Durante l’effettuazione di una serie di scavi eseguiti nel 1868 (abbandonati per un lungo periodo di tempo e ripresi nel 1980) da parte di ricercatori nel sito archeologico di Tholos de Montelirio, nella località Valencina del la Concepciòn della Spagna sudorientale, non molto lontano dalla tomba della “Signora d’Avorio”, nei dintorni della città di Siviglia, da una tomba si è trovato una raccolta di reperti in una quantità sbalorditiva. Come età risalgono fra il 2800 e il 2600 a.C., cioè nell’età definita del rame.
La tomba è una struttura megalitica formata da una specie di corridoio a cielo aperto lungo circa 40 metri, che porta a due camere sotterranee, coperte da cupole di 2,75 e 5 metri di diametro, mantenute in posizione da pilastri di legno.
La camera principale, in ardesia, era decorata con cinabro rosso e motivi che si riferivano al sole. Anzi, è interessante richiamare alla mente che i ricercatori sono riusciti ad appurare che, durante i solstizi d’inverno, i raggi del sole si inseriscono nel corridoio ed illuminano una stele che ritrae la Dea Madre, situata nella camera funeraria, sorprendendo chi può osservare il fenomeno (ed è quanto avviene anche nei nuraghi sardi in occasione dei solstizi d’inverno o d’estate, secondo il luogo). Tutto quanto si conosce ed è stato diffuso è il frutto dell’indagine recentemente effettuata dal professor Leonardo Garcia Sanjuan del Dipartimento di Preistoria e Archeologia dell’Università di Siviglia.
Nella tomba si sono trovati 20 scheletri, di cui 5 appartenevano ad individui di sesso non accertato, ma che forse erano femmine, mentre gli altri 15 erano sicuramente di donne. Del corredo facevano parte, fra l’altro, 270.769 perline. Le perline, aventi un diametro da 3 a 4 millimetri, sono a forma di disco, ottenute da conchiglie di mare, ossa di animali e pietre. Comunque, la maggior parte era ottenuta dalla lavorazione di conchiglie di molluschi appartenenti alle famiglie Cardiidae e Pectinidae, fra cui spiccano le capesante, in quei tempi simbolo della dea Venere Afrodite (per la cronaca, oggi sono il simbolo dell’apostolo San Paolo e della sua via di pellegrinaggio).
Si ritiene che per ottenere quanto si è trovato siano stati utilizzati più di 8 quintali di conchiglie raccolte lungo le coste e nelle spiagge che, allora, erano fra la vallata del Guadalquivir e le sue paludi. Che si trattasse di un grosso ed eccezionale ritrovamento l’ha dimostrato il peso delle perline che, dopo la loro pulitura, rasenta i 15 chilogrammi.
Statisticamente è il più grande ammasso di perline finora reperito in un solo sito sepolcrale. Fu una scoperta eccezionale: basti pensare che il più grande ritrovamento avvenuto in precedenza fu di circa 30.000 perline, ciò è meno di dieci volte, mentre la media si ferma fra le 1.000 e le 5.000 unità.
Questo è quanto è stato comunicato al giornalista Miguel Ángel Criado, laureato in Scienze Politiche e Sociologia, periodico spagnolo El Paìs, dallo storico, professore del Dipartimento di Preistoria e Archeologia dell’Università di Siviglia, Leonardo Garcìa Sanjuàn.
E la notizia di questo eccezionale ritrovamento è stata rapidamente diffusa dalla rivista Science Advances, che fra l’altro ha riportato che i ricercatori, uniti ad esperti, hanno impiegato quasi 700 ore per ripulire le perline dal terreno e per contarle.
Interessante notare che una buona parte delle perline ottenute dalla lavorazione di conchiglie di mare proviene da capesante e questo fatto fa pensare che, prima di Cristo, esse fossero considerate il simbolo della femminilità: simbolo delle dee della fertilità, sempre restando al racconto del citato Sanjuàn. Del resto – egli continua – nella storia dell’antropologia il concetto di matriarcato, pur essendo stato da sempre piuttosto contrastato, sembra che tra il 2900 e il 2600 a.C. il peso delle donne grandi e potenti abbia predominato.
