NAPOLI. L’archeologia preventiva: una legge buona ma incompiuta.

Pubblicato il : 29 Gennaio 2007

Pier Giovanni Guzzo Se il viaggiatore non è distratto, se la luce del sole piega a un angolo favorevole dal finestrino del convoglio ferroviario che sfreccia a 300 chilometri l’ora tra Napoli e Roma egli può scorgere qualche resto di antichi muri. Sepolti nell’erba della scarpata, protetti da tettoie: quanto diversi dalla maestà del Colosseo, del Pantheon. Quanto miseri nella loro smozzicata lacunosità rispetto alla serrata realtà di Pompei e di Ercolano. Quanto casuali rispetto all’aspettativa che inducono le brillanti promozioni degli «eventi» che si susseguono da una provincia all’altra del nostro Paese. Insomma, solamente un esperto è in grado di identificare, ma solo come antico, quanto è già svanito nel velocissimo andare. E lo stesso esperto rimane lì incerto se quanto ha visto (ha creduto di vedere?) è un resto etrusco, sannita, romano, bizantino o forse ottocentesco.
La lunga costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Napoli e Roma è stata preceduta e affiancata da una capillare ricerca, conoscenza e protezione di quanto di archeologico era messo a rischio da quei ciclopici lavori. Le Soprintendenze archeologiche di Napoli e Caserta e del Lazio hanno messo in campo il frutto più maturo, conoscitivo e organizzativo, di un’esperienza secolare. Le ferrovie hanno sostenuto finanziariamente l’impresa: che, su modelli già in precedenza sperimentati in Francia e in Danimarca, rende onore alla cultura e ai suoi operatori.

Sia pure nella forma imposta dal tracciato, la conoscenza acquisita sulla frequentazione antica, dalla preistoria a tutta l’età romana ma anche al primo medioevo, necessiterà ancora di un lungo periodo di analisi critica per essere valutata nel suo completo spessore storico. Sempre che tale analisi si riesca a portare a compimento: in quanto il finanziamento ferroviario ha coperto le spese dei lavori, ma non il necessario, successivo studio di quanto è stato, di necessità, portato alla luce. Accendendo, così, un debito di conoscenza: se non sono interpretati, a cosa servono queste migliaia di reperti? Anche se con limitazioni del genere, l’esperienza dell’alta velocità ci fa misurare la distanza, culturalmente abissale, rispetto ai decenni precedenti.

