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Anna Laura TROMBETTI, Carlo TRONCHETTI, I FENICI: gli uomini della porpora.

Fenici è il nome dato dai Greci alla popolazione originaria della regione corrispondente all’attuale Libano. Il termine greco phoinikes, strettamente collegato al vocabolo phonix (cioè “rosso porpora”), indica che già nell’antichità i Fenici erano ricordati come “gli uomini della porpora”.

Dal 1200 a.C., in seguito ad alcuni mutamenti politici nell’area, emergono come sempre più caratterizzate quelle città costiere che possiamo, da allora, definire fenicie.

Questi centri costieri saranno il punto di partenza di un’espansione economica e politica senza precedenti. Cercando e creando nuove rotte commerciali, i Fenici si fecero portatori di nuovi saperi, di nuove conoscenze, di nuove ricchezze, portando per la prima volta un po’ dell’oriente mediterraneo in cui erano fiorite le grandi civiltà antiche, nelle regioni occidentali; una colonizzazione pacifica e duratura, anche se alla fine destinata a soccombere di fronte all’emergere del grande impero di Roma; un incontro con una popolazione all’avanguardia in molti settori economici e produttivi, ma anche culturali, che, mossa da una vocazione naturale al commercio e alla navigazione, sembrava non volersi porre limiti nell’estensione del proprio dominio marittimo.


LE ATTIVITÀ ECONOMICHE: COMMERCIO, INDUSTRIA E ARTIGIANATO
Traffici commerciali delle città fenicie sono attestati sin dalla fine del II millennio a.C.: essi interessavano le regioni del Mediterraneo orientale, in particolare Cipro, le coste dell’Anatolia, l’Egitto. L’Antico Testamento riporta i patti stretti tra Salomone e il re di Tiro in vista della costruzione del Tempio di Gerusalemme: per la sua edificazione si ricorse prevalentemente a materiale proveniente dal Libano, in particolare il legno dei celebri cedri libanesi.
Le rotte commerciali permettevano ai Fenici di svolgere anche un ruolo di intermediari, caricando merci per conto di altri stati: in particolare, le navi fenicie sarebbero state uno dei principali vettori della vendita di schiavi lungo le coste del Mediterraneo orientale.

Nel corso del I millennio a.C. la ricerca di nuovi orizzonti commerciali spinse i Fenici sempre più a occidente. Ancora priva di finalità politiche, la fondazioni di empori stabili era volta alla creazione di un collegamento permanente per l’importazione delle materie prime. Solo successivamente i centri portuali dell’occidente si trasformarono in vere e proprie città, grazie anche all’utilizzo demografico delle popolazioni autoctone, come è possibile riscontrare per quanto riguarda l’espansione punica.

Con Cartagine si assisterà a una evoluzione ulteriore, con la la creazione di un impero non solo commerciale ma anche politico, che aggregava sotto la guida della colonia nord africana tutte le colonie fenicie occidentali.
Di pari passo con la grande abilità nella navigazione e nel commercio era quella nella lavorazione delle materie prime: avorio e osso, pietre e metalli preziosi, ceramica, vetro e legno, utilizzato prevalentemente per la costruzione navale. L’attività mineraria conobbe un notevole salto di qualità grazie ai Fenici, che improntarono nuove tecniche di estrazione e di trasformazione dei metalli.

LA PORPORA
Una menzione particolare merita l’attività manifatturiera che più ha caratterizzato e reso famosi i Fenici, al punto da dare loro lo stesso nome: l’industria della porpora.

La creazione di un pigmento indelebile color rosso porpora era volto alla tintura di stoffe (lino e lana) prodotte localmente oppure importate (soprattuto dall’Egitto), con la creazione di un prodotto di altissimo pregio, poi esportato. La tintura porpora era già praticata in area minoica, ma in questo ambito l’apporto dei Fenici fu fondamentale sia per l’affinamento delle tecniche di estrazione, sia per la successiva commercializzazione su larga scala. Il pigmento era estratto da una varietà di molluschi reperibile con facilità lungo le coste di tutto il Mediterraneo, che subivano una lavorazione meticolosa: in particolare si estraevano le ghiandole ipobranchiali, che erano poi riversate in ampie vasche generalmente poste ai margini dei centri abitati. Da esse si estraeva un liquido incolore che, durante un periodo di macerazione, assumeva la tipica pigmentazione e a cui si aggiungeva poi acqua di mare per diluirlo e ottenere le diverse gradazioni di colore (dal rosso al viola). Seguiva un processo di purificazione della tintura, che veniva poi bollita per circa dieci giorni fino all’ottenimento del colore prescelto e poi filtrata. Di questa imponente attività (erano necessari quantità enormi di molluschi) rimangono, in prossimità dei centri fenici, grandi cataste di gusci dei molluschi utilizzati.

