Giuliano Confalonieri, ArcheoSiria.

Pubblicato il : 29 Ottobre 2012

Vandali, barbari, guerre, calamità naturali: tutto contribuisce a menomare il patrimonio artistico dell’umana società. La cronologia di questo genere di avvenimenti segue di pari passo la nascita e la morte delle civiltà antiche e moderne. La nostra storia è fatta di innumerevoli vicende che hanno contribuito alla distruzione di preziosi reperti, grandi e piccoli. In molte località del mondo rimangono, integre o lacerate, le testimonianze di popoli creativi; durante i moti rivoluzionari di molte nazioni, l’incosciente voglia di radere al suolo ogni oggetto che ricordi il passato ha danneggiato le fatiche di un passato non più gradito.
Nel 2012 è tornata alla ribalta la Siria – già nelle cronache al tempo di Lawrence d’Arabia quando entrò vittorioso nella città di Damasco alla testa delle truppe beduine contro i turchi nella prima metà del XIX secolo – bombe e ladri cancellano i tesori archeologici perché le battaglie si svolgono tra i resti greco-romani e perché i templi e le fortezze vengono depredate per conto dei mercanti d’arte. Così è successo in Egitto, tra i resti Maya ed Aztechi, tra le rovine precolombiane, in Grecia, in Turchia fino al Giappone ed alla Cina. Nel volume ‘Anatomia della distruttività umana’ edito nel 1973 da uno dei maestri della psicoanalisi (Erich Fromm nato a Francoforte nel 1900) afferma – ricollegandosi a Freud – che nell’uomo operano forze delle quali spesso non è consapevole perché gli impulsi sono inconsci.
Non è una scusante sufficiente per tutte le azioni malvagie che avvengono ogni giorno in ogni angolo del globo poiché siamo l’unica creatura dotata dell’aut-aut kierkegaardiano, una possibilità di scelta che ci obbligherebbe al raziocinio positivo. Invece le battaglie si susseguono e si intensificano nel corso dei secoli: una statistica empirica riporta che nel ventennio finale del 1400 sono state una decina, dal 1900 al 1940 sono state quasi 1.000, incremento dovuto all’aumento della popolazione ed ai conflitti non più limitati alle tribù ma ad intere nazioni. Le rivendicazioni nazionalistiche intrise d’odio, il terrorismo e la violenza sulla persona, lo sfruttamento delle masse da parte delle multinazionali, la supposta diversità dovuta al colore della pelle, la scalata alle tre esse (sesso, soldi, successo), sono tutti motivi per incentivare il dissidio nelle varie società. I quotidiani sono zeppi di notizie negative, dallo stupro alle rivolte, dalle prevaricazioni al terrore per la propria incolumità.
Varie etnie sono sottoposte al costante assillo della paura pungolando intere famiglie alla fuga, profughi con un avvenire incerto, esodi biblici senza speranza in un Dio misericordioso. Dobbiamo già combattere contro le calamità naturali in costante aumento, contro epidemie di ogni genere per l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo: ciononostante siamo costantemente alla ricerca del proprio benessere a danno degli altri e la notissima locuzione In nome di Dio è tra le responsabili di condotte immorali, dove il male primeggia sul bene. Le guerre sono aggressioni strumentali delle classi politiche ed economiche dominanti, dimentiche della fratellanza predicata da Francesco d’Assisi.
Ecco un passaggio tratto dal volume di Fromm: L’aggressione biologicamente adattiva serve alla vita; in linea di principio, si intende sotto l’aspetto biologico e neurofisiologico, anche se abbiamo bisogno di molte altre informazioni in proposito. È una pulsione che l’uomo condivide con altri animali, sebbene vi siano certe differenze che sono state discusse in precedenza. La caratteristica dell’uomo è che può essere trascinato dall’impulso di uccidere e di torturare, provando voluttà; è l’unico animale che può uccidere e distruggere membri della propria specie senza alcun vantaggio razionale, né biologico né economico. L’aggressione maligna è specificamente umana e non deriva dall’istinto animale. Non contribuisce alla sopravvivenza fisiologica dell’uomo, ma è un elemento importante del suo funzionamento mentale. È una di quelle passioni potenti e dominanti in certi individui e culture: la distruttività è una delle possibili risposte a esigenze psichiche radicate nell’esistenza umana originata dall’interazione di varie condizioni sociali con i bisogni esistenziali dell’uomo.
In Siria le battaglie si svolgono tra i resti greco-romani: il teatro romano di Bosra, il Krak dei Crociati tra Aleppo e Damasco (Lawrence d’Arabia definì la fortezza meglio preservata e più affascinante della terra), gli splendidi mosaici d’epoca romana di Apamea custoditi nel caravanserraglio costruito dai turchi nel XVI sec. e trasformato in museo, il monastero di Saidnaya a 20 km. da Damasco del VI secolo. Centinaia di centri greco-romani nella campagna di Aleppo, all’epoca cuore intellettuale del paese, sono stati incendiati; archeologi volontari tentano di catalogare le risorse storiche dei villaggi ma i ribelli si nascondono tra le rovine, stanati con le granate: altro scempio del patrimonio di un antico passato (Freud ritiene che l’odio sia più antico dell’amore e molti esempi potrebbero dimostrare questa tesi) viene effettuato dai razziatori che, addirittura con le ruspe, strappano le lastre dei templi tanto da riempire con vari souvenir i negozi turchi e giordani a disposizione dei turisti e dei collezionisti d’arte, così come i rivestimenti delle piramidi di Giza (Cheope, Chefren, Micerino) sono servite a codificare molti edifici della capitale egiziana.
I siti archeologici sono stati trasformati in campi militari e in postazioni per l’artiglieria, il territorio è interrotto da trincee, le truppe governative hanno occupato il castello di epoca romana vicino alla città di Palmira, i carri armati sono parcheggiati nella Valle delle Tombe, il museo di Homes è stato svuotato. Se pensiamo che negli anni Novanta del secolo scorso il regime siriano propagandava la realizzazione di 25 musei disseminati sul territorio e confrontiamo il progetto con la situazione del 2012, la dicotomia è talmente evidente da diventare banale. Le uccisioni ed i saccheggi hanno causato nel frattempo 20.000 morti su una popolazione di quasi 20 milioni.            

Autore: Giuliano Confalonieri, giuliano.confalonieri@alice.it

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