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ISERNIA (Molise). Il borgo di Pietrabbondante, simbiosi tra natura incontaminata e cultura incisiva.

Tra i più belli e caratteristici d’Italia. Come in una posizione fortemente scenografica: l’incredibile borgo nel cuore del Molise, terra di mezzo di arcana bellezza, una simbiosi di natura incontaminata e di cultura incisiva, con un teatro millenario scolpito nella pietra, affacciato sulle montagne, sedili intagliati con schienali e braccioli, e tutt’intorno un’oasi di silenzio.
Parliamo di Pietrabbondante in provincia di Isernia, che si sviluppa su un crinale roccioso a circa 1000 metri di quota, uno di quei luoghi in cui l’archeologia non è chiusa in un museo, ma convive con un borgo fatto di vicoli ripidi, rupi verticali e campane che suonano sopra epigrafi antichissime.
È uno dei paesi più sorprendenti del Molise interno, perfetto per chi cerca storia sannita, camminate brevi ma panoramiche ed un’atmosfera originaria che si lascia ancora respirare in termini di vivibilità.
Il motivo principale per cui si arriva fin qui, poco più in basso, è il Santuario Italico di Pietrabbondante, chiamato anche Santuario Nazionale Sannitico, uno dei complessi monumentali più importanti per capire la cultura dei Sanniti, popolo italico che sfidò Roma per secoli prima di esserne assorbito. L’area sacra, estesa per diversi ettari, nasce tra il V e il IV secolo a.C. quale luogo di culto pubblico dedicato a divinità astratte, come la Vittoria, l’Abbondanza e l’Onore.
Nel corso del tempo si arricchisce di edifici, viene devastata durante le campagne di Annibale nel 217 a.C., e poi ricostruita nel II secolo a.C., proprio nelle forme che tuttora si leggono tra le rovine. L’orientamento dell’intero complesso è studiato in asse, con il punto in cui sorge il sole al solstizio d’inverno, dettaglio che racconta quanto l’astronomia fosse intrecciata con la religione e la politica dell’epoca. Il colpo d’occhio più potente è il teatro, la cui cavea in pietra scende verso la vallata, sfruttando il pendio naturale. Le prime file di sedili sono blocchi unici, con schienali sagomati e braccioli scolpiti, destinati alle élite: circa 180 posti “di riguardo”, che permettono di immaginare magistrati, capi militari e sacerdoti, seduti uno accanto all’altro, durante riunioni e cerimonie. Davanti alla cavea, l’edificio scenico in muratura aveva più aperture ed ambienti di servizio sul retro, dove venivano custodite maschere, costumi e oggetti di scena. L’insieme rielabora in modo originale elementi dell’architettura ellenistica e campana, con soluzioni che ricordano teatri come quello di Sarno o l’Odeion di Pompei, ma con una personalità tutta di “forza sannita”.
Spostandosi verso monte si entra nell’area dei templi. Il cosiddetto tempio piccolo, il più antico, viene ricostruito tra il 200 e il 150 a.C. dopo la distruzione annibalica. È impostato su un podio di circa un metro e mezzo, con una sola cella destinata alla statua della divinità ed un pronao (=portico), colonnato sul fronte. Le lastre di calcare delimitano un’area sacra lastricata dove sorgeva l’altare, mentre sul tetto erano presenti decorazioni a teste leonine: dettagli che restituiscono l’immagine di un santuario vivace, dove odore di incenso e fumo delle offerte riempivano l’aria.
Poco oltre, a ridosso del teatro, si trova il tempio grande, costruito tra il 120 e il 90 a.C. Le sue dimensioni – circa 35 metri di lunghezza per 22 di larghezza – e la presenza di tre celle affiancate rivelano un culto trinitario, vicino alle abitudini religiose di ambiente latino, anche se le divinità non sono state identificate con certezza. Sul fianco del podio un’iscrizione ricorda Statius Clarus, personaggio sannita entrato poi nella sfera pubblica romana: un nome che racconta il passaggio da élite locale a classe dirigente integrata nell’Urbe. Il tempio, paradossalmente, resta in uso per un periodo piuttosto breve: le vicende della guerra sociale portano ad un rapido declino del santuario ed alla successiva assegnazione delle sue strutture a privati.
