PIAZZA ARMERINA (En): Cesare Brandi fu l’ispiratore della soluzione adottata da Franco Minissi.

Pubblicato il : 23 Settembre 2004

“Da quando, dopo la guerra, furono ripresi gli scavi a Piazza Armerina e fu scoperto il grosso dei mosaici, presto divenuti famosi in tutto il mondo, si pose il problema della conservazione sul posto di quella serie incomparabile. […] si tratta, a Piazza Armerina, della serie più grande e completa di mosaici che siano mai stati scoperti in un solo monumento, e di mosaici in uno stato di conservazione, se non perfetto, certo considerevolissimo.

[…] Insomma questa villa non solo non è necessariamente imperiale, ma nei mosaici rappresenta la più sorprendente anticipazione sulle figurazioni mosaicali bizantine che sia dato a ritrovare in Italia, prima dei mosaici giustinianei, con parallelismi convincenti riguardo soprattutto a taluni dei mosaici trovati ad Antiochia e ora nel museo di Baltimore. Non si poteva non accennare alle discussioni che la destinazione e l’epoca del monumento ha suscitato, ma ora la questione vera, quella che non lascia il tempo che trova, è la protezione del monumento, posto che, con ogni ragione, vi si vuole conservare i mosaici. È bene dunque ricordarsi, che, del monumento, se si toglie alcune colonne intatte del peristilio e molte rabberciate, e alcuni spezzoni dei muri delle Terme, così erosi che neppure vi è l’imposta sana di una sola finestra, nulla è rimasto, se non dei muretti dell’alteza di un metro o al massimo due. Che ha presente le ricostruzioni fatte a Pompei, a Ostia, a Ercolano, potrebbe pensare ad una soluzione di generico ripristino come quella attuata in quei luoghi: ma farebbe un grave errore.

Intanto, sia a Pompei che ad Ercolano la situazione era ben diversa: terremoto ed eruzione hanno pur lasciato le fabbriche con alzati ben più alti e circostanziati dei poveri muretti di Piazza Armerina. Dove ad Ercolano si avevano dei muri quasi intatti per tre piani di altezza, era inevitabile che si ricostruissero dei pavimenti sui quali si possono trovare niente meno che dei mobili carbonizzati e ancora in situ. Ma a Piazza Armerina non c’è niente di tutto questo. I volenterosi che volessero ricostruire almeno Terme, di fronte a quegli spunzoni erosi, si troverebbero ancora minorati rispetto alle rovine delle Terme di Caracalla, che nessuno si è mai sognato di ricostruire. Qualsiasi cosa si facesse, per le Terme, porterebbe alla falsificazione del rudere, all’interpretazione analogica arbitraria: si noti infatti che l’epoca della fabbrica è ancora in discussione e che, in tal caso, il personale convincimento del restauratore per un secolo piuttosto che per un altro, altererebbe, anche con la miglior buona fede, la testimonianza storica superstite nel monumento. Posto dunque che la costruzione dei vani della villa con altrettanti muri e finestre immaginarie, o peggio ancora, lucernari immaginari, sarebbe non un restauro ma un inqualificabile sconcio; posto che i mosaici devono rimanere nel luogo dove sono stati trovati, si prospetta il problema della copertura. Ma noi dubitiamo che questa duplice necessità si ponga in modo così esplicito per tutti, e forse sarà bene spiegarla ancora un poco. Perché, infatti, oltre alle ragioni addotte dello squallore di un museo composto di soli mosaici pavimentali, e dell’inevitabile fatiscenza delle rovine lasciate sul luogo, e ormai senza interesse alcuno per il pubblico; perché è bene che i mosaici restino dove sono stati trovati ? E noi vi rispondiamo; per l’ arcadica bellezza del sito, una valletta che ha pendii dolcissimi, i quali, ancor più che alla Sicilia, fanno pensare alla Toscana. Vi sono ruscelli perenni, vi è il verde tenero dei mandorli e dei noccioli, quello scuro dei cipressi, e il rigoglio delle culture orticole, insomma un luogo ameno, e la strada per giungervi non è meno amena. Nessuno potrebbe avere il coraggio di sostenere l’abbandono di uno dei luoghi più refrigeranti per lo spirito di un visitatore anche di media cultura e levatura. La bellezza del sito fa comprendere anche meglio l’ opulenza misteriosa della villa, e ancor meno la grandiosità dell’impianto: ma prende anche la persona più restia alle bellezze campestri. Insomma i mosaici scoperti hanno creato un altro di questi straordinari incontri in aperta campagna, di cui sembra che solo l’Italia del Sud abbia il segreto e l’indescrivibile proprietà: hanno regalato alla Sicilia un altro fulcro di cui è impossibile disinteressarsi e che va salvato nel suo incanto agreste, come tutelato nelle sue meraviglie artistiche. Tolti e posti i mosaici in un museo, questo museo non costituirebbe un’attrattiva che per pochi archeologi e persone di gusto: lasciati sul posto e protetti, resteranno, e sempre più lo saranno, per tutti i visitatori della Sicilia, un’attrattiva non minore del Tempio di Segesta, tanto per citare un altro di questi dispersi e indimenticabili fulcri. Inoltre sarà dato accorgersi anche della grazia della vecchia città di Piazza Armerina: i suoi palazzi settecenteschi; le sue piazze, il suo Castello, la Cattedrale da cui si gode una veduta impareggiabile.