LA COLONIZZAZIONE
Il consolidamento di alcuni stati (soprattutto Israele, che diventò un ostacolo ai possibili traffici commerciali via terra, e l’Egitto, che da principale partner commerciale delle città fenicie si trasformò ben presto nel maggior contendente nelle rotte del Mediterraneo orientale) spinse i Fenici a cercare nuovi sbocchi per i propri commerci, dando il via a un processo di proiezione marittima verso il Mediterraneo occidentale. Periodi di convivenza pacifica alternati a guerre e politiche espansionistiche si ebbero con gli Assiri, poi dal VII secolo a.C. con i Babilonesi, dalla fine del VI secolo con i Persiani, infine con Alessandro Magno, che nel 333 a.C. sconfisse a Isso l’esercito persiano. Ma le città fenicie persero la propria autonomia con l’avvento di Alessandro Magno il quale, con la creazione del suo grande impero portò al lento deteriorarsi della vitalità delle città fenicie, destinate a entrare a tutti gli effetti nella sfera ellenistica.
La più antica colonia fenicia risulta essere Cartagine che, secondo i racconti (confermati dai ritrovamenti archeologici), fu fondata nell’anno 814 a.C da alcuni abitanti di Tiro, giunti sulle coste nord-africane, nei pressi dell’odierna Tunisi; ciò conferma la precedenza, anche se solo di alcuni decenni, della colonizzazione fenicia rispetto a quella greca nel Mediterraneo occidentale (la prima colonia greca attestata è infatti Ischia, fondata nel 775 a.C.). La costante ricerca di metalli portò i Fenici assai lontano dalla terra natia: se argento e bronzo provenivano prevalentemente dalla penisola iberica, l’oro venne cercato anche in Africa, e per trovare ricchi giacimenti di stagno, navi fenicie giunsero fino alla Bretagna e alla Cornovaglia. Presenze fenicie sono attestate dall’VIII secolo a.C. a Malta e in Sicilia.
Più consistente fu la penetrazione fenicia in Sardegna, le cui prime attestazioni risalgono all’VIII secolo (Tharros e Sulcis). In Sardegna la dominazione fenicia raggiunse l’apice sotto il dominio di Cartagine nel V e IV secolo a.C., quando la potenza punica controllava di fatto tutta l’isola.
Altrettanto densa la presenza fenicia in Spagna, dove Cadice e Ibiza furono, probabilmente, il punto di partenza di una colonizzazione più diffusa.

GLI ‘UOMINI CHE VIVONO IN MARE’
I Fenici finirono ben presto per diventare, agli occhi dei contemporanei, la rappresentazione quasi ‘tipica’ dei navigatori commercianti: per Plinio il Vecchio furono i primi a inventare l’osservazione astronomica ai fini della navigazione e i Cartaginesi sarebbero stati addirittura gli inventori degli scambi commerciali via mare; il greco Appiano giunse a definire i Cartaginesi “uomini che vivono in mare” (thalassobiotoi). Gli storici dell’antichità ricordano episodi quasi leggendari, come la circumnavigazione dell’Africa da oriente a occidente in tre anni, il viaggio del cartaginese Annone alla fine del V secolo a.C. fino all’attuale golfo di Guinea, o quello di Imilcone verso la Gran Bretagna. Alcune leggende vorrebbero che i marinai Fenici giungessero fino all’altra sponda dell’Atlantico, in esplorazione continua di nuove rotte commerciali, segno, comunque, della fama di cui essi godevano presso i contemporanei.
Grande abilità era riconosciuta ai Fenici anche in campo cantieristico navale: ad essi gli storici antichi fanno risalire la costruzione della triremi (che grazie ad alcuni accorgimenti tecnico-costruttivi permetteva un notevole miglioramento della navigazione e che divenne la principale imbarcazione da guerra dell’antichità) e della tetrera (l’imbarcazione simbolo della flotta cartaginese, protagonista delle battaglie navali contro Roma). La loro fama di esperti navigatori è confermata anche dal fatto che la costellazione dell’Orsa Minore, principale punto di orientamente durante la navigazione notturna (al contrario dei Greci, che in mare avevano come punto di riferimento l’Orsa Maggiore), era chiamata in antichità Stella Fenicia.

