte subiscono sempre nuovi tipi di degrado che possono derivare non solo dai consueti processi di invecchiamentoma anche da fattori recenti, come l’inquinamento ambientale oppure l’uso di materiali non idonei in precedenti restauri. Un capitolo a parte è poi l’impiego da parte degli artisti moderni e contemporanei dei più disparati materiali e tecniche nella realizzazione delle proprie opere.

Questi materiali, talvolta di recente produzione e privi di sperimentata durevolezza, nascondono spesso imprevedibili insidie dal punto di vista della conservazione vista la loro intrinseca vulnerabilità nel tempo. E’ quindi sempre più necessaria la stretta collaborazione tra restauratori, scienziati, architetti, storici e tutti coloro che possono contribuire con il proprio bagaglio culturale a rendere l’intervento di restauro un momento di studio multidisciplinare utile non solo per salvaguardare l’opera in sé ma anche per la raccolta di informazioni e la conferma di ipotesi di diversa natura.

Quali sono le tecniche strumentali che permettono alla scienza di contribuire a questo mutuo scambio di informazioni?

La scelta è vastissima. Innanzitutto si possono prendere in considerazione le tecniche non invasive, quelle cioè che non richiedono il prelievo di un frammento dell’opera in esame.
Questo aspetto è molto importante poiché ovviamente è necessario rispettare il più possibile l’integrità dell’opera studiata, soprattutto se si tratta di un oggetto di dimensioni ridotte come un gioiello o un piccolo dipinto. Con la riflettografia in infrarosso è possibile, ad esempio, indagare sotto la superficie dipinta grazie a una speciale telecamera che percepisce i raggi infrarossi riflessi, un tipo di luce diverso da quello che i nostri occhi sono in grado di riconoscere. Possiamo così rivelare particolari celati ad occhio nudo, come, ad esempio, certi disegni preparatori fatti dal pittore prima di mettersi a dipingere.
Alcune tecniche usate in medicina, come la radiografia e la TAC, sono applicabili anche per lo studio della struttura interna delle statue e dei dipinti o di reperti archeologici e antropologici come le mummie senza minacciare in alcun modo la loro integrità.

Altre tecniche invece richiedono il prelievo di un piccolo campione ma sono in grado di fornire informazioni molto più approfondite sulla natura del manufatto e del suo stato di conservazione. Per osservare al meglio la morfologia del campione si possono usare vari tipi di microscopi come quello ottico che usa la luce visibile oppure, per raggiungere degli ingrandimenti di gran lunga superiori, il microscopio elettronico a scansione (SEM) che permette, con una speciale microsonda, di rilevare la composizione elementare della zona in esame. Una vasta gamma di indagini spettroscopiche e diverse tecniche cromatografiche permettono di caratterizzare accuratamente i materiali usati, la loro composizione, e i processi di deterioramento. Possiamo citare, come esempio di applicazione di queste tecniche, due studi in corso presso i dipartimenti della Facoltàdi Scienze dell’Università di Torino riguardanti le pergamene e il pigmento Maya Blue. Il collagene, principale costituente delle pergamene, è una proteina fibrosa di origine animale. Le fibre di collagene sono facilmente osservabili al SEM e la loro morfologia, combinata con i risultati ottenuti con tecniche calorimetriche e spettroscopiche, può dare delle indicazioni riguardanti il loro stato di degrado. L’altro studio riguarda il pigmento blu usato dagli antichi Maya noto, oltre che per la sua bellezza, anche per la sua stabilità. Resiste infatti all’attacco con acidi forti concentrati ed a caldo, basi e solventi. Lo studio ha l’intento di determinarne la struttura per chiarire dal punto di vista chimico-fisico le ragioni di tale notevole stabilità.

Negli ultimi anni i progressi tecnologici hanno portato alla realizzazione di strumenti portatili, come la fluorescenza a raggi X oppure il m-Raman, che permettono indagini direttamente in cantiere risolvendo spesso il problema del prelievo del campione. Questi strumenti danno la possibilità al restauratore di lavorare in sinergia con il chimico direttamente sul campo rendendo facile e immediato il passaggio di informazioni e conoscenze dallo scienziato al restauratore e viceversa.

I più recenti sviluppi della ricerca scientifica applicata alla conservazione e al restauro del patrimonio artistico saranno illustrati al XXI Congresso Nazionale della Società Chimica Italiana che si terrà quest’anno a Torino dal 22 al 27 giugno (www.sci2003.unito.it).
Fonte: La Stampa
Autore: Admir Masic, S. Coluccia – Università di Torino

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