Durante l’effettuazione di una interessante serie di scavi eseguita nel 1894 da parte di Jacques Jean Marie de Morgan, Georges Legrain e Gustave Jequier a Dahshur, una località posta sulla sponda sinistra del Nilo, distante una quarantina di chilometri da Giza ed a qualche chilometro verso meridione del sito archeologico di Saqqara, nelle vicinanze del lato nord della piramide di Amenemhat III, essi si imbatterono in alcune tombe a pozzo appartenenti a famiglie di faraoni.
Fra queste, una era la sepoltura del faraone Hor I che – è stato appurato – prese quella tomba per se stesso, togliendola ad un familiare del faraone appena ricordato. Questa tomba, nel passato aperta ma non completamente depredata, conteneva il sarcofago contenente la salma del faraone, un tabernacolo di legno, un corredo funebre e, inoltre, una statua in legno di sicomoro, che rappresentava il ka di Hor I.
Che la statua si riferisse a quel re non ci sono dubbi, perché su due vasi di alabastro, posti all’ingresso della cavità, era inciso il suo nome.
Quando la statua fu trovata, era nel naos, una cella situata nella parte interna dei templi egizi adattata a ricevere la statua, che rappresentava la casa del dio nella tomba. La statua era a terra, sulla schiena, forse fatta cadere durante i saccheggi subiti dalla tomba. Lo strato d’oro, che un tempo ricopriva il corpo, si è perso.
La sua realizzazione risale attorno al 1750 a.C. La statua, alta 135 centimetri, diventava di metri 1,70 considerando la base ed il simbolo del ka sul capo. La statua riporta la figura del ka del re Hor I, faraone della XIII dinastia egizia, un tempo ricoperta da uno strato sottile di stucco e doratura, ora scomparso, ed è praticamente nuda, anche se presumibilmente portava un gonnellino, essendo sulla la vita la traccia di una cintura. Un ampio collare, comune agli Egizi, era sul collo. In origine, teneva nella mano sinistra un’asta ed uno scettro nella destra, simboli del potere reale. Nel volto brillavano gli occhi realizzati con cristallo di rocca e quarzo; era un volto anonimo, perché la statua aveva lo scopo di mostrare il ka di Hor I, ma non la sua persona.
Ma ciò che attira l’attenzione e colpisce è quanto è fissato sopra la parrucca tripartita, appoggiata sulla sua testa: due braccia poste in modo da formare una U, che corrisponde al geroglifico egizio per indicare il ka, cioè la sua forza vitale, con le mani aperte rivolte verso l’osservatore. In fase di restauro, il corpo ed il simbolo, trovati separati, sono stati rimessi insieme.
Secondo la cultura egizia, l’anima è composta da più parti e il ka è uno dei componenti essenziali che delineano l’identità del faraone. Per gli Egizi di allora, l’essere vivente constava di più parti: le caratteristiche fisiche erano nome, cuore, corpo, il ka (la forza vitale di ciascun individuo), il ba (indice di potenza e simbolo della personalità individuale), l’ankh (forma spirituale di ciascun uomo proveniente dagli dei e dai morti) e altro ancora.
Per essere accettato nel mondo dei morti, l’individuo doveva essere in possesso di tutti quanti.
Ed ecco il ka, che nasce insieme con il bambino. E’ una forza vitale che costituisce l’alter ego di una persona, rappresentandone un doppio. Ciò è dovuto al dio Khnun, che offre l’uovo della creazione e che conferisce all’individuo le sue forme ottenute usando il limo del Nilo. In molte rappresentazioni, lo si trova mentre produce insieme il corpo del bambino nel momento della sua nascita ed il suo ka. Questo accompagna l’uomo nella sua crescita, però restandone indipendente.
Contrariamente a quanto avviene nelle persone normali, il ka del faraone, in quanto discendente diretto degli dei, ne godeva del possesso; e, poi, era trasmesso al suo successore e, al momento dell’incoronazione, il ka si univa indissolubilmente al nuovo sovrano, mutandolo in ka vivente, vale a dire “uomo e dio”.
Forse quella statua era stata scolpita per essere situata in un tempio del re Hor I, ma poiché il suo governo è durato un tempo limitatissimo, secondo il parere dell’archeologa ed egittologa tedesca, specializzata nello studio della ceramica egiziana, Dorothea Arnold, questo non fu mai costruito, per cui la statua finì nella sua tomba.
Ora, questa è esposta nel Museo Egizio del Cairo, ma fu il centro di un piccolo dramma, perché un giorno era scomparsa, finché fu rintracciata in un posto non frequentato della struttura dove era stata nascosta da un operaio, che temeva conseguenze disciplinari, avendola distrattamente danneggiata.
In ogni modo, quella statua è un’opera d’arte splendida, ma è importante riconoscere che essa è un’immagine di contenuto altamente simbolico in merito alle credenze del popolo egiziano nei riguardi della morte e del suo regno. Merita di essere ammirata non solo per un senso di esecuzione artistica, ma anche e soprattutto perché dimostra di essere un elemento di fondamentale importanza del patrimonio artistico e culturale dell’Egitto risalente al XVIII secolo a.C.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it