LE CREDENZE RELIGIOSE
Il complesso delle credenze religiose fenicie si definisce come sistema politeistico in cui si adorano esseri divini rispondenti ai vari bisogni dell’uomo; esistono così alcune divinità maggiori, legate ai momenti e alle necessità centrali dell’uomo, e un vario numero di divinità minori, legate ad ambiti meno fondamentali nell’esistenza umana. In linea di massima si nota la prevalenza di divinità femminili legate al culto della fertilità, dell’abbondanza, dell’amore, ma anche della guerra (tra esse Astarte, Tanit, Balaat). Il rito religioso era strettamente connesso con l’attività politica; numerosi regnanti appaiono avere anche compiti sacerdotali. In alcuni casi sembra che i sovrani ritenessero più caratterizzante il loro ruolo religioso che quello regale propriamente detto. Particolarmente collegato al culto di Astarte era la presenza di prostitute sacre, che alcune fonti riterrebbero riservate esclusivamente agli stranieri. La prostituzione sacra era mezzo di arricchimento del santuario, a cui la ‘parcella’ era devoluta interamente.
La religione fenicia è famosa anche per un tipo particolare di santuario: il tophet. Un tempo ritenuto il luogo dove venivano deposti i fanciulli primogeniti delle famiglie più importanti, sacrificati per la prosperità della città, adesso è riconosciuto come una necropoli-santuario dove erano sepolti i resti incinerati dei bambini nati morti o deceduti subito dopo la nascita, accompagnati da resti di piccoli animali. La credenza dell’immolazione dei fanciulli sorse sulla base di alcune fonti che riferiscono, ma solo in casi di eccezionale gravità, il compimento di un tale sacrificio.
Dal punto di vista religioso, i resti archeologici testimoniano il culto di diversi dei del pantheon fenicio; tra questi compare Sid, spesso chiamato “potente e padre”, cui corrisponde il culto del Sardus Pater, divinità piuttosto oscura, riconducibile probabilmente ad una figura divina indigena. È attestato anche il culto di altre divinità: di derivazione punica sarebbe l’adorazione di Tanìt, dea riconducibile alle romane Giunone e Diana; Baal, il dio supremo riconducibile al sole che nei secoli aveva preso in parte il posto del più antico El; e poi Astarte, che i Greci identificarono con Afrodite, e altre divinità di derivazione locale dai pantheon delle singole città stato fenicie.

L’ALFABETO
Una lunga tradizione, risalente già allo storico greco Erodoto, ascrive ai Fenici il merito di avere inventato l’alfabeto, una scrittura cioè semplice e fonetica. In realtà, gli studi più recenti hanno dimostrato l’esistenza di un alfabeto consonantico in area siriaco-palestinese, o meglio cananea, prossima, quindi, alla civiltà fenicia, ma non coincidente con essa. Tale forma alfabetica, entrata in contatto con il mondo fenicio, avrebbe subito poi alcune mutazioni, dando vita all’alfabeto fenicio propriamente detto, formato da 22 consonanti (le vocali nell’alfabeto saranno introdotte dai Greci).
Indubbia è stata però la diffusione operata dai mercanti fenici della nuova forma grafica; attraverso gli scambi commerciali, l’alfabeto fenicio fu esportato in tutte le colonie, ma passò anche al mondo greco, e da qui all’Italia.

I FENICI IN SARDEGNA
SRDN. Così i Fenici chiamavano la Sardegna, come ci testimonia la stele di Nora rinvenuta nel sito archeologico presso il comune di Pula. La Sardegna fu ampiamente interessata dal movimento colonizzatore, con centri che rientrano a pieno titolo nella fondazione di città – colonie, privilegiando l’area sud-occidentale dell’isola, tendenza che fu poi mantenuta ampiamente attiva anche in una seconda fase, più specificatamente punica, in cui la dominazione di Cartagine, attuata anche con una conquista militare (rivolta con ogni probabilità anche contro i Fenici delle colonie già esistenti), attrarrà le colonie fenicie di Sardegna in un ambito commerciale e politico facente capo al Nord Africa. 
È poco prima della metà dell’VIII secolo a.C. che si può ritenere conclusa la prima fase (precolonizzazione) e far iniziare quella della colonizzazione vera e propria.

Così, tra la metà dell’VIII secolo e la metà del VII secolo a.C. sorgono in Sardegna alcuni grandi centri fenici: Cagliari, Nora, Tharros, Sulcis, Monte Sirai, Bitia….
Pur mancando fonti certe sulla strutturazione amministrativa delle colonie di Sardegna, è certo che la fondazione di grandi empori commerciali costieri stabilì una nuova economia per l’isola, che, se interessò prevalentemente le città fenicie, certo riguardò di riflesso anche la popolazione paleosarda stanziata prevalentemente nell’entroterra. I centri fenici di Sardegna aprirono l’isola al commercio internazionale su una scala assai più ampia di quanto non fosse stato fino ad allora, con la conseguente importazione di merci (ma con le merci viaggiavano anche idee, conoscenze, tecniche, credenze) orientali, greche, egiziane, etrusche e nordafricane.

