Ferrara e la sua provincia vissero un periodo d’oro: furono governate dagli Estensi per quasi quattro secoli (dal 1209 al 1598) quale costitutivi del vicariato dello Stato Pontificio, prima come marchesato e successivamente come ducato. Infatti, disgraziatamente il 1598 segnò la sua fine, in quanto non avendo avuto figli l’ultimo duca Alfonso II, venne a mancare l’erede legittimo, e il papa Clemente VIII Aldobrandini approfittò della situazione favorevole per riappropriarsi del ducato, trasformandolo in una pressoché anonima provincia di confine, sotto l’amministrazione papale esercitata dai cardinali legati di cui il primo fu il nipote Pietro.
All’ex ducato fu conferito quell’aspetto e quel titolo che servirono ai Ferraresi e agli storici per ricordare il lungo periodo che lo portò al XIX secolo come quello dei “secoli bui”, durante i quali niente di buono fu compiuto, a parte la tassazione e l’umiliazione; e da non trascurare il destino riservato agli ebrei che, apprezzati economisti e finanzieri durante il governo estense, come da sempre, furono ritenuti nemici della Chiesa e poco più tardi furono confinati nel ghetto di Ferrara.
Dal 1598, gli Este furono spodestati da Ferrara ed essi si spostarono a Modena per continuare a governare la parte del ducato rimasta, costituita da Modena e Reggio.
Per riprendere possesso di Ferrara e provincia, il papa Clemente VIII, il giorno 8 maggio 1598, si presentò nella città, pomposamente accompagnato da 1.500 persone, e vi sostò per sei mesi, durante i quali ebbe contatti con strateghi e tecnici, sia romani sia locali, per progettare una struttura difensiva con il duplice scopo di contrastare le velleità dei Veneziani, che caparbiamente ambivano di occupare il territorio ferrarese e soprattutto di appropriarsi della pesca delle anguille e della salina di Comacchio, quest’ultima concorrente delle saline venete, e di tenere a freno quell’abbondante parte dei Ferraresi che non avevano digerito quanto era successo e che pensavano ad un eventuale moto rivoluzionario.
Pertanto, fu accettato il parere del generale dell’Armata Pontificia Mario Farnese, secondo il quale si poteva opportunamente trasformare quella fortificazione munita di bastionature, che era stata progettata nel 1597 dall’architetto ferrarese Giovanni Battista Aleotti, detto l’Argenta, nel lato sudoccidentale della cinta muraria della città, di fronte al Castel Tedaldo. Dopo lunghe discussioni fra i vari tecnici durate alcuni anni, finalmente si giunse al dunque. Così, nel 1609 si cominciò a vedere qualcosa, sotto la direzione del Farnese, dell’ingegnere romano Pompeo Targone e dell’Argenta, quando il papa successore di Clemente VIII era Paolo V.
La conformazione architettonica della enorme struttura traeva spunto da quelle che erano state costruite per questioni militari nella seconda parte del XVI secolo, quali quelle di Parma, Piacenza, Torino e Anversa; queste erano grandi fortezze a base pentagonale, a stella a cinque punte.
Fu qualcosa di malamente accettabile per la popolazione ferrarese che abitava da quelle parti, giacché lo spazio necessario all’opera comportò l’allontanamento di almeno seimila persone dai borghi di San Luca e San Giacomo per effettuare l’abbattimento di circa quattromila edifici. Nel periodo fra il 1598 e il 1608, fu fatta tabula rasa con la distruzione di case abitative popolari, palazzi aristocratici, fienili, servizi pubblici, dodici chiese, complessi residenziali, torrioni, l’isola del Belvedere (quella stupenda “Delizia Estense” costruita nel bel mezzo del fiume Po), ecc. ecc.
Tra il 1611 e il 1612, si abbassarono le montagne artificiali, si smantellarono le vecchie mura, che dalla Porta di San Romano giungevano fino alla futura fortezza. Poi, nel 1616 furono abbassate le mura nei pressi della Porta di San Benedetto, affinché fossero più basse della piazzaforte in fase di costruzione. Le due entrate monumentali della piazzaforte, cioè la Porta Reale girata verso la città e la Porta del Soccorso, orientata verso la campagna, furono progettate dall’Argenta.
Nel 1618, dieci anni dopo gli inizi dei lavori, la cittadella fu ritenuta ultimata e pressoché inespugnabile, trovandosi in mezzo all’acqua fornita dal Canalino di Cento, che aveva riempita la fossa escavata di proposito.