Dunque i mosaici vanno lasciati dove sono: ma vanno coperti. Si domanderà, perché debbono andare coperti. Non sì dice forse che il mosaico è la pittura eterna? Eterna, ma non indistruttibile: eterna al modo non illimitato delle opere dell’uomo che, per durare veramente, devono vedersi assicurate certe condizioni. I mosaici anche se composti prevalentemente con tessere di pietra, risentono pur tuttavia dei geli come del sole, della pioggia come del secco. Sembra di non danneggiare un mosaico, gettandoci sopra un secchio d’acqua per vederlo meglio, e il danno che ne riceverà è sicuro, se anche non immediato. L’ acqua entrerà fra tessera e tessera, penetrerà, attraverso le porosità o le spaccature, sotto lo strato della malta che fissa le tessere: il gelo farà spaccare il mosaico, polverizzerà le tessere: il sole farà evaporare e dilatare il vapor acqueo e farà gonfiare la malta. In poco tempo il mosaico diverrà una rovina. Tanto che si è costretti a ricoprire i mosaici con terra o sabbia, in modo da preservarli dal gelo e dal sole e attenuare, ma non evitare del tutto, purtroppo, i danni dell’umidità che s’infiltra attraverso la terra. Così, appena scoperti, vanno risotterrati: è un bel successo.

Ma il problema della copertura era stato posto in termini così contrastanti che non si deve attribuire ad inettitudine o a tergiversazioni di burocrati se ancora non è stato risolto. In realtà, per risolvere quel problema occorreva un’impostazione decisa e coraggiosa. Bisognava riconoscere subito, quello che noi abbiamo fatto con tutto il diritto di farlo: che il caso della villa di Piazza Armerina non è quello né di Pompei né di Ercolano né di Ostia: che cioè qualsiasi soluzione di tipo ripristino andava abbandonata. In secondo luogo bisognava astringersi a riconoscere che due sono essenzialmente le esigenze supreme per la conservazione dei mosaici pavimentali; in primo luogo, che non siano esposti all’umidità di infiltrazione e di capillarità né ai raggi diretti del sole nelle ore più calde; in secondo luogo, che, per nessuna ragione, vi si cammini sopra. Queste due esigenze devono determinare i modi e le maniere della copertura. In terzo luogo, dato che si tratta di mosaici figurati, è necessario non toglierne neanche una striscia alla vista, come accadrebbe irremissibilmente con delle passerelle soprammesse. Il problema sembra allora divenire insolubile e non è vero affatto. Perché, nel restauro a scopo di conservazione delle opere d’arte, in quello cioè che noi chiamiamo restauro preventivo, non c’è un solo caso che sia uguale ad un altro, e perciò bisogna studiarlo ogni volta in relazione ai dati effettivi del monumento. In questo caso, l’alzato modesto dei muri relativi ai vani della villa, permette di immaginare una situazione di passaggio al di sopra dei muri, da cui, senza camminare sui mosaici, i mosaici potranno essere visti con un colpo d’occhio, nel modo più ideale. Né si gridi allo scandalo per quei muretti, perché, ci si cammini o no sopra, così come sono stati restituiti dallo scavo non potranno essere conservati, esposti alle infiltrazioni dell’acqua e delle erbe selvatiche. Una rettifica di essi ai fini conservativi, con una sistemazione adeguata, è inevitabile, anche senza doverci camminare sopra: e infatti per un terzo almeno è stata già fatta. Dunque si è indicato il modo per vedere bene i mosaici, per non camminarci sopra e per non ingombrare i pavimenti di passerelle. Resta da risolvere la copertura. Intanto si può scartare subito l’ipotesi primitiva, quella che per essere stata attuata prima della guerra sul primo ambiente scavato, la sala triconca con le Fatiche di Ercole, da tutti è stata sempre deprecata. Si trattava di un’enorme copertura a capriate lignee, con tegole di cotto, sostenuta da massicci pilastri di mattoni. Questa pesantissima struttura, che adulterava in modo tale l’aspetto del rudere, da renderlo simile ad un fienile invece che ad una sala sontuosa come doveva essere, in un colpo solo riusciva a tre intenti: adulterava il monumento, alterava il rudere, determinava la necessità di camminare sui mosaici o di costruire ridicole torrette, quasi dei mussulmani minbar, come ne erano state fatte all’ingresso. Pertanto nessuno ha pensato di continuare la copertura dei mosaici con quel sistema da architettura rurale.