La presenza fenicia sviluppò ulteriormente inoltre nell’isola una cospicua attività di estrazione dei metalli, di cui la Sardegna era ricca.
Le coste sarde interessate dall’insediamento fenicio assunsero i caratteri che erano già propri delle coste del Libano: città fondate su promontori (come Tharros e Nora), o su isolette prospicenti la costa (come Sulcis), o nei pressi di lagune e saline (come Cagliari e Bitia).
Una fase successiva, avviata da Cartagine tra V e III secolo a.C., portò al controllo di quasi tutta l’isola e alla prenetrazione nell’entroterra. Nel 238 a.C. la Sardegna passerà a Roma, ponendo fine al dominio politico fenicio-punico sull’isola, ma non a quello culturale, le cui influenze proseguiranno anche sotto il dominio romano.
Pochi i dati su cui riflettere per quanto riguarda la convivenza tra i nuovi venuti e la popolazione indigena paleosarda, espressasi soprattutto nella civiltà nuragica.

Rapporti pacifici, si direbbe, sia per il tipo di insediamento proprio dei Fenici, sia per le differenze culturali che caratterizzavano, almeno inizialmente, le due popolazioni. Un chiaro esempio può venire dal modello insediativo differente: al modello paleosardo di villaggio formato da abitazioni a pianta circolare, vicine, ma probabilmente mancanti di strutture ‘connettive’, ‘di servizio’, si contrappone il modello urbano delle fondazioni fenicie, con edifici a pianta rettangolare che, posizionati tra di loro, danno vita a spazi comuni che connotano, ancora per noi, l’idea stessa di città. Da questo punto di vista, le relazioni sono scarse: nei casi in cui l’insediamento fenicio andava a sovrapporsi a un precedente nucleo abitativo, i Fenici non facevano altro che radere al suolo le forme circolari per ricostruire i propri centri nelle forme a loro più familiari; una continuità edilizia è invece riscontrabile nelle cinte fortificate, che in ambito coloniale ricalcavano spesso il tracciato circolare di emergenze precedenti.
Particolarmente interessanti i ritrovamenti di gioielli: quelli rinvenuti nei siti sardi sono stati i più studiati tra quelli riconducibili alla civiltà fenicia nel suo insieme. Riconducibili anche a una sfera magico-religiosa, i gioielli fenici di Sardegna offrono una esplicita e suggestiva panoramica sulla capacità artigianale e orafa di questo popolo; quasi stupisce la presenza di gioielli di tale bellezza e di così alta raffinatezza, l’esecuzione ricercata, i temi iconografici orientali e cartaginesi che caratterizzano così marcatamente i gioielli ritrovati in Sardegna, e soprattutto a Tharros. Accanto ai gioielli propriamente detti, i siti fenici hanno riconsegnato anche in Sardegna un ampio numero di amuleti, tra cui i celebri scarabei, di evidente ispirazione egiziana, per cui è quasi certo si giunse a una produzione su larga scala, di oggetti quindi di scarso valore artistico, prodotti in serie per finalità religiose e apotropaiche, e per cui è piuttosto accertato che, all’importazione, si affiancò una produzione locale.
I celebri rasoi fenici, caratteristici dell’area occidentale, sono presenti in Sardegna come prodotti importati prevalentemente dalla Spagna o da Cartagine, e non di una produzione locale, confermando ancora una volta il ruolo di mercato ricettivo che le colonie fenicie di Sardegna svolgevano nell’economia fenicia e mediterranea occidentale. Analogo discorso è da farsi per gli oggetti in vetro, le cui numerose tipologie presenti nel’intero mondo fenicio sono tutte attestate anche in Sardegna.

LE PRINCIPALI COLONIE FENICIO-PUNICHE DI SARDEGNA
CAGLIARI
La presenza nell’area di una vasta area di mercato e la particolare conformazione territoriale (il grande golfo rivolto a meridione, gli stagni navigabili, i promontori naturali) furono le motivazioni che attirarono i Fenici nell’area cagliaritana.

