MONTELUPO FIORENTINO (Fi). Gli archeologi del Gam fra la tomba dell’Uovo e l’apertura del museo.

Pubblicato il : 22 Aprile 2008

Il Gruppo Archeologico di Montelupo nacque nel 1973, sull’onda della straordinaria scoperta archeologica del Pozzo dei lavatoi. In quel preciso momento, potremmo dire, inizia un esaltante percorso di crescita che ha portato oggi la cittadina sulle rive della Pesa ad essere un punto di riferimento di livello nazionale per la ricerca archeologica e un modello per la musealizzazione in loco dei reperti rinvenuti durante gli scavi.

Un esempio che, almeno nella nostra zona, non ha eguali.
Il Museo archeologico e quello della ceramica. Dopo l’inaugurazione del meraviglioso museo archeologico nei locali restaurati dell’ex complesso ecclesiastico dei Santi Quirico e Lucia all’Ambrogiana, avvenuta nel maggio scorso, sarà la volta, davvero a breve, dell’inaugurazione del nuovo museo della ceramica nei locali della ex scuola Enrico Corradini.

Ma le origini di questa passione, che si è trasformata prima in interesse e poi in autentica ricerca scientifica permanente nell’ottica del recupero di un’identità antica importante e prestigiosa, sono da ricercarsi comunque nella fondazione del gruppo archeologico.

Archeologia e territorio.

Dal 1973 a Montelupo e dintorni l’interesse attorno alla tematica archeologica è cresciuto in maniera significativa, tante figure di esperti (ormai divenuti di livello internazionale) si sono formate nell’ambito della cerchia culturale montelupina. Sono arrivati anche molti importantissimi risultati, alcuni davvero sorprendenti. L’elenco è lunghissimo, e i volontari del Gam sono sempre stati presenti nei momenti cruciali di queste scoperte archeologiche. Per dare una connotazione scientifica più specialistica all’attività del gruppo e per attivare forme di collaborazione più stretta con il museo archeologico in continua espansione, in tempi recenti si è costituita anche la “Ichnos”, una cooperativa di archeologi professionisti esperti.

Attraverso la cooperativa poi, sono arrivati diversi specialisti, e le collaborazioni instaurate con i vari enti stanno dando i frutti sperati.

«Oggi ci sono circa 45 persone – ha affermato raggiante Luciano Bellucci, uno dei fondatori e per anni presidente del Gam – che partecipano con impegno e passione alle attività del gruppo archeologico. Il numero dei volontari è cresciuto costantemente negli anni, consentendoci anche di sviluppare un laboratorio di restauro dei materiali archeologici rinvenuti durante gli scavi davvero all’avanguardia».
Gli scavi continuano. Il Gam continua le attività di scavo nei siti di Montereggi e di Bibbiani, e ogni sabato, per tutto l’anno, si possono ammirare all’opera gli archeologi e gli appassionati del gruppo intenti a riportare alla luce le monumentali strutture della città etrusca di Montereggi.

A Bibbiani invece, dove stanno tornando visibili alcune capanne facenti parte di un insediamento pre etrusco del periodo proto villanoviano risalente al 1000 a.C., gli scavi riprenderanno nel mese di settembre.

Notevoli poi i risultati acquisiti nei giorni scorsi durante lo scavo non programmato (ancora in corso) di quello che potrebbe essere il porto etrusco di Montereggi, in riva all’Arno nei pressi dell’abitato della Castellina.

Gli ultimi risultati e la “tomba dell’uovo”.

Come non ricordare infine la grande emozione degli archeologi quando, nei mesi scorsi, annunciarono che in località Pulignano, sul lato orientale del colle di Montereggi, durante la campagna di scavo era venuta alla luce una tomba a tumulo etrusca con un tamburo del diametro di oltre venti metri; di fronte a tale grandiosa sepoltura principesca, databile al VI secolo a.C. gli archeologi avevano rinvenuto un monolite dell’altezza di circa due metri a forma di uovo, con incise alcune lettere etrusche.

La sorpresa fu notevole, considerando che nella simbologia etrusca l’uovo rappresenta la rinascita. «Finalmente potremmo essere in presenza del primo ritrovamento della necropoli di Montereggi, – affermò soddisfatto il dottor Fausto Berti nell’occasione – a lungo ed invano cercata negli anni passati durante le numerose campagne di scavo. Siamo convinti che il sito possa riservare ancora grandi sorprese, oltre al magnifico tumulo riportato alla luce, che per caratteristiche è assimilabile al celebre “Secondo melone del Sodo” di Cortona».

E la soddisfazione per gli archeologi montelupini fu di quelle memorabili.


Fonte: Il Tirreno 02/04/2008
Autore: Paolo Santini

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