Erik HORNUNG: Egitto esoterico.

Pubblicato il : 15 Novembre 2006

“Uno è Amon, che a loro si tiene nascosto / che si nasconde dagli dei, nessuno conosce la sua natura (…)”. L’Egitto, terra di piramidi e faraoni, è paese di misteri.
L’immaginario collettivo rimane colpito dalle bellezze artistiche e naturali di questa terra, dal suo fascino, dalla sua aura enigmatica.
Già gli antichi indicarono in questi luoghi bagnati dal Nilo la patria dell’ermetismo e la fonte di ogni sapere segreto, ai giorni nostri Erik Hornung, studioso di fama internazionale, tra le pagine del suo ultimo libro “Egitto esoterico” (Ed. Lindau, Torino 2006, pp. 318, € 22), ripercorre le tracce del cammino che ha condotto dal dio egizio Toth fino alla genesi della gnosi, dell’alchimia, dell’astrologia e di altre scienze occulte, nonché di circoli teosofici, antroposofici, esoterici, ed infine degli stessi movimenti massonici.
Senza l’Egitto, sostiene lo studioso, nulla di tutto questo vi sarebbe stato in Occidente.
Alle radici del metodo storiografico, Hornung, rintraccia i testi di Erodoto, di Platone, Plutarco, e molti altri, che s’interessarono dell’Egitto individuando nella fusione dei prototipi divini del dio Thot, e del dio greco, Hermes, la figura di Ermete Trismegisto (divinità della compensazione e della pacificazione), fondatore dell’ermetismo.
Considerato uomo e non dio, le parole di Ermete Trismegisto vennero prese in considerazione anche dall’universo cristiano e per questa via arrivarono in Occidente e si diffusero nel Medioevo e nel Rinascimento.
Sant’Agostino, che vantava un passato gnostico manicheo, dedica a Ermete Trismegisto diversi capitoli della sua “Città di Dio” e lo proclama precursore della fede cristiana.
I teologi del XII e XIII secolo considerano il “filosofo” Trismegisto un’autorità e come tale consultarono il suo insegnamento.
Con la diffusione della tradizione ermetica crebbe anche la popolarità dell’alchimia, nei secoli medievali in auge a tal punto che Papa Giovanni XXII nel 1317, per arginare il fenomeno dilagante, si vide costretto a proibirne l’esercizio.
Nonostante l’esercizio di quest’opera di contenimento, la gnosi si conservò come sottocultura per tutto il Medioevo e la figura di Ermete, come nota l’autore, si può rintracciare, quale comune denominatore delle credenze esoteriche più disparate, dalla cabala ebraica alla storia del Graal raccontata da Wolfram von Eschenbach (1170-1220 ca.), per giungere fino al simbolismo delle piramidi nel Rinascimento italiano, all’Accademia neoplatonica fiorentina, o perfino alla scienza di età moderna con Kircher, Spencer e Cudworth.
Anche un movimento quale quello dei rosacrociani, nato all’inizio del XVII secolo, affonda in realtà le proprie origini in un passato ben più antico legato alla figura di Christian Rosenkreuz che, nato probabilmente nel 1378, sarebbe stato in Egitto e, per tre anni, a Saba, nello Yemen, i cui abitanti avevano particolare familiarità con l’ermetismo e l’astrologia, dove imparò la lingua araba, per poi trasferirsi in Marocco. Il presunto straordinario ritrovamento del suo monumento funebre e del libro in esso contenuto rientra totalmente nella tradizione ermetica, e a questa figura si rifece Johann Valentin Andreae (1586-1654), il cui padre, ricorda Hornung, “già era interessato di alchimia e teosofia, e che forse nel 1607 mise per iscritto la sua Chymische Hochzeit Christiani Rosenkreuz anno 1459 (“Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz”)”.
Tale libro che, tuttavia, fu pubblicato solo nel 1616, si presenta come l’autobiografia del fittizio fondatore dell’ordine che in età già avanzata inizia un pellegrinaggio per partecipare alle “nozze segrete e nascoste” alle quali è invitato: una sorta di chiamata gnostica, rafforzata da un sogno nel quale compaiono Hermes, la Vergine Alchimia, un unicorno bianco e la Vergine nuda, e che si conclude con la visione delle coppie regali uccise, nella quale evidente risulta il ricordo di Osiride a dimostrazione di come anche i Rosacroce attingano, in un passato più recente, la loro linfa vitale da quell’Egitto sommerso che l’autore si propone di indagare.
Se l’Egitto di Hornung è tutto questo, il custode delle credenze esoteriche dei millenni che lo anno seguito, nell’ultima parte lo studioso vaticina che tale terra continuerà anche nelle epoche future a dispensare i raggi del proprio, inesauribile, nimbo esoterico, affermando: “L’imminente volgere del millennio alimenta la speranza di una nuova luce spirituale per l’umanità, a cui si rivolge la speranza di moti, e qui l’Egitto avrà sicuramente un ruolo importante nella sua duplice forma, quello faraonico al pari di quello esoterico ed ermetico”.
Oggi che crediamo di poter svelare l’ancestrale fascino della terra nilotica con i nuovi strumenti offertici dal giovane ramo dell’Egittologia, non dobbiamo incorrere, quindi, nell’errore di ritenere di stare indagando un percorso concluso perché l’Egittosofia è piuttosto una realtà in fieri.
Con Iside e Osiride, geroglifici e obelischi in lingua copta, e soprattutto con ciascuna delle tradizioni esoteriche da esso derivate, l’Egitto dei primordi è ancora tra noi con il suo “potere magico di far sognare le persone migliori” (come scriveva Herder nel 1774), nella speranza, palesata dall’autore, che proprio l’ermetismo, per sua natura tollerante, possa rappresentare, nell’oggi dilaniato dalle guerre, un utile rimedio contro il fondamentalismo.

Info:
Ed. Lindau, Torino 2006, pp. 318, € 22


Autore: Barbara Carmignola
Cronologia: Egittologia

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