La scoperta di un tesoro monetale e ornamentale nella Romania settentrionale riporta l’attenzione su un’area marginale rispetto al cuore della Dacia romana, ma tutt’altro che periferica nei processi storici di lunga durata. Il rinvenimento è avvenuto nei pressi di Darabani, nella contea di Botoșani, in quella fascia di territorio che si estende verso la Moldavia storica e le pianure orientali, zona di transito, scambio e talvolta frizione tra mondi culturali differenti. Qui, nella foresta di Buleandra, è emerso un complesso che, per quantità e composizione, si configura come uno dei più significativi degli ultimi anni nel contesto carpatico.
Il tesoro, definito “eccezionale” dalle autorità del Consiliul Județean Botoșani, comprende 574 monete d’argento romane, accompagnate da una serie di oggetti ornamentali e funzionali: sei bracciali, due anelli, una fibula, una fibbia e una psalia in bronzo, cioè un elemento della bardatura equina. La cronologia dichiarata copre un arco molto ampio, dal I secolo a.C. al III secolo d.C., suggerendo immediatamente che non si tratta di un deposito omogeneo, ma di un accumulo complesso e stratificato.
A individuare il tesoro è stato un ex agente della polizia di frontiera, Cătălin Avădăni, appassionato di ricerche con metal detector, che ha consegnato integralmente i materiali alle autorità locali nel rispetto della normativa sulla tutela del patrimonio. Il complesso è stato temporaneamente ospitato presso il Muzeul Nordului, prima del trasferimento agli organismi competenti per lo studio, sotto la supervisione del Dipartimento di Cultura della contea.
L’elemento numismatico costituisce il nucleo più consistente e informativamente denso del ritrovamento. Le monete sono identificate come denari d’argento, con emissioni che coprono un arco cronologico che va dalla tarda Repubblica romana – dunque prima del 44 a.C. – fino all’età imperiale, con esemplari attribuiti agli imperatori Augusto, Vitellio, Vespasiano, Domiziano, Nerva e soprattutto Traiano. Questo ultimo dato è decisivo: il regno di Traiano si colloca tra il 98 e il 117 d.C., e rappresenta, allo stato attuale delle informazioni, il terminus post quem più solido per la deposizione del tesoro. In assenza di imperatori successivi attestati, è plausibile che l’occultamento sia avvenuto non prima della prima metà del II secolo d.C., con una probabilità che si estende verso il II avanzato o il III secolo, coerentemente con la cronologia generale indicata.
Il dato più rilevante non è tuttavia la quantità, pur notevole, ma la coesistenza di elementi romani e dacici. I bracciali, in particolare, meritano attenzione. Tra essi si distinguono esemplari in argento con terminazioni zoomorfe a testa di serpente, motivo iconografico ricorrente nell’ornamentazione dacia, accanto ad altri con decorazioni riconducibili al repertorio locale e a un bracciale semplice in argento massiccio. Questi oggetti non sono meri accessori decorativi: nella cultura materiale dei Daci, i bracciali metallici possono assumere funzione di marcatori di status e di riserva di valore, talvolta con implicazioni simboliche o rituali. La loro presenza, associata a un consistente nucleo monetale romano, indica un sistema economico nel quale forme diverse di ricchezza coesistono e si integrano.
A completare il quadro vi sono una patera in argento, due anelli, una fibula e una fibbia. La fibula rappresenta un indicatore cronologico e culturale di grande precisione: la sua tipologia, una volta studiata, potrà contribuire a definire con maggiore accuratezza la fase di deposizione del tesoro. La psalia in bronzo, parte di un sistema di imboccatura per cavallo, introduce invece un elemento legato alla mobilità e al mondo equestre, suggerendo un contesto in cui il possesso e l’uso del cavallo rivestivano un ruolo non marginale.
Il problema interpretativo centrale riguarda la natura del deposito. La lunga durata cronologica delle monete e la varietà degli oggetti rendono improbabile un’unica deposizione “istantanea”. Più plausibile è l’ipotesi di un accumulo progressivo, forse familiare, nel quale beni acquisiti in tempi diversi sono stati riuniti e nascosti in un momento di crisi o di pericolo. L’assenza di informazioni stratigrafiche precise – conseguenza del ritrovamento con metal detector – impedisce di sapere se gli oggetti fossero contenuti in un recipiente o disposti secondo una logica specifica, elemento che avrebbe potuto orientare in modo decisivo l’interpretazione.
Il contesto geografico rafforza questa lettura. La contea di Botoșani si colloca al di fuori dei confini amministrativi della Dacia romana, organizzata dopo le campagne di Traiano tra il 101 e il 106 d.C. L’area romana più prossima si trovava nella regione della Transilvania, con centri come Apulum (odierna Alba Iulia) e Porolissum (nel nord-ovest della Dacia). La distanza tra Darabani e questi centri supera i 300–350 chilometri in linea d’aria, e diventa ancora più significativa se si considerano le vie di comunicazione antiche. Ciò significa che il tesoro proviene da una zona esterna al controllo diretto romano, ma comunque inserita in reti di scambio che permettevano la circolazione di moneta imperiale.
In tali aree, la moneta romana non è soltanto strumento economico, ma anche oggetto di prestigio e mezzo di accumulazione, capace di circolare ben oltre i confini dell’Impero. La presenza di emissioni che arrivano fino a Traiano suggerisce un momento di accumulo e occultamento che potrebbe collocarsi dopo la conquista della Dacia, forse in una fase di instabilità lungo il limes danubiano o nelle aree limitrofe.
Dal punto di vista metodologico, il ritrovamento pone anche la questione del rapporto tra ricerca amatoriale e archeologia scientifica. In questo caso, il comportamento del ritrovatore ha garantito il recupero integrale del tesoro e la sua acquisizione al patrimonio pubblico. Resta però la perdita di informazioni contestuali, che solo uno scavo stratigrafico controllato avrebbe potuto documentare. È una tensione strutturale nella gestione del patrimonio archeologico contemporaneo, particolarmente evidente in aree ricche di depositi metallici.
Il trasferimento del materiale agli specialisti apre ora la fase più importante: quella dello studio. Analisi metallografiche, classificazione tipologica degli oggetti, catalogazione sistematica delle monete e, se possibile, indagini sul territorio circostante potranno trasformare una notizia di forte impatto mediatico in un dato scientifico strutturato. Solo allora sarà possibile stabilire con maggiore precisione se il tesoro di Buleandra rappresenti un episodio isolato o si inserisca in una rete più ampia di depositi analoghi, riflesso di dinamiche economiche e sociali che attraversano la frontiera orientale del mondo romano.
Fonte: www.stilearte.it 28 apr 2026