Scartato il quale, però, restano due sole ipotesi valevoli: o un’enorme cupola o comunque tettoia in cemento armato, o l’attuazione di tettoie in materiale leggero e trasparente.

La prima ipotesi, che naturalmente tenta l’abilità dei nostri bravissimi tecnici del cemento armato, sarebbe attuabile ma decisamente sconsigliabile. Codesti ruderi sotto la cupola non avrebbero più alcun senso: quei muretti scalcinati, quelle colonne rabberciate perderebbero la solarità in cui si trovano, per essere albergate sotto una specie di caricatura della volta celeste, ancora più dura di quella che contiene abitualmente la nostra valle di lacrime. Il rudere, divenuto ad un tratto come sotterraneo a se stesso, sembrerebbe per così dire “sfollato” in un hangar, nella sala d’esposizione per le nuove automobili o i nuovi trattori, indebitamente ingombra da questi vecchiumi intollerabili nella sua spazialità nuova, ardita, intollerante dell’antico. Infatti sarebbe assurdo pensare che una costruzione di tale impegno e arditezza, non volesse giustamente assumersi ruolo attivo d’architettura, giammai si confinerebbe al ruolo anonimo del capannone per il materiale agricolo. Senza dire che, una tale costruzione dalla spazialità tanto imperativa, sarebbe nemica alla valletta amena risulterebbe assai più distruttiva che un bolide caduto nel bel mezzo, poiché il bolide sarebbe pur sempre cosa naturale. Con ciò in un colpo solo si distruggerebbe la valle, si neutralizzerebbe il rudere, e si albergherebbero i mosaici in una spazialità troppo diversa e soggiogante rispetto alle cubature originarie.

Pertanto si tratta di attuare una copertura che sia quanto meno monumentale possibile, e del rudere stesso lasci in vista, oltre alle colonne, quello che veramente ne resta, oltre ai mosaici, ossia la disposizione planimetrica. Ora la possibilità di utilizzare i muretti superstiti come altrettanti camminamenti per non calpestare i mosaici, dà al monumento stesso il possesso del monumento, proprio con una veduta panoramica, per quanto da altezza modesta, e pertanto la copertura non deve togliere la visibilità di questo complesso planimetrico nel suo insieme.

Come si vede, noi siamo andati restringendo l’ampiezza del problema, riducendo praticamente le soluzioni ad una sola. E cioè: posto che qualsiasi copertura, per leggera che sia, deve pure essere sostenuta e ancorata, questo potrà ottenersi con sistemi posti a giusta frequenza, ma per così dire invisibili, o il meno visibili che sia possibile, e per questi sostegni si devono sfruttare, come base, i resti dei muretti, così che questi siano ad un tempo i camminamenti e continuino, come con un suggerimento trasparente il muro, nei sostegni. La copertura che dovrà essere a doppio displuvio, per le acque, e piana al di sotto, dovrà venire realizzata in materiale trasparente simile al vetro negli spioventi, e in materiale opaco al di sotto. È tutto.

Tecnicamente è possibile; per la conservazione dei mosaici è soluzione ideale, perche evita di sotterrarli in un ambiente chiuso, non esige di costringerli nei muri vitrei di una serra, evita il calpestio; per il monumento stesso è l’unica soluzione che ne metta in rilievo lo sviluppo e la distribuzione planimetrica, senza pretendere l’impossibile conservazione dell’artificiale visione dall’alto che si ha ora arrivando sul monumento, così com’è nella sistemazione provvisoria che ne è stata data. Viceversa dovrà ristabilirsi l’ingresso nella villa dal suo ingresso naturale, dal grande ninfeo-arco di trionfo, e si dovrà arrivare alla villa di sorpresa, visto che è del tutto inutile suggerire una visione a volo di uccello che non esisteva in antico e che qualsiasi copertura dei mosaici inevitabilmente distrugge. Si arriverà alla villa con una breve deviazione della strada attuale, lussureggiante di noccioli e di cipressi, che da un lato darà la visione della valle lietissima, e dall’altra costeggerà il perimetro ideale della villa, costituito da una fitta siepe di cipres-si, che, in quella valle, crescono come in Toscana. Si sboccherà allora davanti all’originario ingresso senza anticipazioni, e la sorpresa dei mosaici sarà ancora maggiore; la sorpresa dei mosaici e la levità delle strutture di protezione. Noi non dubitiamo che questa soluzione integralmente moderna e integralmente modesta, diverrà esemplare. Soprattutto interesserà l’assenza, che certamente è realizzabile, di complessi tralicci metallici che indubbiamente stridono con l’aulica monumentalità dei resti antichi, anche se ridotti men che resti, dei meri ruderi. […]

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