Rivedendo il resoconto dei lavori, si trova che erano stati costruiti cinque baluardi, battezzati con i nomi San Francesco di Paola, Spinola, Borghese, San Paolo e Santa Maria, caserme, armerie, depositi di esplosivi, abitazioni; inoltre un tempietto dedicato a Santa Maria dell’Annunziata, a pianta rettangolare, con portico a narthex, progettato dall’Aleotti. Il nartèce è un vuoto lasciato fra le navate e a facciata della chiesa, elemento caratteristico delle basiliche bizantine e paleocristiane dei primi secoli dopo Cristo.
Infine (classica ciliegina sulla torta), al centro della piazza d’armi fu sistemata una statua in marmo riproducente il benedicente papa Paolo V seduto sul trono, rivolto verso la città, opera degli scultori Giovanni Luca Genovese e Serafino Colli.
Fra il 1627 e il 1630, durante la legazione del cardinale Giulio Sacchetti, si temette un’aggressione in occasione della successione di Carlo di Nevers al Ducato di Mantova, per cui si rinforzarono le fortificazioni: infatti, su quasi tutti i torrioni ed i baluardi furono costruite garitte di guardia a forma cilindrica. Con il 1629, Pietro Paolo Floriani, ingegnere maceratese, iniziò le opere di sterro per le strade e, in più, si dedicò alla costruzione di rivellini triangolari fra i cinque baluardi e ad aprire la via verso il centro cittadino, rendendo necessarie nuove demolizioni di fabbricati e chiese; inoltre, si decretò la chiusura delle porte di San Pietro e dell’Amore nella cintura muraria voluta da Alfonso II.
Ma, a conclusione, quella fortezza, o cittadella che dir si voglia, non servì a niente e a nessuno, se non a mandare su tutte le furie il popolo ferrarese che, oltre al disagio (termine troppo mite riferito a coloro che dovettero sgombrare le loro case e a trovarsi con le loro masserizie in mezzo ad una strada) sorto quale reazione nei confronti della Chiesa, che aveva cambiato in modo negativo il modus vivendi che c’era quando il governo era estense.
E non ci furono rimostranze, tutt’altro, quando, nel 1805, Napoleone ne decretò la parziale demolizione, avvenuta con l’uso dell’esplosivo: Deo gratia, era ora! Purtroppo, quando nel 1814 il dominio francese fu sostituito da quello austriaco, il suo Genio la rimise in sesto per utilizzarla per le truppe. La situazione rimase tale fino al 1859, anno in cui fu emessa la delibera di demolizione che, non toccando i baluardi di Santa Maria e di San Paolo, oltreché il tempietto Santa Maria dell’Annunziata che, detto per inciso, fu ridotto in polvere dai bombardamenti durante l’ultima guerra; quei due baluardi sono la sola testimonianza di ciò che era la fortezza.
In effetti, con la distruzione dei baluardi, si ottenne una grande area libera, che venne definita “spianata” e che il 13 aprile 1906 ospitò lo spettacolo Buffalo Bill’s Wild West, dello statunitense Buffalo Bill, appunto, che era in giro in diverse città italiane. Questa divenne poi “Piazza d’Armi” e, alla fine, dopo gli anni 20 del XX secolo, il “Rione Giardino”. Qui, ci fu l’edificazione della Caserma dei Carabinieri “Pastrengo” dal 1925 al 1926, seguita dalla “Scuola Mario Poledrelli” e dallo stadio comunale “Paolo Mazza” nel 1928, e dal monumento dell’acquedotto progettato da Carlo Savonuzzi con la collaborazione di Enrico Alessandri ed eretto nel periodo che va dal 1930 al 1932.
I bombardamenti della seconda guerra mondiale fecero danni paurosi, ai quali si fece riparo con aggiustamenti vari che interessarono le mura sudoccidentali della città, con il loro abbassamento fra il 1953 e il 1954.
Altri interventi furono eseguiti, negli anni 80 e 90 del XX secolo, previsti nel “Progetto Mura”, che comportarono il recupero totale dei baluardi di Santa Maria e di San Paolo; e nel 2003 su un basamento nella piazza si sistemò definitivamente la recuperata statua del papa Paolo V; non lontano dalla stessa, fu posto, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, un cippo marmoreo con bassorilievi, opera di Gianvito Saladino, dedicato a tre patrioti ferraresi (il latifondista Giacomo Pucci, l’oste Luigi Parmeggiani ed il medico Domenico Malagutti) fucilati dagli austriaci il 16 marzo 1853.
Le mura di Ferrara, comprendenti anche ciò che rimase della fortezza, è lunga 9 chilometri e sono state inserite nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO, prima a Berlino nel 1995 e successivamente a Marrakech nel 1999.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it













