Gabriella CETORELLI SCHIVO, Nella fucina di Efesto: aspetti di antropologia ctonia.

Pubblicato il : 2 Gennaio 2007

Il mito

La nascita e la diffusione della metallurgia nelle società antiche, non può prescindere dall’esaminare la  figura di Efesto, quale ci appare nella tradizione mitologica greca.
Simbolo della forza prorompente del fuoco, questo dio rappresenta infatti, tra gli abitanti  dell’Olimpo, la potenza inesauribile della creazione che egli esercita attraverso la signoria dell’elemento igneo. Dio della metallurgia, “esimio fabbro”, la sua  dimora è nelle profondità dei vulcani, dove, con l’ausilio dei Ciclopi o, talora, di divinità minori teriomorfe, lo troviamo intento a  forgiare i  metalli.

Secondo la versione esiodea (Teogh. 927), Efesto sarebbe stato generato dalla sola Hera per  “compensare” la creazione di Athena, nata dalla testa di Zeus. Tuttavia la tradizione omerica (Hom, Il, XIV, 338) lo ricorda figlio di Hera e Zeus, tanto che sarebbe stato proprio lui ad agevolare la nascita della dea guerriera, calando un fendente sul capo del re degli dei.
Efesto è dio deforme e zoppo, così come è presentato anche nell’Iliade, e per la sua infermità viene gettato dalla madre, che ne vuole nascondere la  diversità, giù dall’Olimpo, fino a cadere nell’Oceano, dove è accolto dalle dee marine Theti ed Eurynome.
Qui rimane quasi due lustri, creando molte “opre d’ingegno, fibbie ed armille tortuose, e vezzi e bei monili, in cavo antro nascoso“ (Hom. Il. XVIII,400).
Secondo un’altra tradizione, sempre menzionata nell’Iliade Efesto, avendo osato prendere le difese della madre maltrattata da Zeus, viene da questo gettato dal cielo. Dopo essere precipitato per un’intera giornata, caduto sull’isola di Lemnos, sarebbe rimasto zoppo (Hom. Il, I, 590).
Egli avrebbe poi fatto ritorno all’Olimpo a dorso di un asino per liberare la madre rimasta imprigionata su un trono d’oro da lui costruito per vendicarsi delle angherie subite.
Sull’Olimpo Efesto lavora in  una fucina con venti  mantici soffianti e fabbrica palazzi di bronzo per sé e per gli altri dei.
Suoi attributi sono il pìlos sul capo e,generalmente,l’exomìs, o la tunica corta, che ne sottolineano il carattere di artigiano, come pure il martello, le tenaglie (cfr. fig.), o i μύδροι, masse di metallo incandescente che egli usa, ad esempio, per tormentare un Gigante, come  viene rappresentato in una metopa del lato est del Partenone.   
A lui si rivolge Tetide, che si reca presso la sua prodiosa fucina per chiedergli di realizzare le armi di Achille (Hom. Il, XVIII,457), è lui che crea il fulmine (Hes. Teog. 139-146), l’egida ( Hom. Il XV,309) e lo scettro di Zeus (Hom. Il. II,101),lui che forgia ancelle d’oro, del tutto simili a giovinette vive, con il compito di affiancarlo, (Hom. Il. XVIII,417), lui che inventa una  rete invisibile da porre intorno al talamo di Afrodite, sua sposa, per poterla sorprendere in compagnia di Ares (Hom. Od. VIII, 274), solo per ricordare alcune tra le sue imprese “meraviglia a vedersi”.
Artefice  esperto e sapiente, nulla è impossibile alla sua maestria, neppure la creazione con acqua e terra  della prima donna, Pandora, cui partecipa insieme ad Athena e ad altri dei; (Esiodo, Opere, 60-63) ad Athena, e al suo ingegno infatti, il fabbro divino  è strettamente connesso, come attestato sia nella tradizione omerica che in quella  esiodea, ma è pure assimilato al culto dionisiaco, poiché è spesso raffigurato in compagnia di satiri e sileni, se non dello stesso Dioniso, al cui seguito ritorna all’Olimpo, come è raffigurato nel cratere Francois,  in cui è peraltro evidenziata  anche la sua deformità.
Nel lusus naturae, nell’infermità che lo caratterizza, va ricercata l’essenza più intima del dio, personaggio apparentemente incompatibile con la perfezione della divinità, eppure  proprio perché “diverso”, capace, nell’immaginario collettivo, di possedere virtù magiche e straordinarie, di compensare, con la sua abilità creativa, la  disabilità fisica.