Quando l’autostrada del Sole tagliava in due, come un melone maturo, l’anfiteatro romano di Aquino. Quando l’ampliamento delle raffinerie di Augusta assediava e logorava una delle più antiche colonie greche di Sicilia, Megara Hyblea. Quando la necessità di costruire un parcheggio sotterraneo ha portato alla quasi completa distruzione di una ricca villa imperiale sul Gianicolo. Per non ricordare come la costruzione dell’attuale via dei Fori Imperiali ha distrutto la Velia, la Meta Sudante e altri monumenti di Roma; o come quella dell’arsenale militare di Taranto ha distrutto più di un terzo dell’estensione dell’antica colonia spartana.
In un Paese come l’Italia, sul cui territorio si è, da sempre, avuta frequentazione umana, i resti di tali secolari attività sono così frequenti e diffusi come solamente in Grecia. Non a caso, in questi due Paesi si identificano storicamente i comprensori di nascita e di sviluppo di quella cultura occidentale nella quale ci vogliamo riconoscere ancora oggi. E che è stata anche all’origine delle classi colte, e quindi dominanti, negli Stati Uniti d’America appena divenuti indipendenti: come basterebbe a ricordarci lo stile riconoscibilmente neo-classico della Casa Bianca di Washington. Il debito di attenzione che dobbiamo a questa diffusa presenza della memoria materiale dei nostri progenitori ha motivato un quasi recente provvedimento di legge, intitolato all’«archeologia preventiva».
Nel caso di opere pubbliche, chi ha intenzione di intraprenderle dovrà redigere anche uno studio sulla eventuale natura archeologica delle zone che saranno interessate dall’attività di progetto. Un tale studio sarà esaminato dalla soprintendenza archeologica competente, che disporrà, se del caso, quelle operazioni di scavo che riterrà giustificate, a conto dell’imprenditore.
I risultati che conseguiranno saranno valutati in rapporto al progetto, così da eventualmente apportare quelle varianti che permetteranno la conservazione di quei reperti, riportati alla luce, ritenuti d’interesse.
L’impianto della legge appare coerente e opportuno, se non anche necessario: tralasciando piccoli, possibili miglioramenti. Ma siamo ancora in attesa del regolamento di applicazione: per il motivo che è divampata una accesa querelle a proposito dell’identificazione delle figure professionali e giuridiche titolate a compiere, prima, lo studio di previsione, a compiere, poi, gli eventuali scavi richiesti dalla Soprintendenza. Di nuovo la Francia ci offre ampia casistica analoga: in quanto quello Stato si è trovato nella necessità, di ordine sociale, di istituire un ente pubblico nel quale sono stati assorbiti, impiegandoli in ruolo, tutti gli archeologi che finallora avevano compiuto a contratto scavi a seguito di opere pubbliche.
Affidare completamente, come si è pensato di fare in Italia, l’applicazione operativa della nuova legge alle istituzioni universitarie non sembra possa mettere al riparo lo Stato dal dover affrontare, prima o poi, un problema sociale analogo a quello francese. In quanto le istituzioni universitarie, per assolvere un tale impegno, dovranno ricorrere all’opera dei propri studenti o giovani laureati. I quali, prima o poi, chiederanno, con educazione ma forti per il proprio numero, assicurazioni circa il proprio futuro lavorativo, economico, assicurativo, previdenziale. E come dar loro torto? Non è di certo questa la sede per proporre un’analisi sociale del lavoro archeologico e di quanti vi sono impegnati: specie in mancanza di un riconoscimento giuridico della professione, così da non essere sicuri neanche del campione da analizzare.
Una tale mancanza motiva le resistenze, sia delle istituzioni universitarie di indirizzo archeologico sia delle soprintendenze archeologiche, a vedere nelle numerose cooperative, che si dedicano a questo genere di attività di frequente su appalti delle stesse soprintendenze e con personale formatosi in quelle stesse istituzioni universitarie, le figure giuridiche che potrebbero assicurare quegli studi e quegli scavi che la nuova legge prescrive. Una volta di più sembra dimostrarsi che, nel generale campo dei beni culturali, non è questione di risorse finanziarie. Le quali sono, per carità, necessarie: talvolta assolutamente necessarie. Ma il poter disporre di risorse, come prevede la legge sull’«archeologia preventiva», non risolve la difficoltà della qualificazione, e della natura giuridica, delle figure professionali, che si possono rendere attive proprio grazie alla disponibilità finanziaria, e del loro inquadramento in un’equa politica sociale. In quanto è carente l’organizzazione complessiva del ministero per i Beni e le Attività Culturali (sempre più messo in condizione di stallo a causa del continuo depauperamento dei propri ruoli tecnici) sia delle università (i cui prodotti finiti, cioè i laureati, con sempre minor certezza sembrano rispondere alle necessità della società, per non dire del mercato) sia del Paese intero (combattuto tra l’atavica tentazione alle scorciatoie, fiscali e assicurative, e l’aspirazione a sentirsi moderno, competitivo e vincente). Non può quindi far meraviglia che per tutti questi motivi, e forse anche per una morbida resistenza di coloro che non agognano ritardi (e maggiori spese) nella realizzazione delle opere (in quanto è meglio farsi vedere a un «evento culturale» che preoccuparsi di un muretto antico con le ruspe a motore acceso che bruciano gasolio), le previsioni sull’«archeologia preventiva» rimangono ancora inapplicate. Oltre ad affrontare il difficile, e ostico, problema della conoscenza e della tutela delle antichità diffuse sul territorio del nostro Paese, sarebbe stata questa un’ottima occasione per affrontare anche quello, altrettanto difficile e ostico, dei giovani, e dei meno giovani, che precariamente vivono praticando attività di natura archeologica. Così che, ove si fossero risolte tali categorie di problemi, forse, di seguito ci si sarebbe rivolti ad affrontare quelli propri delle università: nelle quali si formano quegli stessi archeologi da campo che, nel bene e nel male, lavorano insieme alle Soprintendenze, e anche alle università, per conoscere, e così offrire elementi utili a tutelare, tombe e strutture, pavimenti e colonne. Tutti segni di una memoria che contribuisce a conformare la nostra individualità di Paese europeo e la nostra cultura. 


Fonte: Il Mattino 29/01/2007

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