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TORINO. Come un romanzo la guerra di Artemidoro.

Ci sono sempre due fazioni avverse: una pro e una contro. Se si vuole arrivare ad avere un giudizio personale è importante vagliare gli argomenti di entrambi. Quando si tratta di una materia assolutamente sorprendente ma in qualche modo non sconosciuta, la disputa diventa particolarmente appassionante.

Nel 2004 la Fondazione per l´Arte della Compagnia di San Paolo ha acquisito un papiro conosciuto già da tempo e lo ha ceduto al più importante Museo Egizio d´Italia, quello di Torino. È un papiro in cui si trova non solo un testo destinato, come di solito succede, agli specialisti, ma anche una serie di immagini.

Immagini che catturano chiunque. Non si conoscevano sinora disegni del genere in questa quantità risalenti a un´epoca così remota. Il testo è costituito da un brano tratto dalla descrizione della terra di Artemidoro di Efeso risalente al 100 a. C. che sembrava andato perduto, a parte qualche rara citazione di altri autori.

Si tratta di un lungo brano del secondo libro riguardante la Spagna. I disegni non raffigurano solo la semplice carta geografica della penisola iberica che viene descritta nel testo: qui si trovano parecchi altri schizzi che con la Spagna non hanno niente a che fare. In realtà i rotoli dei papiri erano così costosi che venivano riutilizzati più volte per annotazioni o persino, come qui, per disegni. In questo caso straordinario, sono accuratamente disegnati sia animali di tutte le specie, sia teste, mani, piedi di figure umane con contorni netti e tratti plastici che raffigurano capelli, barbe, fronte, occhi e bocca con tanto di chiaroscuri. A prima vista si pensa di avere davanti comuni esercitazioni fatte da allievi di disegno ben dotati. Se si trattasse di uno studio del Rinascimento, non ci sarebbe certo da meravigliarsi. Ma questi disegni con i loro chiaroscuri si trovano in un rotolo di papiro egiziano, ossia in quello che per l´antichità era l´equivalente di un libro di oggi. La scoperta dunque si fa terribilmente eccitante.

Stiamo parlando del papiro di Artemidoro che è stato appena pubblicato in una preziosa edizione, che ha destato un nuovo, vivo interesse. Dato che non si conoscevano reperti di questa natura risalenti all´antichità classica, si può anche pensare a un falso. In particolare il noto filologo Luciano Canfora ha sostenuto acutamente, con tesi da detective che si leggono come un giallo, che il papiro doveva essere un falso. Ha cercato persino di trovare il nome del falsificatore. Ciò chiama in causa gli archeologi che sono in grado di stabilire che questo papiro con le sue cosiddette stampigliature, ossia con le lettere rovesciate impresse sulla pagina di fronte a causa dell´umidità della sabbia dove era rimasto, non può essere stato assolutamente falsificato.

In particolar modo si è sentito chiamato in causa il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis, ben noto ai lettori di Repubblica. È uno dei più stimati archeologi contemporanei e ha collaborato all´edizione del papiro di Artemidoro come autorevole archeologo.

Se i suoi avversari, prima di diffondere nel mondo intero la loro teoria della falsificazione, avessero aspettato questa edizione monumentale, sarebbero stati forse più cauti. In effetti, se si prende in considerazione la tesi del falso, molti problemi restano insoluti. Dato che questa edizione, costosa e altamente scientifica, non può contare su una larga diffusione e che però oggigiorno esiste un notevole interesse da parte del pubblico, Settis ha scritto ora un saggio di 120 pagine con la riproduzione di tutti i disegni importanti, a un prezzo accessibile a tutte le tasche (Artemidoro. Un papiro dal I secolo al XXI, Einaudi, pagg. 124, euro 26).

Un saggio che si legge come un romanzo e che risponde a tutte le esigenze scientifiche; giocano a favore dell´autore le sue doti letterarie già evidenti in numerosi libri tradotti in diverse lingue. È un vero piacere leggere queste frasi appropriate, costruite con chiarezza, e lasciarsi trasportare dai pensieri stimolanti in un mondo così lontano eppure umanamente così vicino.
Il cristianesimo, è vero, ha spento l´interesse, condannato come pagano, per la cultura e la letteratura dell´antichità classica, ma sorprendentemente furono proprio i monasteri cristiani a copiare i testi classici e a conservare nelle loro biblioteche i capolavori letterari e scientifici del mondo antico.

Furono soprattutto gli studiosi italiani del Rinascimento a rintracciarli e a pubblicarli. Settis conduce il lettore su una strada che alla fine ha portato gli studiosi anche nei monasteri egiziani. Dall´Egitto, probabilmente da Alessandria, proviene anche il papiro di Artemidoro accartocciato con altri fogli. La carta serviva infatti come imbottitura per una mummia.

Un rotolo di papiro è costituito da fogli pressati fatti di strisce sovrapposte orizzontalmente e verticalmente ricavate dal midollo dei gambi della pianta di papiro, che vengono incollate l´una all´altra. La pagina su cui le fibre sono orizzontali è la parte interna più liscia del rotolo su cui si può scrivere più facilmente, mentre sul retro del papiro di Artemidoro, che per le sue fibre verticali è un po´ più sconnesso, non fu scritto niente. Dunque questa parte offriva molto spazio per schizzi di animali di tutte le specie, sia veri che fantastici.
All´inizio e alla fine di un rotolo di norma rimaneva libera una larga striscia, che si arrotolava per poter tenere meglio il papiro. Altri spazi vuoti si trovano fra le singole colonne del testo: questi spazi non scritti del papiro furono utilizzati verso la metà del I secolo d. C. per studi di teste, mani e piedi.

Questi dei, eroi, filosofi, guardano l´osservatore con aria di sfida. Questo è l´aspetto eccezionale del reperto, che è da considerarsi come il più significativo fra quelli rinvenuti in tempi recenti. Ci insegna infatti come gli artisti romani riuscirono con pazienti esercitazioni a tener viva l´arte classica e a dimostrare che la loro creatività era all´altezza dei modelli dell´arte greca.

Il papiro infine ci dà una rappresentazione viva di ciò che Petronio verso il 60 d. C. consigliava, con un apparente paradosso, a un artista esordiente che si voleva affrancare dallo stile dell´arte greca: la doveva imitare.

(trad. di Paola Sorge)
(L´autore è studioso di archeologia, direttore dell´Istituto Germanico di Roma dal 1884 al 1996)

 


Fonte: La Repubblica 06/01/2009
Autore: Bernard Andreae
Cronologia: Egittologia

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