CIVIDALE DEL FRIULI (uD). A Cividale l’archivio dei resti ossei.

Pubblicato il : 25 Aprile 2010
Nasce a Cividale l’archivio osteoarcheologico regionale, realtà – di estremo valore scientifico – che conferisce alla cittadina ducale un ruolo da antesignana, in Friuli Venezia Giulia, e che promette, di conseguenza, di collocarla in una posizione di ulteriore rilievo nella “graduatoria” dei siti archeologici nazionali. Ad accogliere i resti scheletrici riesumati nel corso di svariati scavi, a Cividale in primis ma non solo, sono due sale del complesso di Santa Maria in Valle, affacciate sul chiostro.
Il progetto, infatti, è parte integrante del piano di candidatura Unesco, che come noto si impernia proprio sull’ex monastero.
La notizia è stata divulgata ieri pomeriggio, nel corso di un convegno – che ha registrato la partecipazione di numerosi relatori, a cominciare dal soprintendente per i beni archeologici regionali Luigi Fozzati – svoltosi in Museo nell’ambito della dodicesima Settimana della Cultura: evento, quest’ultimo, in occasione del quale è stata esposta – in via eccezionale – la teca ottocentesca contenente le ossa di Gisulfo, primo duca longobardo di Cividale; ulteriore opportunità offerta dalla Settimana promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali è, infine, quella di assistere alla proiezione (nell’atrio del Museo) del documentario “Ossa che parlano”, realizzato dall’Accademia Jaufrè Rudel.
Ma torniamo all’archivio: il senso e l’importanza dell’iniziativa sono stati illustrati da Elsa Pacciani, della Soprintendenza archeologica toscana.
Il progetto – hanno chiarito l’antropologa e le relatrici intervenute dopo di lei, Serena Vitri, direttrice del Museo, e Maria Luisa Cecere, dell’Accademia Jaufrè Rudel – è complesso e richiederà, per giungere a compimento, ancora diverso tempo, anche perché molti resti ossei di proprietà della sede museale cividalese sono da tempo “ospiti” dell’Università di Pisa.
Il quadro, insomma, andrà componendosi gradualmente, ma un bel po’ di lavoro è già stato fatto: i reperti scheletrici (e va ricordato, al proposito, che solo da vent’anni a questa parte si è iniziato a conservare anch’essi oltre ai corredi, nelle campagne archeologiche eseguite in città) sono stati rinchiusi in casse, suddivisi per siti di provenienza e schedati con una sorta di mappa di identificazione, che contiene tutte le informazioni finora disponibili ma che potrà incrementarsi nel momento in cui tutto il patrimonio osseo sarà restituito al museo.
E’ stato creato, in parallelo, un database, per ora parziale: verrà aggiornato progressivamente, di pari passo con il prosieguo dell’attività di costituzione dell’archivio. Una volta conclusa questa fase d’avvio si passerà alla seconda, che prevede un più minuzioso raggruppamento dei reperti per siti di provenienza, la collocazione della scheda identificativa all’esterno di ogni scatola, l’attuazione di una ricerca bibliografica sui singoli scavi da cui le ossa sono riaffiorate e, appunto, il completamento della banca dati.
L’ultimo step consisterà nell’attivazione di un laboratorio per la pulitura e il restauro dei resti: a quel punto l’archivio diverrà accessibile agli studiosi.

Autore: Lucia Aviani

Fonte: Messaggero Veneto — 23 aprile 2010.

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