Daniele PINTO: Chi era veramente Buddha.

Pubblicato il : 29 Gennaio 2006

Parafrasando il titolo di una delle opere del grande archeologo e studioso di arte orientale Mario Bussagli, “Che cosa ha veramente detto Buddha” , in questo articolo si cercherà di spiegare e chiarire, in poche righe, non tanto chi è Buddha, quanto chi era.

L’immagine che sicuramente è ben fissa nella mente di molte persone è quella di un personaggio maschile, seduto su di un loto o in piedi, in meditazione. Tali immagini rappresentano il raggiungimento finale di un processo filosofico e storico durato alcuni secoli duranti i quali è avvenuto uno dei passaggi fondamentali nelle raffigurazioni buddiste: il passaggio, in età gandharica (I-V sec. d.C.), dalla fase aniconica a quella antropomorfa delle raffigurazioni del Buddha.

Come già detto all’inizio, centro di tale articolo non sarà l’analisi artistica e archeologia delle raffigurazioni del Buddha nella sua ultima vita, cioè come Siddharta Śakyamuni, ma un’analisi, se pur sintetica e campionaria, delle immagini delle sue vite passate.

Prima di addentrarsi in tale argomento è necessario e doveroso fare una premessa di carattere filosofico-religioso per comprendere a fondo la vera innovazione portata dagli insegnamenti del Buddha.

Alla base del pensiero filosofico e religioso indiano intervengono 4 fattori fondamentali, che sono in esso presenti già dal VI sec. a.C., data usuale ma comunque ancora in discussione della stesura delle Upaniśad:
– Kharma,
– Samara,
– Atman,
– Brahman.

Questi termini, che celano nel loro significato una realtà filosofica estremamente complessa,possono essere spiegati e sinterizzati con il seguente assunto: lo scorrimento della vita è segnato da un continuo susseguirsi di azioni (Kharma), e ognuna di esse ne comporta una successiva, in un ciclo eterno e infrangibile (Samsara). Samsara è infatti definito anche come il “ fluire continuo del tutto”. Atman indica quella parte dell’ uomo che resta immutata, ferma ed eterna. Brahman è il principio universale da cui tutti provengono. Tale premessa serve a spiegare, come già detto, il ruolo dell’insegnamento del Buddha: la parola del Buddha, il Dharma, consente di porre un fine al flusso del samsara. Dopo questo breve excursus finalmente si può procedere ad un’ analisi, come già detto sintetica e campionaria, delle vite passate del Buddha storico, cioè Siddharta. Tali vite sono indicate con il temine jataka, anche se in realtà questi racconti spesso sono delle narrazioni popolari antecedenti al buddhismo stesso ma che, per il rigore e la virtù che il protagonista dimostra, ne sono state assimilate.

1) “Medaglione del re scimmia”( Mahakapi Jataka)
2) “Medaglione dell’antilope in trappola”
3) “Visvantara Jataka”

MEDAGLIONE DEL RE SCIMMIA

Il tema fondamentale di tale jataka è l’esaltazione del coraggio e della virtù del Buddha, identificato come il re di un branco scimmie.
Da un’ analisi puramente esteriore si nota immediatamente una sorta di insieme disordinato di figure che non consente alcuna lettura dell’ opera.
In realtà tale “disordine” è una delle tecniche di raffigurazione più avanzate e diffuse nel mondo indiano nota come “narrazione simultanea”, cioè una narrazione di più momenti di un’ unica situazione espressi, appunto, in un’ unica scena.
La storia narra di un avvenimento accaduto durante una battuta di caccia della quale sono protagonisti un sovrano, un branco di scimmie e il re di tale branco.
Durante la suddetta battuta un sovrano, trovandosi innanzi un branco di scimmie, decide di cacciarle. Nel momento in cui la vita delle scimmie è in pericolo e la morte sembra ormai prossima, sopraggiunge il loro re che, estendendo il proprio corpo da un albero all’altro consente la fuga, proprio tramite il suo corpo usato come ponte, ai suoi sudditi. Durante la fuga il re scimmia viene ferito dal sovrano cacciatore e cade a terra tramortito. Capito il gesto estremo compiuto dalla scimmia, cioè di sacrificare la sua vita per salvare quella delle altre scimmie, il sovrano si reca a soccorrerla e tra i due inizia un profondo dialogo.

MEDAGLIONE DELL’ ANTILOPE IN TRAPPOLA

Protagonisti di tale jataka sono un’ antilope, una tartaruga, un picchio e un uomo. Tutta la scena si svolge in un ambiente di foresta caratterizzato da un stagno con alcuni pesci e un albero.

Rispetto al medaglione precedente qui è ben visibile la totale assenza di narrazione simultanea. L’animale che probabilmente è simbolo del Buddha è la tartaruga. La storia rappresentata in tale medaglione vede come protagonista la solidarietà tra gli animali della foresta: l’antilope, infatti, caduta in una trappola viene soccorsa dalla tartaruga che tenta di erodere la corda mordendola mentre il picchio, considerato uccello di malaugurio tenta di fermare l’avanzata del cacciatore.

VISVANTARA JATAKA

vedi immagine

Visvantara Jataka, o storia di Visvantara, è considerato come l’ultima delle vite precedenti a quella di Siddharta.
Il rilievo, sito su un architrave del portale (torna) dello stupa di Sanchi (lo stupa è il monumento simbolo dello spegnimento del Buddha nella fase aniconica e del suo culto da parte dei fedeli) narra la storia del buon principe Visvantara e delle sue avventure-disavventure in seguito proprio alla sua generosità.
La storia, che nel più tradizionale modo di lettura indiano va letta da destra verso sinistra, comincia con la cacciata di Visvantara dalla sua corte, cacciata dovuta al dono fatto dal principe ad un bramano. La richiesta del bramano, che conosceva la generosità del principe, consisteva, visto il periodo di carestia che affliggeva il suo villaggio, nel dono dell’ elefante bianco, simbolo di fertilità, fecondità e prosperità. A tale richiesta Visvantara non riesce a dire di no. La colpa di cui si è macchiato è troppo grave per essere perdonato dai suoi sudditi che ne ordinano l’ espulsione dal regno. Tuttavia egli non è da solo, ad accompagnarlo nell’ avventura che lo aspetta ci sono anche la moglie e i suoi due figli. Il viaggio è duro e stremante e la vita è molto diversa da quella condotta a palazzo ma la generosità del principe non accenna a cambiare ed infatti quando gli si presenta un uomo a chiedergli in dono il suo carro Visvantara non riesce a rifiutare. A questo incontro ne seguiranno altri due, ma le richieste in questi casi diventano molto impegnative: offrire la moglie e i proprio figli. La generosità del principe anche in questa occasione ha il sopravvento sui sentimenti. Dopo aver ricevuto la moglie di Visvantara l’uomo sconosciuto si rivela: in realtà in tutti gli incontri Visvantara, anche se sotto spoglie mistificate, era stato messo alla prova dal Dio Indra!
Capito che la vera essenza della generosità è donare tutto, anche se stessi e le cose più care, il principe viene ricompensato di quanto perso dal Dio stesso.

Quest’ analisi, che come detto all’inizio cerca di spiegare in poche righe il perché delle vite passate del Buddha, considerandone tre, e il ruolo che i suoi insegnamenti rivestono nella vita dell’ uomo, offre anche alcuni spunti di ricerca per chi volesse approfondire tematiche legate alla fase aniconica, all’arte del Gandhara, alla filosofia indiana, ai jataka, allo stupa e alla sua struttura.

Autore: Daniele Pinto
Cronologia: Arch. Orientale

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