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TARQUINIA (Vt). Il Tirreno scosso dal fortunale scopre manufatti etruschi sul proprio fondale.

Le ricognizioni archeologiche subacquee hanno portato al recupero di un manufatto antico in pietra, riemerso sul fondale dopo una violenta mareggiata. Il ritrovamento è avvenuto davanti a Tarquinia, nel tratto di mare noto come Porto Clementino, area che coincide con l’antico scalo etrusco di Gravisca, uno dei principali punti di contatto tra il mondo tirrenico e le rotte commerciali del Mediterraneo arcaico.

L’oggetto è stato individuato durante le attività di monitoraggio condotte dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Etruria Meridionale in collaborazione con i Carabinieri Subacquei di Roma. Le ricognizioni fanno parte di un programma di controllo dei siti archeologici sommersi più vulnerabili, sia per i fenomeni naturali di erosione costiera sia per il rischio di attività clandestine. Proprio una mareggiata particolarmente intensa ha smosso i sedimenti del fondale, portando allo scoperto l’antico manufatto in un punto molto visibile e a bassa profondità, condizione che ha reso opportuno il recupero immediato.
La prima analisi ha indicato che si tratta probabilmente di granito grigio lavorato, con tracce di una frattura laterale. Il blocco appare infatti come il risultato di una riduzione: da un elemento più grande sarebbe stato ricavato un ceppo di dimensioni minori, caratterizzato da una scanalatura centrale e da un’estremità appuntita. Queste caratteristiche sono coerenti con i sistemi di ancoraggio più antichi, nei quali il ceppo litico fungeva da peso stabilizzatore dell’ancora lignea, migliorandone la presa sul fondale.
L’oggetto appartiene alla tipologia delle ancore litiche, cioè ancore nelle quali la funzione principale di presa sul fondale era affidata a un elemento di pietra. In questo caso si tratta di un ceppo di ancora, ovvero la parte pesante che serviva a stabilizzare l’apparato di ancoraggio.
Il manufatto è stato realizzato in granito grigio, una roccia molto dura e resistente, scelta perché capace di sopportare urti, sfregamenti e lunga permanenza in acqua. Il blocco appare ricavato da una pietra più grande e successivamente ridotto, probabilmente dopo una rottura o una rifinitura intenzionale. La superficie mostra una scanalatura centrale, un incavo longitudinale realizzato per alloggiare una trave o una fune robusta. Questa gola serviva a fissare il ceppo alla struttura lignea dell’ancora.
L’ancora antica, infatti, non era costituita da un unico pezzo come quelle metalliche moderne. Era un sistema composto da elementi di legno e pietra: un braccio o asta lignea principale, un sistema di corde e il ceppo litico che ne aumentava il peso e ne garantiva l’orientamento corretto quando veniva calata sul fondale. Il blocco di pietra faceva sì che l’ancora si posizionasse con l’inclinazione giusta, permettendo alle parti lignee di aggrapparsi al fondo sabbioso o roccioso.
Una delle estremità del ceppo recuperato appare assottigliata e appuntita, probabilmente per facilitare l’incastro nel sistema ligneo o per migliorare la stabilità dell’insieme. L’altro lato, invece, sembra spezzato, circostanza che ha portato gli archeologi a ipotizzare che il pezzo attuale sia il risultato di una riduzione di un elemento originariamente più grande.
Questo tipo di ceppi litici è ben documentato nei contesti portuali antichi. Oltre all’uso pratico, in alcuni casi – come accaduto proprio a Gravisca – potevano assumere anche un valore votivo: i marinai offrivano ancore o parti di esse nei santuari costieri come ringraziamento per viaggi riusciti o per chiedere protezione divina durante la navigazione. In questo senso, anche un oggetto tecnico come un ceppo di ancora diventa una testimonianza concreta della vita marittima e delle credenze religiose dei navigatori del Mediterraneo antico.

