La voce della storia. Incontro con Salvatore Settis.

Pubblicato il : 25 Aprile 2008

Poche personalità della cultura contemporanea riuniscono fini capacità di studio, attenzione manageriale, sensibilità politica come Salvatore Settis, da non mollo trionfalmente confermalo per la terza volta (41 voti su 54 votanti) direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove a questo punto rimarrà fino a 2011.

Nota è la passione con cui in ogni circostanza possibile interviene a difesa dei beni culturali, con analisi spietate, inoppugnabili, che non fanno sconti a nessuna parte politica, alla sinistra, in cui chiaramente Settis ripone ancora qualche fiducia, e tantomeno alla destra, “rea”, durante il quinquennio berlusconiano di avere partorito quel mostro di legge (la n. 112/2002, art. 7) con cui per la prima volta nella storia d’Italia si mettevano all’asta le proprietà demaniali d’interesse culturale.

«Talebani a Roma?», si chiedeva lo studioso nella prima pagina di un libro che già nel titolo non la mandava a dire dietro: Italia S.p.A. l’assalto al patrimonio culturale (Einaudi 2002).

Ma la battaglia non è certo finita: beni culturali strangolati da finanziarie che tagliano sempre di più in questa direzione; l’ultima generazione degli archeologi e dei restauratori delle nostre soprintendenze in vista del la pensione e senza ricambio, dopodiché il vuoto; la diaspora dei cervelli…

Abbiamo appuntamento con lui pressa la sede (dal 1864) della Normale, nel cinquecentesco Palazzo della Carovana, già quartier generale dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, dove i nuovi adepti eseguivano un corso di addestramento, chiamato appunto “carovana”.

Nel salotto d’epoca, dove un segretario gentilissimo ci mette in attesa, occhieggiano dall’alto i ritratti, per la verità non tanto simpatici (sarà colpa delle foto d’epoca che irrigidiscono l’espressione), di una serie di direttori dell’istituto. alla fine entra il direttore attuale: la continuità in un tempio storico della cultura.

Disponibilissimo, attento alle domande, ma inseguito dai messaggi dei collaboratori che entrano ed escono, da quelli del cellulare, dalle telefonate, dagli appuntamenti successivi… E’ facile immaginare che sia sempre così.

Riusciamo comunque a parlare di tutto senza limiti, in una lunga replica di tempi supplementari…. Salvatore Settis, normalista anche lui, ordinario di Storia dell’arte e archeologia classica, è ritenuto uno dei massimi studiosi del mondo antico.

Dal 1994 al 1999 ha diretto il Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles. È membro dell’Accademia dei Lincei, del Deutsches Archaeologisches Institut, dell’American Academy of Arts and Sciences.

Qualche pubblicazione: La colonna Traiana (Einaudi 1988), Laocoonte. Fama e stile (Donzelli 1999), Civiltà dei Romani (Eletta 1990-1993), I Greci. Storia, cultura, arte, società (Einaudi 1996-2002), Futuro del Classico (Einaudi 2004).
Uno dei suoi libri più fortunati si chiama “futuro del Classico”.

Cosa intende per “classico”?
– Intendo alludere al “classico”, scusi il giro di parole, proprio nel senso classico del termine: la civiltà, l’arte, la cultura greca e romana. Credo che sia necessario ribadire questo concetto e difendere questa dimensione nella nostra cultura. Fino a qualche decina d’anni fa si dava per scontato che la cultura classica di matrice greco-romana, quella riservata alle élites che dovevano mandare avanti il paese, fosse la più formativa. Oggi non è più così. Nella maggior parte dei Paesi europei i licei classici sono spariti; da noi sono affiancati, anzi, superati numericamente dai licei scientifici. Da una parte l’apprendimento della cultura classica greco-romana è arretrato moltissimo, dall’altra avanzano i rapporti con culture altrettanto importanti come quella giapponese, la cinese e l’indiana.

La domanda sul “futuro del classico” deve essere impostata in questa prospettiva. In poche parole ha ancora un senso chiedere ai nosiri giovani di investire gli anni più belli della vita nello studio dell’antichità, a parure dall’apprendimento dell’italiano e del greco?
– Certamente sarebbe inattuale attribuire alla cultura classica un valore formativo pressoché assoluto come succedeva prima. D’altronde non è nemmeno dimostrato che col latino s’impara a ragionare meglio, come un tempo si pensava. Ma rimane vero che dalla cultura greco-romana ci derivano concetti, parole, tradizioni che hanno plasmato la cultura europea e in buona parte quella mondiale. “Democrazia”, parola greca, è un concetto che oggi appartiene a tutti. La cultura classica ha questa singolarità: da un lato è alla base di molle delle nostre idee, “ci somiglia”; dall’altro è molto diversa da noi, “ci è estranea”. In definitiva, la democrazia dei Greci non era come la nostra e nemmeno la loro libertà o la loro filosofia, ma in questa spola tra diversità e identità arriviamo a capire noi stessi attraverso gli altri. Secondo il famoso antropologo francese Claude Lévi-Strauss gli europei del Rinascimento iniziarono a studiare la cultura greco-romana proprio per capire se stessi, e fu da questa prospettiva ribaltata che nacque più tardi l’etnologia. È fondamentale mettersi dal punto di vista dell’altro: oggi più di ieri.