Il complesso comprende anche un’area identificata come Aerarium, vero e proprio “tesoro” del santuario destinato a custodire offerte e ricchezze, e la Domus Publica, residenza di rappresentanza per sacerdoti e figure politiche. In epoca successiva, questa domus viene trasformata nella casa della famiglia dei Socellii ed arricchita con ambienti termali, mentre tutt’intorno sorgono fornaci ceramiche ed officine per la fusione dei metalli: la zona sacra si intreccia con funzioni economiche ed abitative, restando viva fino al IV secolo d.C., quando le norme imperiali contro i culti pagani ne decretano la chiusura.
Oggi si cammina tra basamenti, scale, frammenti di colonne e blocchi iscritti, con gli scavi che ancora proseguono e continuano a riportare in superficie tasselli del mondo sannita.
Il borgo di Pietrabbondante si stringe attorno a tre grandi morge, speroni di roccia calcarea che emergono tra le case e disegnano un profilo inconfondibile. Il nome stesso del paese rimanda all’abbondanza di pietre e rupi del territorio, mentre lo stemma comunale richiama proprio le tre principali rocce che sovrastano il centro storico. L’accesso naturale ai vicoli è piazza Garibaldi, nella parte bassa. Salendo si entra nel vero cuore medievale, dove il tracciato delle strade rivela ancora l’impianto originario.
Attira subito l’attenzione la Morgia della Torre, la rupe centrale, così chiamata perché ospita la Torre Marchesani che, risalente al Duecento, ha pianta quadrangolare, lato di circa cinque metri ed altezza di una ventina di metri. In origine, l’ingresso era rialzato di alcuni metri rispetto al terreno e vi si accedeva solo con scale lignee retrattili: un sistema pensato per difendersi da attacchi improvvisi.
Al suo fianco si sviluppa il Palazzo Baronale seicentesco, la cui facciata un tempo era arricchita da tre torri decorative, poi demolite nell’Ottocento per motivi di sicurezza.
Per raggiungere la parte alta di questa rupe si segue il Sentiero Vicino al Cielo, un tracciato breve ma molto scenografico che sale lungo il fianco della morgia, dove si incontrano piccole grotte naturali, fessure nella pietra ed una grande croce in legno, realizzata utilizzando il tronco di una quercia legata al culto di San Vincenzo Ferreri, patrono del paese.
Più isolata rispetto alle case, separata dalla strada principale, è la Morgia dei Corvi, coperta in buona parte da vegetazione che negli anni si è fatta strada tra le rocce; mentre l’ultima grande rupe ospita i resti della Rocca dei Conti Borrello, chiamata anche Morgia del Castello. Qui, nel X secolo, la potente famiglia dei Borrello costruisce una fortezza isolata, sfruttando la posizione praticamente inespugnabile. Intorno al castello nasce il nucleo del borgo, allora noto come Petra Habundanti, che vive un periodo di splendore per circa due secoli, prima di entrare in crisi con le dominazioni normanne e sveve.
Il castello, abbandonato, viene poi in parte riutilizzato nel XVI secolo dal feudatario Alfonso de Raho e, in seguito, progressivamente smantellato dagli abitanti, che ne recuperano le pietre per le proprie case. Oggi rimangono pochissimi ruderi, ma la salita ripaga con una visuale ampia sui rilievi molisani.
Ai piedi della rupe del castello si trova la Chiesa di Santa Maria Assunta, costruita nel XIII secolo come cappella del castello ed ampliata tra Seicento e Settecento.
E’, questa, la storia di Pietrabbondante come di tanti altri borghi del nostro Paese, dove ogni pietra silente, ogni cammino e ogni stile di vita, sono legati al cuore delle comunità locali.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

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