Il caso di Gravisca è emblematico. Il sito, porto della potente città etrusca di Tarquinia, è noto per la presenza di un santuario emporico, luogo di culto frequentato da mercanti provenienti da diverse regioni del Mediterraneo. Qui si incontravano Etruschi, Greci e altri popoli navigatori, e proprio in questo contesto sono state recuperate negli anni numerose ancore litiche. Molte di esse sono state interpretate come ex voto, offerte votive dedicate alla divinità locale identificata con Śuri-Apollo, una figura religiosa che fonde elementi della tradizione etrusca con l’Apollo greco.
Nel mondo antico il mare era percepito come spazio imprevedibile e pericoloso. I marinai affidavano la propria sicurezza non soltanto alla perizia nautica ma anche alla protezione divina. Offrire un’ancora o una sua parte a una divinità significava ringraziare per uno scampato pericolo o invocare favore per viaggi futuri. Non sorprende dunque che in un porto-santuario come Gravisca questi oggetti assumessero una duplice dimensione: strumento tecnico e oggetto rituale.

Le ricerche archeologiche nell’area sono oggi condotte dall’Università degli Studi di Perugia, con la collaborazione dell’IULM per le indagini subacquee nelle acque antistanti il sito. L’emersione del nuovo ceppo di ancora aggiunge un tassello a un quadro già ricco ma ancora incompleto. Gli studiosi dovranno stabilire se il manufatto provenga da un’area che in antico era all’asciutto o prossima alla linea di costa, poi sommersa dall’evoluzione geomorfologica del litorale, oppure se sia legato a un’imbarcazione perduta, forse affondata durante una tempesta.

Il litorale tirrenico, in questa zona, ha subito nei millenni profonde trasformazioni. L’avanzare e il ritirarsi della linea di costa, i depositi alluvionali e l’erosione marina hanno modificato il paesaggio in modo significativo. Molti punti che oggi si trovano sott’acqua erano probabilmente banchine, spiagge o zone portuali operative in epoca etrusca e romana. Oggetti come questo ceppo di ancora diventano quindi indicatori preziosi per ricostruire la topografia antica del porto e comprendere come funzionasse il sistema di approdi e infrastrutture marittime.

L’antico porto di Gravisca si sviluppò lungo la costa tirrenica a pochi chilometri da Tarquinia, una delle più potenti città della dodecapoli etrusca. Non era una città autonoma, ma lo scalo marittimo di Tarquinia, il punto in cui le rotte mediterranee entravano in contatto con l’entroterra etrusco. La sua origine risale almeno al VI secolo a.C., periodo in cui i traffici con il mondo greco e orientale erano particolarmente intensi.

Gli scavi archeologici hanno rivelato che Gravisca non fu soltanto un porto commerciale, ma anche un emporio con un importante santuario internazionale. Qui i mercanti stranieri – soprattutto greci provenienti dall’Egeo – potevano commerciare e allo stesso tempo praticare i propri culti. Nel santuario sono stati rinvenuti altari, piccoli templi, depositi votivi e centinaia di offerte, tra cui ceramiche greche, statuette, iscrizioni e numerose ancore litiche, interpretate in molti casi come ex voto dei naviganti. Tra le divinità venerate compare la figura di Śuri, identificata con Apollo, segno di un interessante processo di sincretismo religioso tra tradizioni etrusche e greche.

Dal punto di vista urbanistico il porto era probabilmente costituito da strutture leggere e adattate alla morfologia costiera: approdi su spiaggia, banchine lignee e magazzini per le merci. Non sono stati identificati grandi moli monumentali, il che suggerisce un sistema portuale in parte naturale, integrato con infrastrutture funzionali allo scarico e allo stoccaggio delle merci.

La fase di maggiore prosperità si colloca tra VI e V secolo a.C., quando Tarquinia era uno dei principali centri di potere dell’Etruria tirrenica. Con il passare dei secoli il porto continuò a essere frequentato anche in epoca ellenistica e romana, ma con un ruolo progressivamente più ridotto rispetto ai grandi scali dell’Italia centrale. Le trasformazioni della linea di costa, l’interramento progressivo e il mutamento delle rotte commerciali contribuirono al suo declino.

Oggi di Gravisca rimangono i resti archeologici del santuario, alcune strutture portuali e vaste aree ancora in parte sommerse, dove le ricerche subacquee continuano a restituire materiali legati alla navigazione e alla vita del porto. Il sito rappresenta una testimonianza rara di porto emporico etrusco frequentato da comunità internazionali, un luogo dove religione, commercio e mobilità mediterranea si intrecciavano quotidianamente.

Fonte: www.stilearte.it 16 mar 2026

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