Per la produzione artistica attuale l’arte classica costituisce ancora un riferimento?
– Occupa senz’altro una posizione rilevante. Poi ci sono anche artisti che dissacrano l’arte classica, che la rifiutano, che la offendono. Ma è come chi bestemmia: in quel momento sta comunque pronunciando il nome di Dio.

Il giudizio su un’opera d’arte può rispondere realmente a criteri oggettivi e quindi di piena attendibilità?
– Mai. Ma dobbiamo precisare che la critica d’arte va distinta nettamente dalla storia dell’arte. Sono due cose diverse anche se ci sono persone che si dedicano a entrambe. Lo storico dell’arte ha il dovere di ricercare delle verità il più possibile obiettive. Dunque deve corredare le sue tesi con documenti, cronologie, dati archeologici, stratigrafìci. Il critico d’arte invece interpreta e si pone da tutl’altra angolatura: sono la sua soggettività e il suo giudizio a essere coinvolti nella valutazione complessiva delle opere. C’è poi qualcosa che sta a metà tra questi due approcci ed è l’attribuzione. È’ possibile infatti attribuire una scultura, un quadro a un determinato artista in modo intuitivo, avvicinandosi così al lavoro del critico, oppure farlo in maniera più filologica e allora l’approccio sarà più vicino a quello dello storico.

Si possono definire il ” bello” e il “brutto”?
A ognuno di noi possono piacere o no una persona, una cosa, un’opera d’arte, un paesaggio…, ma i concetti di “bello” e “brutto” non sono definibili in astratto perché intimamente collegati alle culture e alla storia delle civiltà. Non ci rendiamo conto fino a che punto la nostra percezione è determinata storicamente. C’è un aneddoto riportato da Gombrich in uno dei suoi libri ( La storia dell’urte raccontata da Ernst H. Gombrich, Electa 1997). È la storia di un pittore che nell’America dell’Ottocento andava in giro facendo ritratti nel profondo West. A un certo punto propone di farsi ritrarre a un capo indiano. Educato alla tradizione europea, l’artista trovandosi davanti a un capo un sovrano, lo ritrae come a quell’epoca si faceva con i principi di profilo. Ma il capo indiano a opera finita gli dice: «Perché mi hai portato via mezza faccia?” La convenzione del profilo vista secondo la tradizione occidentale e onorevole, prestigiosa bella, dal punto di vista del capo indiano è inaccettabile, è semplicemente “brutta”…

Nel settore artistico siano costretti a riconoscere l’altissimo livello raggiunto dagli antichi Ma per quanto riguarda ricerca scientifica e tecnologia ci sentiamo infinitamente superiori. E’ giustificabile questo atteggiamento?
– In parte. Perché non si deve dimenticare che la ricerca scientifica e tecnologica che si è sviluppata dal Cinquecento in poi è stata innescata da una situazione in cui hanno avuto un ruolo i trattati di matematica dell’antichità. Penso a Euclide, Archimede, per la medicina a Ippocrate, Diciamo che nel mondo antico la riflessione teorica è andata molto più avanti dell’applicazione pratica, anche se non mancano testimonianze di realizzazioni molto complesse. Intorno al 100 a.C. venne costruito un congegno che nel 1900 è stato ritrovato nel relitto di una nave romana naufragata nell’87 a.C. presso l’isola greca di Anticitera. È’ una sorta di calcolatore astronomico che mette in relazione i moti del sole e della luna: trentasette ruote dentate con tutte le scritte in greco. Un oggetto per noi assolutamente unico, costruito dai Greci forse a Rodi, che segnala una capacità di elaborazione tecnologica incredibile. Da meccanismi come questo derivano gli astrolabi arabi e poi quelli nostri medievali, ma anche una riflessione matematica e astronomica che arriva lino a Keplero, Galileo… Credo che nell’antichità la ricerca, la capacità di creare macchine e di inventare tecnologie raffinate abbia raggiunto livelli molto elevati, ma non è stata legittimata socialmente. In altre parole non si è mai avvertita la necessità di legare la tecnologia all’economia, ai mezzi di produzione, alla realtà quotidiana, alla creazione del la ricchezza. C’è una fonte antica che descrive una piccola macchina a vapore: bastava applicarla ai meccanismi “a mota” mossi da animali che sono attestati sulle navi e avremmo avuto la navigazione a vapore con duemila anni di anticipo. Del resto anche il computer sfrutta e mette insieme conoscenze scoperte già nell’Ottocento e che all’epoca non servivano a niente.

