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VENEZIA. Agli Alberoni emersa un’antica struttura per difendersi dall’acqua.

Quegli scavi, quelle travi avevano fatto scalpore nella comunità e nei turisti nel 2022, ma per lunghi mesi non era chiaro cosa fosse quella struttura lignea, dai giornali di quell’anno definita spesso “antica darsena”. Dopo quattro anni di scavo e studio, è stato presentato oggi l’esito del progetto “Alberoni: scavo, restauro e valorizzazione”, nato da un cantiere di archeologia preventiva in un’area dove dovevano sorgere due palazzine, su strada della Marina agli Alberoni (sud dell’isola del Lido di Venezia, per chi conosce meno la Laguna), e che ha restituito alcune delle testimonianze archeologiche più interessanti, e soprattutto uniche, dell’area.
Oggi sappiamo che quella enorme struttura in legno (che proseguiva ben oltre i 1000 metri quadri dell’area scavata) era con tutta probabilità una diga foranea, o “arzere”, una barriera artificiale, calpestabile, costruita dal XV secolo in poi, che serviva a proteggere quel pezzo di Alberoni dall’acqua della laguna e dalle maree.

Capire di cosa si trattasse ha richiesto anni perché non esistevano strutture simili conosciute in ambito lagunare. Si tratta probabilmente di tecnologie che sono evolute nei secoli, e superate dalla costruzione dei murazzi, nel XVIII secolo. Anche nelle fonti scritte, ad oggi (la ricerca continua), le tracce di queste costruzioni sono molto labili.

Il luogo di rinvenimento si colloca all’estremità meridionale dell’isola del Lido, a pochi metri dal Forte degli Alberoni, fortezza costruita nella prima metà del XVII secolo per difendere la bocca di porto di Malamocco. La zona del rinvenimento, spiega la Soprintendenza, è storicamente una delle più instabili nell’isola del Lido. La sua geografia è cambiata moltissimo nel tempo a causa di fenomeni naturali che si sono accentuati negli ultimi due secoli con la costruzione della diga foranea.
Le evidenze archeologiche sono state individuate alla profondità di circa 2 metri dal piano di calpestio attuale, sepolte sotto consistenti banchi di sabbia. Si trattava di strutture spondali rialzate, lunghe e strette, di diversa cronologia ed in parte sovrapposte.

Questo in estrema sintesi il risultato degli scavi, come sintetizzato dal ministero della Cultura, grazie al contributo di decine di professionisti diversi. La struttura più antica rinvenuta si data alla metà del XV secolo ed era stata sicuramente realizzata in una fascia di battigia, in corrispondenza di un’antica linea di costa. Si trattava di un’opera di alta ingegneria, a composizione modulare, dotata di uno scheletro in travi e tavole di legno e copertura in grossi blocchi di pietra. I sondaggi condotti nei terreni adiacenti confermano l’estensione ben oltre i limiti del cantiere, sia verso la laguna sia verso il mare.

La costruzione era avvenuta per step successivi. La struttura terminava originariamente verso il mare con una cuspide, coperta a poca distanza di tempo da un prolungamento. A questo intervento aveva fatto seguito, in un momento successivo la costruzione di un braccio secondario, laterale, realizzato con materiali più poveri. La funzione dell’opera era smorzare il moto ondoso a protezione dell’ingresso in Laguna e contenere l’insabbiamento della bocca di porto, ma l’obiettivo non venne raggiunto dato che ben presto iniziò l’insabbiamento con accumulo di sabbie marine al di sopra delle massicciate.
A interramento quasi completo, ciò che rimaneva ancora visibile della struttura originaria venne in parte riutilizzato per una nuova organizzazione dell’area. Nel XVI secolo il contesto ambientale era ormai mutato e nell’area si era creato un piccolo bacino d’acqua interno, con sbocco in laguna. Risale a questo momento la costruzione di un camminamento rettilineo soprastante, costituito da due palificate parallele poste a contenimento di una stratificazione alternata di sabbie e canne palustri. Anche questa struttura proseguiva oltre i limiti di cantiere: lo scavo ne ha restituito un tratto intermedio, lungo circa 24 metri.
Accanto a quest’ultima struttura sono stati rinvenuti due cesti, uno dei quali dotato di coperchio ligneo. Si ipotizza per questo bacino un uso legato alla piscicoltura.

La responsabile dello scavo, la funzionaria della soprintendenza Cecilia Rossi, ha chiarito, anche rispondendo indirettamente a preoccupazioni emerse nella comunità degli Alberoni, che tutte queste informazioni non si sarebbero potute conoscere senza uno scavo stratigrafico, che asporta materiali e livelli ma permette di comprendere la successione degli eventi. Alcuni dei materiali, tra cui le enormi travi, si trovano temporaneamente a Villa Pisani, a Stra, per interventi di restauro.

Il progetto di valorizzazione, finanziato dal ministero della cultura, prevede un plastico, già realizzato, ed una serie di video molto chiari sulla costruzione. Nel 2027 sarà pubblicato anche un volume con i risultato dello scavo e le interpretazioni, che verrà reso disponibile online gratuitamente. Il plastico ed i principali reperti dello scavo saranno esposti al pubblico, il luogo candidato è il Museo archeologico della laguna di Venezia che dovrebbe sorgere nell’isola del Lazzaretto Vecchio, davanti al Lido, ma i cui lavori vanno a rilento.

Fonte: www.veneziatoday.it 22 ottobre 2026

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