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ROMA. La prima attestazione epigrafica del termine «papa» si trova nelle Catacombe di San Callisto.

Nonostante le centinaia di visitatori che ogni giorno affollano le gallerie ipogee della Catacomba di San Callisto, la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra ha avviato negli ultimi mesi un ambizioso programma di valorizzazione, destinato all’apertura al pubblico del settore delle tombe dei papi Gaio (283-296) ed Eusebio (309), ora solo parzialmente visitabile, e di quello attiguo, assai notevole per le originali soluzioni architettoniche dei suoi cubicoli, conosciuto con la denominazione storica di santa Sotere, celebre martire antenata di S. Ambrogio. Nell’ambito di questo vasto progetto di recupero, si è intrapreso il restauro della transenna marmorea con l’iscrizione del diacono Severo, sotto la direzione scientifica di chi scrive e ricorrendo alla competenza di Carlo Usai.
Tale manufatto fu rinvenuto alla metà circa dell’Ottocento da Giovanni Battista de Rossi, negli anni degli scavi e delle scoperte nel comprensorio callistiano della via Appia antica, anni che segnarono la nascita della moderna archeologia cristiana. Al celebre studioso romano fu da subito chiaro che la transenna chiudeva l’arcosolio della parete di fondo dell’ambiente nel quale venne ritrovata, proprio quel «cubiculum duplex cum arcisoliis et luminare» («cubicolo doppio con arcosoli e lucernario») descritto nell’iscrizione.
Il restauro ha accentuato i segni inequivocabili del primitivo utilizzo del marmo, vale a dire l’epigrafe incisa sul retro, dimostrando l’appartenenza del manufatto all’economia del reimpiego, il quale nella sua precedente vita era destinato a un monumento funerario pagano. Proprio per questo, dopo la scoperta la lastra fu montata su una base di travertino dotata di un perno metallico girevole, così da consentirne la visione a 360°. Ma c’è di più: alcune sofisticate fotografie al microscopio eseguite durante il restauro hanno consentito di appurare l’autenticità della rubricatura delle lettere, rimasta intatta nei secoli, quale espediente decorativo particolarmente utile nella penombra degli spazi catacombali.
Destinata alla figlia Severa, scomparsa prematuramente all’età di nove anni, l’epigrafe attesta che per la realizzazione del suo sepolcro familiare, il diacono Severo necessitò del consenso del suo vescovo, come dichiarato esplicitamente dalla formula «iussu p(a)p(ae) sui Marcellini» («per volere del suo papa Marcellino»), che da decenni polarizza l’attenzione. Tale espressione consente di assegnare il manufatto al tempo di Marcellino, che fu pontefice tra il 296 e il 304, il quale, sulla scorta di questo documento, risulta il primo vescovo di Roma a essere definito con l’appellativo papa, qui reso con l’abbreviazione per contrazione «pp». Si tratta di un vocabolo di origine greca caratteristico del linguaggio familiare (dal greco «pápas/páppas», padre), poi adoperato nell’ambito cristiano per alludere ai concetti di paternità spirituale e di riverenza, anche se il termine papa dell’iscrizione di Severo sembra già tradire una titolatura ufficiale del vescovo di Roma, senza dubbio in vigore alla metà circa del IV secolo, come ricordano due epigrafi di epoca liberiana (352-366), sempre di provenienza cimiteriale.
Ma la transenna del diacono Severo, testimonianza diretta della giurisdizione del vescovo di Roma sul cimitero della Via Appia, ci proietta negli anni drammatici che videro il sorgere della «Grande Persecuzione». È opinione largamente condivisa che le misure persecutorie attuate da Diocleziano determinarono per il complesso callistiano la temporanea cessazione della sua funzione di sepolcreto ufficiale dei vescovi di Roma, in quanto, come specificato nelle fonti, papa Marcellino non fu sepolto nel «cimitero», bensì nella catacomba di Priscilla sulla via Salaria, in un cubicolo presso il martire Crescenzione.
Questa scelta è stata associata ai provvedimenti connessi con la persecuzione dioclezianea, in quanto la catacomba della Via Appia potrebbe essere stata provvisoriamente inagibile, perché confiscata, condividendo la stessa sorte di altre proprietà ecclesiastiche, poi recuperate nel 311 da papa Milziade (311-314). Questi sarà l’ultimo pontefice a essere sepolto nel cimitero della Via Appia, anche se i papi Marco (336) e Damaso (366-384) troveranno riposo in due edifici distaccati da S. Callisto, ma sempre situati nel comprensorio, dove tra III e IV secolo furono sepolti ben 16 vescovi di Roma.
Si concludeva così una vicenda che aveva presso avvio in età severiana, quando al sopratterra venne sepolto papa Zefirino (198-217/218), colui che aveva preposto alla gestione del «cimitero» ufficiale della Chiesa di Roma quel diacono Callisto (218-222) che poi gli succederà come vescovo dell’Urbe.

Autore: Dimitri Cascianello

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 18 feb 2026

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