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Michele Zazzi. La classe sacerdotale femminile in Etruria.

L’esistenza di una classe sacerdotale femminile in Etruria è oggetto di dibattito tra gli studiosi: la maggior parte degli autori esclude l’ipotesi, mentre alcuni si esprimono a favore.
Le poche fonti letterarie a nostra disposizione provengono da autori greci e latini e quindi vanno lette con spirito critico.
I reperti archeologici riconducibili alla sfera religiosa femminile etrusca sollevano, nella maggior parte dei casi, dubbi circa l’identificazione delle figure femminili: si tratta di devote, divinità o sacerdotesse?
Alcune fonti sembrano però offrire elementi a favore dell’ipotesi in commento.
A Tanaquilla, nobildonna di Tarquinia e moglie di Lucumone, vengono attribuite competenze divinatorie sia con riferimento all’ascesa al trono di Roma del marito (con il nome di Tarquinio Prisco) che con riguardo a quella del successore Servio Tullio (Livio I, 34,4; I, 39,9; Dionisio di Alicarnasso III, 47,4).
Gli autori antichi in particolare sottolineano come le conoscenze divinatorie nel mondo etrusco appartenessero anche alle donne (dell’aristocrazia) e che venissero tramandate nell’ambito della famiglia di appartenenza.
Lucilio (in Servio, Aen. 10, 184) parla delle prostitute di Pyrgi (“scorta Pyrgensia”), porto di Caere. A questo proposito con riguardo alle diciassette cellette precedute da piccoli altari quadrati individuate sul lato sud del cosiddetto Tempio B (VI secolo a.C.), è stata avanzata l’ipotesi della presenza di un collegio sacerdotale femminile, legato alla prostituzione sacra nel santuario locale dedicato alla dea Uni/Astarte (in questo senso, Colonna). Le cellette corrisponderebbero forse alle camere delle cosiddette ierodule.
Nel cd trono Lippi, rinvenuto nella tomba Lippi 89/1972 (VIII – VII secolo a.C.) di Verucchio, sono rappresentate tra l’altro scene di cerimonie e rituali. Nel registro inferiore della spalliera del trono ligneo sono incise due figure di alto lignaggio, un uomo ed una donna, su due carri a quattro ruote seguiti da cortei. I due cortei procedono (uno da destra, l’altro da sinistra) verso un edificio (santuario?) recintato dove due figure femminili di grandi dimensioni stanno celebrando una sorta di rito (scena centrale). Le due protagoniste recano in mano degli oggetti che sembrano gli stessi: la mano sinistra tiene in orizzontale un oggetto di forma trapezoidale con quattro appendici divergenti di diversa lunghezza; la mano destra impugna orizzontalmente un oggetto con immanicatura bilobata, forse un coltello. L’azione delle due figure femminili è protetta, quasi preclusa alla vista, da un gruppo di guerrieri armati di elmo, scudo di notevoli dimensioni e lancia. Si potrebbe trattare della rappresentazione di un rito svolto da parte di due sacerdotesse in un santuario all’aperto, forse comportante un sacrificio.
Nella tomba delle Bighe di Tarquinia (databile al 490 a.C.) sono dipinte delle tribune lignee su cui sono seduti spettatori, uomini e donne, che assistono ai giochi che si svolgono in onore del defunto. In una delle tribune (quella dipinta nella parete destra della tomba) in prima fila vi è una donna di rango sontuosamente vestita (e velata) con la mano sinistra sollevata verso i giochi. Anche sulla scorta di quanto riferito da Pausania (VI, 20, 8), che riferisce cha la sacerdotessa Demetra Chamina presiedeva ai giochi olimpici, si è ritenuto di poter identificare nella donna una sacerdotessa che aveva la funzione di aprire i giochi.
Sarcofago cd. della “Sacerdotessa” (dal III secolo a.C.), esposto presso il Museo di Barbarano Romano. Proviene da una tomba in località San Simone, presso la Necropoli etrusca di San Giuliano. Sul coperchio è distesa la defunta riccamente abbigliata (mantello e corona sulla testa). Nella mano sinistra tiene un vasetto, forse un alabastron, nella mano destra una patera da cui beve un animale accovacciato, probabilmente un cerbiatto o un cagnolino.
Sarcofago (databile al III secolo a.C.) proveniente dalla tomba del Triclinio di Tarquinia (conservato presso il British Museum). La defunta, distesa supina, porta al collo un torques gallico ed una preziosa collana con cinque bulle. Indossa un lungo mantello ed al suo fianco sono rappresentati un tirso, un kantharos ed un capretto.
L’abbigliamento, gli oggetti e gli animali rappresentati sui coperchi dei due sarcofagi farebbero pensare a sacerdotesse di Fuflns/Bacco.
Su alcune deposizioni femminili di Vulci si ritrova il termine hatrencu: si tratta di dodici casi e ben sei volte l’espressione figura su iscrizioni relative ad altrettanti sarcofagi della tomba delle Iscrizioni (IV secolo a.C.) articolata in sei camere. Nell’ipogeo composto da sei camere erano sepolte diverse famiglie. Le donne scolpite sui coperchi della tomba delle Iscrizioni indossano un alto cappello e i capelli sembrano disposti in modo rituale, con sei ciocche in ciascun lato della testa. Due delle donne iscritte hatrencu non furono sepolte insieme al marito e ai figli, ma accanto ad altre donne appartenenti a famiglie diverse, comunque qualificate con lo stesso titolo, come se il loro legame fosse considerato più rilevante di quello familiare. Secondo una teoria il termine potrebbe riferirsi ad un collegio legato ad un culto femminile dedicato alla fertilità femminile ed al matrimonio (in questo senso Sybille Haynes e Marjatta Nielsen).
Da quanto sopra sembrerebbe quindi che in Etruria le funzioni sacerdotali fossero svolte anche dalle donne dell’aristocrazia, oltre che dagli uomini. Le competenze attribuite alle sacerdotesse potevano riguardare la pratica divinatoria, i culti bacchici e quelli legati alla fertilità femminile. In alcuni casi poteva trattarsi anche di collegi documentati solo in una città (hatrencu a Vulci).

Sulle sacerdotesse etrusche cfr. tra l’altro:
– Ilaria Barison, Corporazioni e collegi Sacerdotali femminili in Etruria e nel Veneto. Un problema aperto, 2013 (Università Ca Foscari Venezia, Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’antichità: Letterature, Storia e Archeologia, Anno Accademico 2011/2012, Tesi di laurea di Ilaria Barison, Relatore Chiar Prof Adriano Maggiani);
– Elisabetta Govi, Chiara Pizzirani Testimonianze di collegi in Etruria tra epigrafia e archeologia, 2021;
Guerriero e Sacerdote Autorità e comunità nell’età del ferro a Verucchio. La Tomba del Trono, a cura di Patrizia von Eles, All’Insegna del Giglio, 2002, pagg. 241 e ss.;
Le donne in Etruria a cura di Antonia rallo, L’Erma di Bretschneider, 1989, pagg. 155-156;
– Francesca Pontani, Il sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano, 26 gennaio 2016 sul sito internet MuseoArcheologicoBarbaranoRomano;
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 364 – 365 (sul termine hatrencu).

Di seguito riproduzione della tomba delle Bighe (particolare parete di fondo, tribuna di sinistra) tratta da Le Donne in Etruria, cit., tav LXVII, immagini del sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano e del trono Lippi, disegno del tempio B e delle cellette di Pjrgi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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