TEANO (Ce). Le sfingi del Duomo.

Pubblicato il : 2 Gennaio 2012
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Nell’atrio del duomo di Teano due sfingi di granito rosa di Assuan, levigate dal tempo,stanno lì pacificamente ad attendere una riproposizione che le valorizzi in chiave scenografica. Il Vescovo è d’accordo, il prelibato architetto episcopale pure. Si attende solo l’ora di Dio.
Le ho riviste da poco, tra guizzi d’ombra e lame di luce, visionaria potenza evocatrice di uno straordinario Egitto faraonico, echi delle profondità alchemiche di una ritrovata giovinezza, nitide, belle, lucide d’una sottile, placida pioggia d’inverno. Iside era venerata anche a Teano, dove le fu costruito un monumentale complesso di culto con fondata certezza di aspetto nobile e maestoso, con largo impiego di materiali di grande effetto. Un iseion, come era definito il santuario dove si celebravano i riti e le devozioni della dea del Nilo, mutuate da una irresistibile contaminazione tolemaico-ellenistica.
Già il Can. De Monaco, a metà degli anni ’60 del secolo scorso, aveva acutamente avanzato nel suo inossidabile Teano osco e romano l’ipotesi dell’esistenza di un Serapeion come a Pozzuoli, sottoposto o eretto nei pressi del nostro duomo.
Tale asserzione è autorevolmente confortata oggi dal prof. Sirano, anche con la rivisitazione degli acuti scritti dell’archeologo Werner e del De Caro. Durante la ricostruzione della cattedrale, infatti, si ritrovò una platea in blocchi tufacei ascrivibile alle fondazioni di un edificio pagano preesistente (Johannowsky, Relazione preliminare sugli scavi di Teano, Boll. Arte 1963, pag. 131, nota 7).
Come se non bastasse, la cattedrale stessa presenta testimonianze evidenti e, alcuni documenti materiali marmorei del giardino dell’episcopio ne fanno fede. Di considerevole potenza evocativa, due poderose granitiche sfingi sono poste tuttora a sentinella della porta maggiore del Duomo come già dovettero esserlo del fastoso Iseion. Due bei micioni accosciati, imperturbabili e solenni, abbastanza ben conservati a dispetto delle ingiurie del tempo e degli uomini osservano con impassibile noncuranza il fluido avvicendarsi di fedeli, pellegrini, visitatori e curiosi occasionali che penetrano ignari le ombre e le luci del maggior tempio della diocesi. Sono entrambe su due bassi plinti, in postura ieratica, il corpo felino dalle forme naturalistiche scultoreamente modellate, la tenue curva della criniera sottilmente scolpita. La coda risulta ritorta sul corpo. La testa umana dalle grandi orecchie a sventola abbozza un enigmatico sorriso. Quella di sinistra risulta, invero, discretamente erosa. Logorata da calamità, consunta dal tempo o più semplicemente incompiuta?
La sfinge, che di solito riproduceva il volto del Faraone del tempo, nel nostro caso rivestiva funzione apotropaica, in parole povere serviva a evitare un influsso magico negativo. Non dimentichiamo il rilievo preponderante e ossessivo che i rituali magici rivestivano nell’Egitto faraonico, affiancandosi a una fervida religiosità paludata di mistero e fluttuazioni fortemente mistiche (vedasi Hilary Wilson, I segreti dei geroglifici, Roma 1988, o il più famoso Boris de Rachewiltz, Egitto Magico religioso, Città di Castello 1997, o ancora il mio indimenticato maestro di egittologia Claudio Barocas, L’antico Egitto, Roma 1984, tanto per dare qualche sommaria indicazione).    
Prodotti in due o più esemplari questi fantastici animali erano posti ai lati di strade o ingressi. realizzati per lo più in granito o altre varietà di pietra colorata. Le nostre sfingi trovano una solida verosimiglianza con quella riproducente il volto insondabile e magniloquente di Amenhemat II, ureo, barba finta e cartiglio imperiale a parte, simboli ufficiali della divina regalità.
Diversi ritrovamenti archeologici nell’area della cattedrale, potrebbero trovare logica giustificazione nella presenza di veterani, convertiti durante il servizio militare in Oriente, con la  frequentazione assidua di Teano, cosmopolita e strategicamente vitale, da parte di mercanti e una fauna eterogena di orientali e anche con la presenza forse stabile di comunità levantine.
Altri possibili segni dell’esistenza di uno splendido Iseion decorato da marmi esotici e altri materiali di valore li troviamo negli urei inseriti negli ombrosi recessi della fin troppo trascurata cripta di S. Paride, in quelli infissi nella parete del campanile ripartiti da un sistro, strumento rituale usato dai fedeli e dai sacerdoti della dea. Ancora possiamo scorgerne tracce nella ciclopica base modanata in granito ritrovata nel 1960, sepolta sotto il pavimento della cantoria, ora nel giardino episcopale che funge da portavasi. Ritroviamo ancora, forse, un’ombra del santuario isiaco nel frammento di fusto di colonna in granito rosa, infisso nel lago d’erba e fori del giardino vescovile, speculare languore lapideo delle due fantasmagoriche sfingi. E ancora nei lotiformi capitelli dell’acquasantiera e dell’androne del palazzo vescovile. Il loto, il mistico fiore della resurrezione, nato dagli occhi cavati dal volto di Horus dallo sciagurato zio Seth.
Vedremo presto questi artistici documenti materiali, trovare una loro dignitosa, quanto giusta enfatizzazione scenografica? Solo Dio lo sa; e forse anche Iside.

Autore: Giulio De Monaco

Fonte: Il Messaggio di Teano.it, 02/01/2012

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