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SPALATO. Viaggiatori archeologici.

Nel 1757 Robert Adam e Charles-Louis Clérisseau raggiunsero la città dalmata e la documentarono. Sette anni dopo avrebbero realizzato uno dei più bei libri illustrati mai pubblicati, attirando l’attenzione di Winckelmann. Effettuarono misure e rilievi di ogni dettaglio dello sterminato palazzo-città, da cui furono tratte sessanta incisioni.

La bella collana di saggi intitolata «I figli di Mercurio» della Minerva Edizioni di Bologna si arricchisce, dopo gli altri importanti volumi dedicati a Winckelmann, di un contributo molto particolare che mette in luce, attraverso una serie di testimonianze di cui alcune inedite o comunque sinora non considerate, il rapporto privilegiato che unì il fondatore della moderna storia dell’arte, convinto assertore della superiorità assoluta della civiltà greca, con l’avventuroso artista viaggiatore Charles-Louis Clérisseau, un architetto francese che fu soprattutto uno straordinario disegnatore di rovine antiche. I suoi bellissimi fogli ne fanno uno dei maggiori interpreti della magnificenza dell’architettura romana e quindi di uno “stile antico” molto diverso da quello “greco” vagheggiato da Winckelmann. Francesca Lui in L’antichità tra scienza e invenzione. Studi su Winckelmann e Clérisseau (pagg. 288, € 30,00) ricostruisce l’atteggiamento contraddittorio del grande studioso tedesco nei confronti dell’arte e della cultura francese, la “gallica peste” che dominava in Europa, da cui prendeva le distanze sostenendo la validità e la maggior attendibilità dei propri metodi rispetto a quelli dei grandi eruditi d’oltralpe come Montfaucon, Mariette, Caylus, Watelet. In questo panorama Clèrisseau rappresenta un’eccezione, come con profondità e novità di risultati illustra la Lui. A contatto diretto con la civiltà romana egli è stato forse il maggior rappresentante del “viaggio archeologico”, vera passione del secolo.


In una lettera del 18 giugno 1762 Winckelmann segnalava, con un entusiasmo insolito, l’uscita imminente di «un’opera magnifica in lingua inglese, la quale conterrà disegni esatti del palazzo di Diocleziano a Solona in Dalmazia, oltre ai templi e altre rovine esistenti a Pola e in altri luoghi dell’Illiria», precisando come l’autore fosse «Adam, un inglese giovane, e molto ricco, il quale mantiene a sue spese architetti, disegnatori e incisori». Riconosceva che la relazione «è scritta con molta intelligenza, e con gusto», anticipando la sensazionale notizia di come lo stesso Adam stesse progettando di fare, sempre a sue spese un viaggio in Grecia; traversando tutto il Levante e anche l’Egitto».

La conclusione, sorprendente, è che «io potrei essergli compagno se lo volessi». Questa spedizione non avvenne. Se così fosse stato, forse sarebbe cambiato il corso della storia dell’arte e Winckelmann avrebbe avuto finalmente l’occasione di conoscere direttamente quel mondo greco che sinora aveva idealizzato ed evocato attraverso le copie romane di capolavori spesso perduti, studiate a Roma e nelle più importanti raccolte tedesche.
Il volume cui Winckelmann faceva riferimento è uno dei più bei libri illustrati mai pubblicati, uscito a Londra nel 1764 con il titolo Ruins of the Palace of the Emperor Diocletian at Spalato in Dalmatia.

In sessanta superbe incisioni rivelava al mondo lo splendore di una delle aree archeologiche più importanti e meglio conservate dell’antichità, l’immenso palazzo che alla fine del III secolo d.C. l’imperatore Diocleziano si era fatto costruire sulla riva del mare a Spalato e che dopo la caduta di Roma venne trasformato dagli Illiri in una pittoresca città articolata entro le rovine. Il luogo, subito entrato nella leggenda, aveva attirato l’interesse di alcuni architetti, come l’austriaco Fischer von Erlach che nel 1721 ne aveva pubblicato una descrizione corredata di tavole, approssimativa però, in quanto desunta da alcuni disegni che gli erano stati inviati da un antiquario spalatino.
Intanto l’importanza di queste “magnifiche vestigia” era stata segnalata da Robert Wood nella prefazione del suo volume The Ruins of Palmyra del 1753, un’opera che aveva dimostrato quanto le testimonianze dell’arte romana in provincia potessero competere in bellezza con le più celebri rovine di cui era cosparso il suolo italiano.
Per due intensi anni, dal 1755 al 1757, Robert Adam, allora il più grande progettista di edifici ispirati agli esemplari antichi, e Clérisseau avevano percorso, prima di recarsi in Dalmazia, la nostra penisola, soprattutto il Lazio e la Campania, per elaborare un grande repertorio visivo dell’Italia archeologica. Decisi a realizzare un’opera illustrata esemplare cui legare il proprio nome, dopo aver vagliato varie ipotesi, relative all’appena riscoperta Villa Adriana di Tivoli o alle Terme di Diocleziano, concepirono un progetto più ambizioso, pensando a un complesso, come quello di Spalato, che avrebbe potuto essere oggetto di una vera e propria riscoperta.

Nella prefazione al volume del 1764 possiamo leggere l’avvincente resoconto degli undici giorni di navigazione che comportarono una breve sosta a Pola per disegnare i resti di quell’antica provincia romana, come il grandioso anfiteatro, i templi di Augusto e di Diana, il cosiddetto Arco dei Sergi.
Niente in confronto di quanto loro apparve il 22 luglio 1757, quando giunsero a Spalato.
Adam, Clérisseau e i due disegnatori si fermarono cinque settimane per perlustrare a fondo il luogo, effettuare misure e rilievi di ogni dettaglio dello sterminato palazzo-città, in modo da renderne la straordinaria bellezza originale solo in parte offuscata dalle aggiunte successive e da un utilizzo improprio.

L’impresa non fu facile, per tanti motivi, tra cui i sospetti del «Veneto Governatore di Spalato», il quale «cominciò a concepire sentimenti sinistri» e a sospettare che io andassi realmente spiando lo stato delle fortificazioni».
Il volume che avrebbe visto la luce sette anni dopo era destinato a cambiare il modo di considerare l’architettura dell’antica Roma. Le sessanta incisioni che lo compongono vennero eseguite a Venezia, dopo che le vedute realizzate sul posto da Clérisseau, tenendo conto dei più originali punti di vista, erano state rese più pittoresche dall’inserimento di figure la cui ideazione fu affidata a un pittore esperto come Antonio Zucchi, il marito di Angelica Kauffmann.

L’eco della riscoperta di Spalato lo ritroviamo nel 1802 in un nuovo libro illustrato, frutto di una seconda spedizione effettuata nel 1782, il Voyage pittoresque et historique de l’Istrie et de la Dalmatie, pubblicato da Joseph Lavalée, non senza livore nei confronti di chi lo aveva preceduto, sottolineando come Adam avesse «viaggiato come un inglese, con una filosofia relativa, con quell’egoismo nazionale», perché, ribadiva, gli inglesi «non viaggiano come gli altri popoli», in quanto il loro «desiderio di appropriarsi di tutto trapela ancor prima del desiderio d’istruirsi».


 


Fonte: Il Sole – 24 Ore 23/07/2006
Autore: Fernando Mazzocca

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