Certamente le perline servivano come ornamentazione degli abiti rituali o cerimoniali indossati da signore di alto rango; invero, gli indumenti femminili trovati erano fatti di lino, con le perline cucite sopra, decorati con pendenti di avorio e ambra a forma di uccelli e ghiande, che avrebbero riflessa la luce, brillando; ma c’è pure chi ritiene che le perline fossero infilate in uno spago di lino a formare una specie di tessuto usato per realizzare abiti indossati dalle signore i cui resti erano nella tomba. Erano presenti anche ciondoli di avorio e ambra lavorati a forma di ghiande e di altri oggetti. La ricchezza di quanto recuperato sembra si debba attribuire all’essere state, le donne, molto potenti.
Però, quelle signore vissero in condizioni di salute precarie, prendendo per buono quanto riferito dal dottor Almadèn, Ciudad Real, a proposito dei risultati delle analisi fatte sui resti delle donne. Infatti, egli vi ha riscontrato un livello di mercurio estremamente elevato, che sarebbe stata la causa dell’insorgere di gravi disfunzioni a livello motorio e cognitivo. Egli ha aggiunto che i corpi erano stati esposti con continuità al cinabro per motivi religiosi oppure perché la loro pelle era colorata con lo stesso. E, inoltre, le ossa mostrano l’aspetto tipico di artrite e artrosi che dimostrano che i loro possessori, sicuramente giovani (del resto la vita media allora era sui 40 anni) erano “danzatori”, legato al loro ruolo sacerdotale. In merito alla loro morte, non si può dire che sia avvenuta in tempi brevi; comunque, il monumento funebre fu costruito per un unico evento di morte e riservato ad un gruppo speciale di individui.
Gli studiosi si sono chiesti quanti artigiani e per quante ore e giorni abbiano lavorato. E un loro calcolo ha portato al seguente risultato: se le persone impegnate fossero state una decina, impegnate per otto ore al giorno, indicativamente sarebbero stati necessari circa sette mesi; poiché, però, non tutti gli artigiani sono veloci alla stessa maniera e ritenuto che una perlina, con i mezzi a disposizione allora, potesse essere rifinita nel tempo che va da una decina minuti ad un’ora intera, il tempo finale andrebbe rivisto.
In questi ultimi anni, gli studi su quell’eccezionale ritrovamento sono stati approfonditi per tentare di comprendere per quale ragione fossero stati prodotti. Si è ricorsi, pertanto, a quanto di meglio la tecnologia offre in questi casi, vale a dire al radiocarbonio, all’analisi morfometrica, all’analisi dei fitotipi, cioè di quei depositi di silice amorfa su celle vegetali, e così via; e si è giunti alla conclusione che quel sito, attorno a 5.000 anni fa, era un importante centro sociale, politico ed economico di tutto rispetto, che faceva sentire la sua influenza su tutta la vallata del Guadalquivir e fino alla penisola iberica meridionale.
Si può qui ricordare che fu un ritrovamento che fece scalpore, tanto che parecchi istituti scientifici, sia nazionali sia internazionali, se ne interessarono direttamente: l’Istituto Spagnolo di Oceanografia (IEO-CSIC), le Università Spagnole di Granada, Huelva, La Laguna e Paesi Baschi, del Regno Unito Durham e Southampton, statunitense Nord-Ovest e il Museo Municipale di Valencia, logicamente.
Stando a quanto affermato dall’archeologa Marta Diaz-Guardanimo dell’Università di Durham nel Regno Unito alla giornalista Katie Hunt della CNN, la fatica affrontata dai costruttori degli abiti di perline è di gran lunga superiore a quella necessaria per produrre un capo couture (capo di moda) degno di essere indossato per percorrere un red carpet (tappeto rosso, che è una striscia di tappeto, appunto, srotolato a terra, per indicare il percorso da seguire in occasione di una cerimonia o altro).
Resta un dubbio: quelle donne erano imparentate fra di loro oppure no? La risposta si sarebbe potuta avere qualora fosse stata eseguita l’analisi del DNA. La si rimanderebbe al futuro, qualora la ricerca ad hoc fosse ripresa ed il dubbio, forse, sarebbe dissipato.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it











