Nell’antica città natale del poeta latino Quinto Orazio Flacco (65 a.C.-8 a.C.) sono riprese le ricerche nell’area dell’anfiteatro romano all’interno del Parco Archeologico di Venosa in Basilicata. Una prima tranche di scavi è stata portata a termine tra novembre 2025 e febbraio 2026 dalla Culture Vision srl attiva nel settore della ricerca, progettazione e valorizzazione del patrimonio storico archeologico, grazie al contributo della Direzione Generale Musei, ma le indagini proseguiranno nei prossimi mesi.
«Si apre una nuova stagione di scavi che consentirà di ampliare le conoscenze sull’anfiteatro, espressione dell’urbanitas dell’antica Venusia, con l’obiettivo di restituire l’intero monumento alla fruizione pubblica», ha dichiarato Tommaso Serafini, direttore dei Musei e Parchi archeologici di Melfi e Venosa. Quello che si vede oggi è il risultato di sterri e rifacimenti tra Otto e primo Novecento. Pertanto, gli studiosi cercheranno di chiarire le modalità costruttive e di trasformazione dell’edificio dalla forma ellittica che con un’estensione di circa 7.600 metri quadrati era stato realizzato in parte su un pendio naturale e in parte su un terrapieno artificiale: un anello esterno in pilastri di grandi blocchi e un corpo centrale, con corridoi anulari e cunei radiali a sostegno delle gradinate, in «opus reticulatum» e rinforzi in «opus mixtum».
Finora l’attenzione si è concentrata su una vasta area di circa 400 metri quadrati a nord-ovest delle strutture già note mettendo in evidenza una complessa stratigrafia, elementi strutturali come i «vomitoria» (corridoi), l’impianto originario che rimanda, grazie al ritrovamento di reperti ceramici, al periodo a cavallo tra I a.C. e I secolo d.C., e tracce di spoliazioni successive forse da collegare alla costruzione della vicina chiesa medievale (XII secolo), nota come l’«Incompiuta», voluta dai Normanni ma mai conclusa.
L’anfiteatro fu scoperto nel 1841-42 grazie agli scavi borbonici ma poi abbandonato. Indagini e restauri ripresero negli anni Trenta (1935-36) in occasione del bimillenario della nascita di Orazio, mentre negli anni Ottanta venivano individuati i resti di un quartiere abitativo di età repubblicana distrutto proprio per consentire la costruzione dell’edificio per gli spettacoli nel I secolo d.C., quando la città fu interessata da una riqualificazione urbana: a questo periodo risale anche un nuovo complesso termale.
Ulteriori interventi di restauro e valorizzazione dell’anfiteatro si sono susseguiti negli anni 2006-07 e 2022-23, con l’avvio di ricerche da parte dell’Università degli Studi della Tuscia a partire dal 2023. Nel 2019 è partito un progetto sperimentale (Ideha) condotto da un team del Cnr-Ispc che utilizza prospezioni geofisiche, immagini satellitari, foto aeree in abbinamento a ricerche d’archivio e fonti bibliografiche per una migliore comprensione dell’anfiteatro e delle sue parti mancanti.
Una visita al Museo Archeologico Nazionale di Venosa, intitolato all’archeologo Mario Torelli, è d’obbligo per approfondire il ricco passato di Venosa, dall’età preromana (la Lucania era terra dei Sanniti) fino a quella rinascimentale, e del suo territorio: qui passava la «regina viarum», l’antica Via Appia che da Roma giungeva a Brindisi.
Autore: Bianca Celeste
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 2 marzo 2026













