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Michele Zazzi. Insediamenti villanoviani in Etruria.

La cosiddetta cultura villanoviana (il nome deriva da Villanova di Castenaso, a est di Bologna, dove nel 1853 furono trovate per la prima volta dal conte – archeologo Giovanni Gozzadini evidenze di tale facies) si sviluppò all’incirca tra il IX e il VII secolo a.C.
In ordine alla facies in questione (caratterizzata dal rito funerario della cremazione, dalla deposizione delle ceneri in appositi cinerari biconici e da corredi composti da oggetti personali e ceramiche d’impasto) si distingue un villanoviano tirrenico in Toscana e nel Lazio, un Villanoviano emiliano in Emila, un Villanoviano romagnolo nelle Romagna ed in particolare a Verucchio, un nucleo isolato a Fermo nelle Marche, un Villanoviano a Capua, nel Salernitano ed a Sala Consilina.

Tra la facies villanoviana e gli Etruschi storici (le prime iscrizioni etrusche risalgono al VII secolo a.C.) vi fu una sostanziale continuità: gli abitati villanoviani si concentrarono nelle aree in cui successivamente sorgeranno le metropoli dell’Etruria e le necropoli villanoviane, di massima, continuarono ad essere utilizzate nella fase orientalizzante etrusca.
Secondo la prevalenza degli studiosi, la fase villanoviana è considerata il periodo embrionale della civiltà etrusca.

Gli insediamenti nel periodo villanoviano, diversamente da quanto accaduto nel bronzo finale, vennero tendenzialmente realizzati su vasti pianori/comprensori e sulle vicine colline, in funzione (non difensiva ma) produttiva e delle risorse del territorio (colture, pascoli, metalli, risorse idriche). I numerosi piccoli villaggi del periodo precedente si concentrarono per effetto di un processo sinecistico in un unico grande villaggio, caratterizzato da gruppi di capanne distanziati, forse abitati da nuclei legati da vincoli di parentela.
La ricostruzione degli abitati è piuttosto difficoltosa a causa della deperibilità dei materiali utilizzati per la costruzione delle capanne e del numero piuttosto limitato di scavi sistematici di questo tipo.
Le tracce rinvenute nel terreno (fondi di capanne, canalette di fondazioni, buchi di pali, stato antropico, etc …) sembrerebbero far pensare a capanne disposte senza alcun ordine prestabilito e la distanza tra le stesse potrebbe essere spiegata con l’esistenza di appezzamenti di terreno destinati all’agricoltura ed all’allevamento, corrispondenti forse alle prime forme di possesso individuale della terra. Relativamente all’agricoltura, i resti paleobotanici riguardano prevalentemente cereali, ma anche piante ortive come la lattuga, la cicoria ed il finocchio. In alcuni abitati sono stati ritrovati reperti faunistici relativi ad animali da allevamento quali bovini, ovini, suini, equini. Risultano anche resti di animali da caccia (cervi, cinghiali).

A Tarquinia nella parte settentrionale della necropoli di Monterozzi, in località Calvario, è stata scavata (dalla Fondazione Lerici 1975-1978) un’area di m 200 x 100, dove sono state individuate circa 25 capanne a pianta ovale, rettangolare e quadrangolare.
A Veio sono emerse tracce di piccole capanne circolari (Collina di Piazza d’Armi) ma anche di grandi capanne circolari (terrazza di Portonaccio, Campetti).
La costa tarquiniese (Torre Vadiga, Mattonara) ha restituito capanne a pianta circolare, ovale e rettangolare.
Sul colle di Montevenere a Chiusi sono stati ritrovati almeno due gruppi di capanne.
In località Campassini, nei pressi di Monteriggioni (SI), è stato scavato un abitato che ha restituito due capanne a pianta ovale.
Al Gran Carro sul lago di Bolsena è stato rinvenuto un villaggio (oggi sommerso), originariamente impostato su palafitte con capanne di forma quadrangolare.
A Bologna sono emerse circa 550 capanne prevalentemente con pianta curvilinea, ovale e circolare ma anche quadrangolari e polilobate.

Non sembra che le diverse forme delle abitazioni siano da mettere in relazione con differenti sequenze cronologiche. Le capanne, a prescindere dalle forme, presentano più o meno le stesse dimensioni, anche se le capanne rettangolari e ovali sono talvolta più grandi e risultano articolate in più ambienti. Le strutture più grandi (anche m 12 x 6) probabilmente ospitavano interi gruppi familiari, quelle più piccole (circa m 5 x 3,50) erano abitate da famiglie nucleari.
Per quanto potuto ricostruire le capanne (in considerazione delle tracce rinvenute sul terreno e dei modellini di urne a capanna) avevano pareti di frascame intrecciato ed intonacato (graticcio) ed erano sorrette da pali fissati verticalmente al suolo. La porta era sul lato breve. Il tetto, testudinato o a padiglione, era coperto con frascame, strame ed argilla ed era munito di abbaini per l’uscita del fumo. Vi potevano essere una o più finestre. Il focolare era posto al centro dell’abitazione ma talvolta poteva essere anche esterno.
Non tutte le strutture fungevano da abitazione e vi erano anche strutture di servizio, quali depositi di cereali (in qualche caso attestati anche dalla presenza di doli) o rifugi per animali (ad es. quelle dotate di recinto). Secondo un’opinione (Linington), che non sembra del tutto convincente, le capanne a pianta quadrangolare erano destinate alle famiglie, mentre quelle a forma ovale e rettangolare erano forse stalle e depositi.
Sono state ritrovate anche strutture produttive per la lavorazione industriale ed artigianale dell’argilla, e dei metalli, quali bronzo e ferro (ad es a Bologna) variamente distribuite nell’ambito degli insediamenti.
Negli abitati vi erano anche buche per lo scarico dei rifiuti e pozzi d’acqua a servizio delle capanne circostanti, nonché canalizzazioni con funzioni di drenaggio, approvvigionamento e redistribuzione dell’acqua.
Gli insediamenti villanoviani erano altresì dotati di opere di fortificazione (terrapieni, palizzate, etc …) con funzione di delimitazione e difesa, in terra e legno, riferibili all’VIII secolo a.C.: Bologna (in Piazza Azzarita), Imola (località Cà di Guzzo), Castelfranco Emilia (località Galoppatoio), Veio, Vulci, Populonia.
Le necropoli risultano costruite furi dall’area abitata, generalmente su colline limitrofe (separazione tra abitato e necropoli).

Sugli abitati villanoviani cfr., tra gli altri:
– Gilda Bartoloni, La Cultura Villanoviana All’inizio della storia etrusca, Carocci editore, 2002, pagg. 115 e ss.;
– Gilda Bartoloni, Introduzione all’Etruscologia, Hoepli, 2012, pagg. 88 e ss.;
– Giuseppe Sassatelli, Bologna Etrusca, Bologna University Press, 2024, pagg. 21 e ss.;
La Pianura Bolognese nel Villanoviano Insediamenti della prima età del ferro, edizioni all’Insegna del Giglio, 1994;
I Villanoviani del Gran Carro in Archeologia Viva luglio – agosto 2015 pagg. 63 e ss.

Immagini di urne a capanna e del sito del Gran Carro.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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