L’antico nome di Càralis, di origine paleosarda o fenicia, indicherebbe la presenza di più scali commerciali fenici. Senza dubbio alcuni di essi erano presso Capo S. Elia, ove si trovava anche un tempio dedicato al culto di Astarte; altri erano siti sulla costa occidentale della laguna di Santa Gilla. Di età punica sono due imponenti necropoli, poste al colle di Bonaria e al colle in contrada Tuvixeddu. L’importanza di Cagliari fenicia è attestata anche dal processo di irradiazione degli insediamenti nelle sue vicinanze, nonché dal ruolo successivo alla conquista romana. Proprio la continuità insediativa, mai interrotta fino a oggi, rende quasi impossibile la percezione dell’antica città fenicia.

THARROS
La colonia di Tharros fu fondata sul promontorio di Capo S. Marco attorno all’VIII secolo a.C., in un sito ad alte potenzialità economiche, rispondente ai criteri urbanistici fenici e già abitato dalla popolazione paleosarda, ma abbandonato da almeno due secoli. La particolare posizione, che la rendeva punto di partenza delle vie di collegamento con l’interno, potrebbe avere reso Tharros testa di ponte della conquisa territoriale attuata da Cartagine; certo è che la dominazione punica influì anche sullo stesso abitato di Tharros, rendendolo un centro urbano più evoluto rispetto all’emporio commerciale fondato dai Fenici (VI secolo a.C.). Gli scavi hanno restituito necropoli, tophet, templi, aree abitative, le strutture dei porti; gli oggetti rinvenuti sono tra i più ricchi e belli, particolarmente tra i gioielli, di derivazione vicino-orientale.

Tutti questi elementi confermano il ruolo centrale di Tharros nella rete commerciale mediterranea e i suoi rapporti strettissimi con l’area tirrenica e con il Vicino Oriente. Alcuni ritrovamenti hanno messo in luce temi e stili locali reinterpretati alla luce della sensibilità fenicia, confermando il rapporto di scambio che necessariamente dovette instaurarsi tra le popolazioni paleosarde e i fenici.

SULCIS (SANT’ANTIOCO)
Sull’isola di Sant’Antioco, abitata già in età precedente, sorgeva l’antica città di Sulcis, di dimensioni notevoli, fortificata, con porti e grandiose necropoli. La sua posizione era strategica, oltre che da un punto di vista commerciale, per la presenza di miniere di piombo; dai suoi porti si imbarcava il piombo argentifero estratto nelle miniere della zona. L’isola era collegata alla terraferma da un istmo in parte artificiale. I due porti, con diverse caratteristiche fisiche, permettevano l’approdo di piccole imbarcazioni come di navi di grosso tonnellaggio. L’insediamento abitativo e le due necropoli erano circondati da una cinta muraria; al di fuori di esse sorgeva un tophet. I ritrovamenti hanno portato alla luce numerosi resti ceramici di provenienza non solo fenicia; particolarmente frequenti sono testimonianze artigianali cipriote, tanto da far ritenere ad alcuni studiosi che alla fondazione di Sulcis avessero partecipato individui di tale provenienza. La città di Sulcis rappresenta, con Cagliari e Tharros, il più caratteristico legame urbano con l’oriente fenicio.

NORA
Situata presso il capo di Pula, dunque ancora una volta su un promontorio, Nora è uno degli insediamenti stabili più antichi in Sardegna, secondo le fonti classiche indubbiamente il più antico. Qui si sono ritrovati resti di un centro abitato, di una necropoli e di un tophet. La sua importanza è data anche da alcune scoperte archeologiche (tra tutti la famosa stele di Nora, in cui compare il nome SRDN).

L’abitato era circondato da tre porti, che farebbero pensare a una quanto meno discreta attività commerciale dell’insediamento. Le strutture edilizie rinvenute (in parte sommerse) fanno ritenere che un centro fenicio fosse già attivo alla fine dell’VIII secolo a.C., confermando quindi l’antichità della colonia.

BITIA
L’abitato fenicio di Bitia sorgeva sulle pendici di un colle prospicente un piccolo porto naturale. Gli scavi hanno restituito una necropoli di età punica e un tempio punico con una colossale statua di Bes; all’attività mercantile-portuale, si affiancava probabilmente quella artigianale di produzione di statuine votive.

OLBIA
La sua fondazione è di data incerta; quello che si sa è che, nel IV e III secolo a.C. Olbia era il baluardo cartaginese nel nord della Sardegna. Da qui partiva la penetrazione nell’entroterra nordorientale. I resti ritrovati sono pochissimi: alcune iscrizioni, le tracce di un tempio e due grandi necropoli.


Autore: Anna Laura Trombetti, Carlo Tronchetti
Cronologia: Protostoria

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