CARINI (Pa): Torna alla luce la maggiore necropoli paleocristiana della Sicilia occidentale.

Pubblicato il : 18 Ottobre 2005

La città dei morti di 17 secoli fa. Sotto l’asfalto cunicoli e catacombe ecco la città dei morti di 17 secoli fa.

In superficie, un baglio del Settecento coperto da edera, un cortile e un albero di pino. Sotto, gallerie, tombe aparete, cubicoli scavati nella pietra diciassette secoli fa. Siamo a Villagrazia di Carini, lungo la statale 113, poco prima dell’uscita dal paese in direzione Trapani: da fuori non si vede, ma proprio di fronte allo svincolo, sotto terra, c’è il più grande complesso catacombale di epoca paleocristiana della Sicilia occidentale. Mercoledì si è chiusa la sesta campagna sul sito (questa di studio, le prime cinque sono state di scavo) iniziata il 20 giugno: ora Rosa Maria Carra, docente di Archeologia cristiana all’Università di Palermo e responsabile della ricerca, mostra con orgoglio i risultati di cinque anni di lavoro. Sono state portate via tonnellate di terra, ma ora si può camminare, facendo attenzione a non sbattere la testa, attraverso i corridoi in cui, tra il quarto e il quinto secolo, gli abitanti di una comunità cristiana seppellivano i loro morti. Forse si trattava proprio dell’insediamento rurale di Hykkara, antico nome di Carini.

Nel primo ambiente c’è una macina per la canna da zucchero, traccia dell’uso privato che ne facevano i proprietari del baglio. Man mano che si avanza, l’aria è più fredda e ci vogliono grossi fari per illuminare i cunicoli. Accanto a segni di violazioni recenti (banconi per la canna da zucchero, macchie bianche sulle pareti per la coltivazione di funghi, praticata fino a pochi anni fa), si vedono i primi arcosoli: tombe A parete sormontate da un arco, a volte singole, più spesso multiple. «La terra arrivava fino a qui», dice Rosa Maria Carra tenendo la mano all’altezza del collo. All’interno delle catacombe, infatti, sono stati individuati più di mille sottilissimi strati: per ognuno c’è una targhetta con un numero, incastrata alla parete. Proprio nella terra che ricopriva le tombe, di origine alluvionale, sono stati trovati resti di corredo: brocchette databili al quarto secolo, lucerne, cocci di vasi da mensa di importazione africana, anche uno spillone per capelli.

L’unica traccia di arredo finora scoperta è l’affresco di una piccola insenatura. Rappresenta un bambino con un cavallino. “L’unica tomba che abbiamo potuto indagare: dentro c’erano le ossa di nove bambini”, spiega Carra. Nelle altre tombe infila, coperte dare-ti, ci sono ossa che vanno esaminate: “Da questo momento finisce il lavoro dell’archeologo e comincia quello del paleoantropologo”, spiega.

Il primo a scoprire le catacombe fu il direttore del museo di Palermo, Antonio Salinas, che nel 1899 aveva individuato l’accesso alle gallerie e il primo ambiente. Ma non c’erano tracce di corredo e di arredo, e le indagini finirono lì. «Nel frattempo il monumento cadde nell’oblio — continua Carra— e le gallerie furono usate come cantine, cisterne o rifugio durante la Prima guerra mondiale». Il recupero è iniziato solo nel2000, quando, espropriato il terreno del baglio, il Comune di Carini ha promosso — e per i primi due anni anche finanziato—gli scavi. Il progetto fu approvato dalla soprintendenza e seguito dall’istituto di Archeologia dell’Università.

Quando, scavando, ci si è resi conto che si trattava di una necropoli paleocristiana, è intervenuta la Commissione pontificia di Archeologia sacra, che ha la tutela delle catacombe cristiane in tutta Italia, e che fino al 2004 ha finanziato le indagini. Quest’anno però i soldi non sono arrivati. “È un cimitero tutto da scoprire — commenta Rosa Maria Carra — la volontà di scavare e studiare c’è sempre. Spero che l’anno prossimo la commissione ci finanzi di nuovo”.

Fonte: La Repubblica Palermo 23/07/05
Autore: Laura Troja
Cronologia: Arch. Medievale

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