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CASERTA. Nuovi dati sulla configurazione bassomedievale del Castello.

Nuove scoperte svelano il passato, soprattutto in termini di riqualificazione proiettata al futuro. Gli scavi archeologici nel Castello di Casertavecchia, guidati dal professor Nicola Busino dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, stanno riportando alla luce importanti reperti medievali – tra cui frammenti di ceramica, manufatti in metallo e oggetti in osso —, arricchendo la conoscenza della storica fortezza normanno-sveva e della vita nel borgo antico.
Le ricerche nel sito fortificato non rappresentano un ritrovamento improvviso di un castello sconosciuto (la struttura con la sua torre cilindrica è nota da secoli), ma il frutto di regolari campagne di scavo stratigrafico (come la VI campagna avviata nel 2026), che continuano a rivelare ulteriori dati sulla configurazione bassomedievale del complesso.
I reperti materiali emersi raccontano la vita quotidiana e la cultura materiale del medioevo locale.
Riguardo all’analisi stratigrafica, lo studio delle strutture murarie e dei livelli di terra permette di ricostruire le fasi di vita e le trasformazioni della fortezza tra i periodi normanno, svevo ed angioino.

Contesto storico: il Castello domina l’antico borgo medievale di Casertavecchia sui monti Tifata, prima dello spostamento della popolazione verso il piano e la costruzione della successiva Reggia borbonica. Si tratta di un luogo dalla bellezza mozzafiato che, ogni settembre, si ravviva con gli spettacoli dello storico festival di “Settembre al borgo”.
Tornando alla struttura, questa era costituita da quattro torri di avvistamento nei quattro punti cardini, quale sicuro baluardo contro ogni tipo di tentativo di aggressione nemica. Ed in caso di assalto, l’ultimo rifugio restava la torre, la quale con i suoi 32 metri di altezza ed un diametro di circa 10 metri, era munita di un fossato e di conseguenza inaccessibile. Inoltre, aveva due accessi con ponti levatoio, ed era costituita da tre sale circolari sovrastanti. Quella inferiore apparentemente non ha accessi, e doveva sicuramente servire come deposito di acqua. La sala intermedia, ha solo feritoie. Mentre la parte superiore è costituita da due piani circolari concentrici: quello centrale è più basso del piano periferico, che presenta la merlatura ed è collegato al centrale con due scale.

La costruzione del Castello risale all’861, all’epoca di Pandone il Rapace, conte di Capua e legato al Borgo politicamente.
Nell’879 venne costruita una vera fortezza adibita ad abitazione, che negli anni a seguire, sotto il dominio dei Normanni e degli Svevi, assunse appunto l’aspetto di un castello, sa cui fecero sentire la loro autorità i conti Longobardi, Normanni, Aragonesi e Svevi.
Ad oggi dell’imponente edificio, non restano che due Sale sovrastanti ad Est dei ruderi e delle tracce di alcune bifore duecentesche, e dove ancora risalta viva la maestosità della torre. Ancora in riferimento agli scavi, tra i reperti emergono ceramiche policrome, oggetti metallici e manufatti in osso, insieme ad altri elementi ancora in fase di studio.

La ricerca sta contribuendo a ricostruire anche la quotidianità di chi là abitava. È questo il significato della nuova fase delle ricerche archeologiche, condotte -come detto- dall’Università della Campania Luigi Vanvitelli, sotto la direzione scientifica del professor Nicola Busino, e oggi rilanciata dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento.
A dare notizia della scoperta è stato il soprintendente Mariano Nuzzo, attraverso un post della Soprintendenza, nel quale viene sintetizzato il valore dei materiali restituiti dagli scavi, oltre a sottolineare che «a Casertavecchia, sotto la pietra e la terra, riaffiorano piccole tracce che raccontano una grande storia». E ancora: «Lo scavo condotto dal prof. Nicola Busino, insieme ai suoi studenti e collaboratori, sta restituendo importanti testimonianze della vita nel Castello di Casertavecchia», con «frammenti ceramici, oggetti in metallo, reperti in osso e altri manufatti databili all’età medievale», considerati preziosi per ricostruire «la quotidianità, le attività e le trasformazioni del sito nel tempo». L’affermazione della Soprintendenza acquista un peso particolare, se si considera la storia della ricerca nel castello.

Per lungo tempo il monumento è stato studiato soprattutto attraverso le murature, l’architettura e i documenti scritti, mentre mancava una vera indagine archeologica sistematica. Le campagne moderne hanno iniziato a colmare proprio questa lacuna.
La concessione di scavo al Comune di Caserta, è stata accordata dalla Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio nel 2019, e le ricerche sul campo sono entrate in una fase decisiva a partire dal 2021. Il punto è focale e significativo. Ovvero, scavare un castello non significa semplicemente cercare “tesori”. Ma leggere gli strati di terra come un archivio. Un frammento di piatto, una parte di recipiente, un elemento metallico o un manufatto in osso, possono essere molto più informativi di un oggetto integro, se vengono recuperati nel loro contesto stratigrafico. Posizione, associazione con altri reperti, quota, terreno e rapporto con le strutture, permettono infatti di ricostruire episodi di frequentazione, abbandono, ristrutturazione, scarico e riutilizzo degli ambienti. Dunque la storia vera, documentale ed inclusiva.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

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