Il MANN non finisce mai di meravigliare i visitatori, grazie ai preziosi scrigni del passato, esposti “in vetrina” e resi visibili. Riesce ad incantare anche con i dettagli di allestimento, tesi a pianificare al meglio l’apertura delle collezioni.
Pomeriggio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli?, si chiede. Potrebbe essere l’occasione giusta per visitare le varie sezioni: da quella dedicata al lusso delle case pompeiane, “Domus, gli arredi di Pompei, tra cui una chimerica Sirena decorativa; alla sezione degli Affreschi, a quella Egizia. Riguardo a quest’ultima, oltre alla Borgia, il patrimonio del Museo -spiega la Direzione del MANN- comprende la collezione Drosso-Picchianti, costituita dalle antichità rinvenute in Egitto da Angelica Drosso Picchianti e Giuseppe Picchianti, tra il 1814 e il 1824. Dopo la spedizione napoleonica (1798-99), infatti, I’Egitto era diventato una “riserva di caccia’ alle antichità per diplomatici, viaggiatori, esploratori, avventurieri, antiquari, mercanti, ciascuno con le proprie specifiche motivazioni, che si riflettevano nel tipo di scavi eseguiti e di oggetti raccolti.
La collezione degli Affreschi. Essa costituisce un vero compendio della pittura di età romana, documentata nell’area vesuviana tra I secolo a.C. e I secolo d.C. L’esposizione ne ripercorre stili, tecniche e temi secondo un criterio che privilegia il più possibile la ricostruzione dei contesti originari, legati essenzialmente a dimore private, oggi non sempre leggibili in situ. Al momento dei primi scavi di età borbonica, infatti, gli affreschi furono letteralmente ritagliati dalle pareti e incorniciati a mo’ di quadri, rendendo ardua la visione d’insieme e impedendo di fatto la comprensione degli apparati decorativi nella loro interezza. L’allestimento prende le mosse proprio dalla scoperta delle prime pitture nel Settecento mettendo in evidenza come esse abbiano influenzato il gusto e la produzione artistica contemporanei.
Il percorso prosegue con una sezione dedicata alle principali tecniche in uso nell’antichità, che presenta al pubblico gli strumenti impiegati per il disegno, come squadre e compassi, i pigmenti utilizzati per ottenere le differenti colorazioni e le sinopie preparatorie degli affreschi. Viene poi illustrato lo sviluppo cronologico dei diversi stili pittorici, dalle grandiose scenografie del I secolo a.C., ben rappresentate dalle megalografie rinvenute nella villa di Publius Fannius Synistor a Boscoreale, ai cicli decorativi di età augustea e di età imperiale, come quelli della villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase, della casa di Meleagro e della casa dei Dioscuri a Pompei, per finire con il complesso della Villa di Arianna a Stabiae. Una particolare attenzione è data poi ai grandi temi della pittura romana, ispirati per lo più alla mitologia, al racconto omerico o alla tragedia greca, e ai soggetti di gusto più popolare, come i ritratti di privati cittadini o le pitture dei larari, che rendono l’idea delle preferenze e dell’immaginario degli antichi committenti.
Collezione egiziana. Seconda per importanza in Italia dopo il Museo Egizio di Torino, fu costituita tra il 1817 e il 1821 sia mediante l’acquisizione di celebri collezioni private (Borgia, Drosso-Picchianti, Hogg e Schnars), sia grazie agli scavi borbonici nelle aree vesuviana e flegrea. Unico esemplare egiziano di provenienza Farnese è il Naoforo, una statua riproducente un personaggio inginocchiato con un’edicola (naòs) tra le mani al cui interno è il dio Osiride. Il nuovo allestimento, distribuito in sette sale (XVII – XXIII), è stato organizzato in cinque sezioni tematiche relative ad aspetti caratteristici della civiltà egiziana: la sfera del potere, il mondo dei morti, i culti e la magia, l’organizzazione socio-economica. Esse sono precedute da due sale introduttive sulla “Storia della collezione”, con calchi ottocenteschi di monumenti egiziani, e sul fenomeno del “Collezionismo delle antichità egiziane”, con una suggestiva ricostruzione dei primi allestimenti sette-ottocenteschi. Nella sala XIX, intitolata “Il faraone e gli uomini”, sono esposte quasi tutte le sculture della collezione raffiguranti faraoni, funzionari civili e militari, scribi e sacerdoti (tra cui la
“Dama di Napoli” dell’Antico Regno; la statua del maggiordomo Nakt del Medio Regno; il monumento di Amenemone del Nuovo Regno, le “statue ritratto” di epoca tarda); nonché l’evoluzione delle forme del potere politico e della società nelle varie epoche della millenaria storia egiziana. Nelle due successive (“La tomba e il corredo funerario”, “La mummificazione”), si affronta la sfera funeraria, che nella civiltà egiziana assume evidenza e forme assai peculiari. Nella sala XX, oltre alla descrizione delle modalità di sepoltura e del “libro dei morti”, sono presentate stele (come quelle di Hat e di Amenhotep), rilievi dipinti e iscritti, nonché una numerosa serie dei tipici ushebty (statuine di servitori nelle varie mansioni quotidiane, che accompagnavano il defunto nelle tombe più eminenti), contenitori e ornamenti presenti nei corredi funerari. Seguono, nella sala XXI, esemplari di mummie umane (in sarcofagi lignei e non, ricostruite con i loro cartonnage e amuleti), sigilli scaraboidi ed i tipici vasi canopi. Ampio spazio è dedicato, nella sala XXII, alla “Religione e magia”, attraverso le immagini delle principali divinità del vasto pantheon egiziano, sotto forma di statuette in pietra e bronzo, amuleti ed elementi decorativi, oltre a tre mummie del dio coccodrillo Sobek, e con riferimenti ai monumenti templari, alle varie mitologie, ai sincretismi religiosi e alle credenze magiche. Conclude l’esposizione la sala XXIII, intitolata “Scrittura, arti e mestieri” e dedicata alla lingua e alla scrittura geroglifica, alla cultura, all’organizzazione del lavoro con i mestieri più comuni (come lo scriba e lo scultore), evidenziando inoltre la fitta rete di contatti nel Mediterraneo tra l’Egitto e le altre civiltà antiche tra l’VIII secolo a.C. e l’età romana.
Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it











