Uno studio pubblicato nel 2026 è riuscito a ricostruire la dieta della popolazione comune nell’antica Mesopotamia grazie a una tecnica innovativa che supera uno dei maggiori ostacoli dell’archeologia in questa regione: la mancanza di resti biologici ben conservati. La ricerca si concentra sul sito di Abu Tbeirah, una città del III millennio a.C. situata vicino a Ur, e offre una visione inedita della vita quotidiana lontano dalle élite.
Per lungo tempo, una delle tecniche utilizzate per studiare l’alimentazione del passato consisteva nell’analisi del collagene delle ossa. Tuttavia nel sud dell’attuale Iraq le condizioni ambientali rendono difficile l’uso di questo metodo. Calore, salinità del terreno e presenza di bitume degradano il collagene fino a renderlo praticamente inutilizzabile. Ricerche precedenti ad Abu Tbeirah erano riuscite a ottenere campioni validi solo in una piccola parte dei resti analizzati.
Di fronte a questo problema, i ricercatori hanno adottato un’alternativa: l’analisi degli isotopi di zinco presenti nello smalto dentale. A differenza del collagene, lo smalto è estremamente resistente e può conservare informazioni chimiche per millenni. Lo zinco, in particolare, permette di tracciare la posizione di un individuo nella catena alimentare: la sua concentrazione e composizione isotopica variano a seconda del tipo di alimenti consumati, lasciando un’impronta rilevabile nei denti.
Tuttavia lo studio non si è limitato a questo elemento: per ottenere un quadro più completo, gli scienziati hanno combinato l’analisi dello zinco con altri indicatori chimici, come isotopi di carbonio e ossigeno, oltre a elementi traccia come bario e stronzio. Questo approccio multiplo ha permesso di ricostruire sia la dieta sia l’ambiente in cui vivevano queste popolazioni.
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca è che si concentra su individui non appartenenti alle élite. I resti analizzati provengono da sepolture semplici, senza oggetti di lusso né costruzioni monumentali, permettendo di avvicinarsi all’alimentazione reale della popolazione comune, un aspetto poco documentato nelle fonti scritte.
I risultati mostrano una dieta varia ed equilibrata: i cereali, in particolare grano e orzo, costituivano la base alimentare, a cui si aggiungeva un consumo moderato di carne (principalmente di maiale e, in misura minore, di pecore o capre). Tuttavia sorprende la presenza di un consumo scarso di pesce, nonostante la città fosse situata vicino alla costa nell’antichità. Questo dato contrasta con i testi storici che lo descrivono come un alimento abituale, suggerendo che potesse dipendere da fattori come scambi commerciali o preferenze culturali.
L’analisi rivela anche che non esistevano differenze significative tra uomini e donne nell’accesso al cibo, indicando una distribuzione relativamente equa all’interno della comunità. Inoltre, i denti hanno permesso di studiare la popolazione in diverse fasce d’età, compresa l’infanzia.
I dati indicano che l’allattamento esclusivo durava circa quattro o cinque mesi, seguito da un processo graduale di svezzamento che generalmente si completava tra i due e i tre anni. Durante questa fase i bambini ricevevano alimenti complementari come latte animale e cereali.
Il mondo dell’archeologia evolve a ritmo frenetico e, grazie a ciò, aspetti delle civiltà antiche come quella dei sumeri che non erano mai stati conosciuti emergono ora alla luce. L’analisi dentale permette non solo di ricostruire la dieta, ma anche la vita e le abitudini nel cuore della Mesopotamia.
Autore: Lidia Merenciano
Fonte: www.storicang.it 3 apr 2026