Lo storico e filologo Luciano Canfora ha duramente contrastato le sue affermazioni sull’autenticità del papiro di Artemidoro. Quello che doveva essere lo straordinario taccuino di una bottega artistica presumibilmente del tempo di Cleopatra per Canfora è solo un falso eccellente.
– È in stampa la prima pubblicazione del Papiro di Artemido – e proprio in questi giorni al Museo Egizio di Berlino si apre una nuova edizione della mostra su questo documento. A questo punto mi sembra che le polemiche abbiano poco senso.

Vista la drammatica situazione occupazionale, consiglierebbe ad un parente stretto di studiare per diventare archeologo?
-Solo se ha molta voglia di arrivare e se è pronto ad adattarsi alle difficoltà del mondo del lavoro. Purtroppo l’Italia continua a offrire poco, anche ai più promettenti. Ultimamente il numero di quelli che emigrano per cercare lavoro all’estero è in impennata e non si sta facendo nulla per arginare questo fenomeno, con ripercussioni mollo negative sulla vita e sul futuro del nostro paese. I più bravi se ne vanno. La mancanza di condizioni d’impiego è conseguenza di due fenomeni convergenti: finanziamenti pubblici che continuano a calare da parte di governi sia di destra che di sinistra e assenza quasi assoluta di mezzi di ricerca messi in campo dalle imprese. Gli investimenti italiani nella ricerca scientifica sono la metà di quelli della Corea del Sud.

Come vede il futuro del commercio clandestino dei beni culturali italiani? Sta migliorando il comportamento dei Musei stranieri? e quello dei collezionisti privati?
– Non sono pessimista. Le restituzioni di oggetti, anche di grande pregio, da parte di tanti musei sono un progresso indiscutibile perché segnalano che è cambiata la coscienza professionale su questo tema. I nuovi rapporti che il nostro Ministero peri Beni e le Attività culturali ha stabilito con il Getty Museum – che prevedono, fra i molti pezzi in restituzione, anche la Venere “di Morgantina”, a chiusura di un contenzioso lunghissimo – costituiscono un modello d’intesa in questo delicato settore. Fino a vent’anni fa c’erano direttori di importanti istituzioni, come il Metropolitan di New York, che nei loro libri si vantavano di aver portato via clandestinamente reperti dall’Italia. Oggi se qualcuno lo fa, lo fa di nascosto e un po’ se ne vergogna. È cresciuta la consapevolezza per cui sottrarre un reperto archeologico al suo contesto vuoi dire ucciderlo. Sul collezionismo privalo è molto più difficile agire perché non si può invadere più di tanto quella sfera, ma abbiamo la fortuna di avere un Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale che è il migliore organo di polizia al mondo a occuparsi del settore.

Lei ha scritto: Il patrimonio culturale italiano non è mai stato minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre o invasioni. Perché oggi la minaccia viene dall’interno dello Stato, le cannonate dalle pagine dello Gazzetta Ufficiale». Così tuonava al tempo del governo Berlusconi. Oggi conferma?
– Non sono contento fino in fondo di quello che il governo sta facendo e continuo a sperare in maggiori investimenti nei beni culturali, ma almeno non si tentano azioni distruttive, non si propongono leggi che attentano all’integrità stessa del patrimonio. Non dimentichiamo che con il governo Berlusconi si ebbe la creazione della Patrimonio S.p.a., una holding creata da Tremonti e finalizzata a liquidare una bella fetta del patrimonio. Pensare di vendere i beni culturali per risanare i debiti dello Stato è stata una vera aberrazione. E oggi nessuno al Governo ci pensa più.

Cosa dovrebbe fare il Governo per migliorare la situazione dei beni culturali?
– Quello che ha promesso. Il Presidente del consiglio, poco prima delle elezioni, scrisse sul “Corriere della Sera” che avrebbe cercato di arrivare all’uno per cento del Pil come spesa per il nostro patrimonio. Promise anche di riportare il bilancio dei beni culturali in attivo risollevandolo dalla gestione del centrodestra. Stiamo ancora aspettando. In Europa non mancano buoni esempi. La Francia spende di più, spende meglio, ha idee interessanti come quella di Sarkozy di rendere i musei gratuiti, mentre noi per cercare risorse immaginiamo di aumentare il prezzo del biglietto… Occorre poco per riportare l’Italia al la posizione di primato che ha avuto in questo settore, ma alla base ci deve essere una forte volontà politica.

Tutela e valorizzazione. Dove sta il punto di equilibrio?
– Nel capire che le attenzioni verso il patrimonio costituiscono un continuum. Il restauro, la gestione, la fruizione devono essere inserite in un unico percorso. Non esistono quelli che io definisco “manuali di manutenzione” del patrimonio. Tutto viene lasciato com’è, poi tocca restaurare quando le cose cadono a pezzi. Va riscoperta la cultura della “conservazione programmata” propugnata da Giovanni Urbani. Ogni persona di buon senso lo capisce. Tranne chi ha scritto il nuovo Titolo quinto della Costituzione, che ha separato la tutela che rimane allo Stato dalla valorizzazione che è passala a Regioni ed enti locali: creando in tal modo mille conflitti di competenza.

 


Fonte: Archeologia viva 01/04/2008
Autore: Giulia e Piero Pruneti

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