Concezione ginecomorfica dell’origine dei minerali
Così, nell’antichità, anche la metallurgia viene associata alla sfera sovrannaturale e religiosa, poiché l’arte di creare utensili dalla materia minerale grezza è considerata dagli antichi prerogativa divina.
Questa sacralità è  peraltro già espressa in un testo della biblioteca di Assurbanipal, che contiene una serie di indicazioni rituali connesse alla  lavorazione dei metalli:
“Accenderai un fuoco sotto la fornace e deporrai il “minerale” nella fornace. Gli uomini che condurrai perché si prendano cura della fornace devono purificarsi e (dopo) disporrai perchè abbiano cura del forno. Il legno che brucerai sotto la fornace sarà dello storace  spesso, grossi ceppi scortecciati, che non sono stati esposti in fasci, ma conservati sotto rivestimenti di pelle, tagliati nel mese di Ab. Questo legno sarà messo nella tua fornace” (Eliade 1991).
La necessità per il minatore di una condizione di purezza e dell’ osservanza di particolari manifestazioni  cultuali sono la conseguenza della consapevolezza che introdursi nelle viscere della terra mater comporti, in qualche modo, la profanazione di un mondo estraneo alla natura umana, nell’ambito di una concezione ginecomorfica dell’origine dei minerali.
E’ innegabile poi  che l’introduzione dei metalli nelle società antiche portò ad una profonda modificazione dell’assetto sociale, nel passaggio dall’utilizzazione dei singoli individui ai fini della produzione alimentare, alla creazione di gruppi di persone  che venivano avviate alle tecniche dell’estrazione e della lavorazione metallurgica. Tali soggetti erano mantenuti, nei loro fabbisogni, dal resto della comunità che, a sua volta, usufruiva dei risultati del loro lavoro, dei cui ardui procedimenti essi erano detentori.  

Metallurghi e prospettori
Questa situazione è ben evidenziata anche dal progressivo prestigio assunto dai metallurghi nei racconti  mitologici, intesi ad enfatizzarne le abilità creative. Così in Grecia  troviamo l’attestazione di arcaiche confraternite di mitici lavoratori dei metalli, come i Dattili, oscuri esseri sovrannaturali legati alla sfera della magia, i Telchini, denominati a Lemnos  Efesti, abili scultori di statue degli dei, i Cureti  associati ai Coribanti, legati ai culti misterici e i Cabiri, il più importante dei quali, sempre a Lemnos, veniva identificato con  Efesto. Si tratta di divinità minori o demoni,  per lo più rappresentate come nani o paides, che riecheggia l’impiego  di esseri di bassa statura nel lavoro di miniera (Giumlia Mair 2002), ma che al contempo sottolinea anche l’importanza di queste  comunità di operai, le cui misteriose tecniche di lavorazione venivano tramandate, di generazione in generazione, nell’ambito di ristrette congregazioni.
In tal modo  diviene sempre più evidente il fondamentale ruolo sociale assunto da questi artigiani e come il disporre di manufatti metallici, oltre a garantire un aumento della produzione alimentare e della ricchezza, avesse anche lo scopo di potenziare i mezzi di difesa e di offesa di una comunità. Già dalla la preistoria, poi, i fabbri dovettero essere impiegati come “prospettori”, ricercatori preposti all’individuazione di quei metalli  maggiormente apprezzati dalle élites, contribuendo così anche allo sviluppo delle relazioni  culturali e di scambio tra i vari popoli. 
L’attestazione di armi e oggetti metallici nelle sepolture, dall’eneolitico in poi, evidenzia inoltre come tali manufatti si rivelino sempre più rappresentativi dello status sociale degli individui, poiché i metalli divengono progressivamente, tra i beni materiali, espressione di massimo valore.
Non a caso, proprio per la loro valenza emblematica, essi furono considerati manifestazione dello sviluppo umano,come attesta la comparazione proposta da Esiodo che li pone in relazione con le età dell’uomo (Opere, vv.112 e ss.).

Il bronzo: statuario e ollario
Se l’oro e l’argento ebbero, per lo più, valore simbolico-sacrale e di ostentazione del lusso, fu la  transizione  dall’industria litica alla produzione del bronzo, a realizzare quella  profonda trasformazione che, lungi dall’essere mero fenomeno tecnologico, significò, principalmente innovazione culturale, economica e sociale.
Il bronzo, che Greci e Romani chiamarono semplicemente, χαλκός o aes, vale a dire rame, poiché questo è il metallo che lo compone prevalentemente, si diffuse dapprima con la scoperta dei metodi di riduzione dei minerali cupriferi e, successivamente, con l’attuazione dei procedimenti di alligazione di essi con lo stagno, prezioso componente della lega.  Della sua proverbiale rarità ci riferisce anche Plinio che riporta la notizia secondo la quale lo si andava a prelevare nell’Atlantico, presso le isole Cassiteriti, situate nell’arcipelago britannico. Sempre Plinio ricorda poi numerosi tipi di leghe del bronzo tra cui afferma che la più nota era quella corinzia, così denominata poichè creatasi fortuitamente dalla liquefazione del rame, dell’argento e dell’oro, in seguito all’incendio della città di Corinto, avvenuto nel terzo anno della CLVIII Olimpiade (146 a.C.).
In bronzo furono prodotti armi e strumenti di uso comune, come pure oggetti di ornamento e di culto, statue, vasi e suppellettili, (Plinio ricorda l’esistenza di un bronzo “statuario” e di un bronzo “ollario”), arredi e apparati decorativi, essendo considerato alla stregua degli altri metalli preziosi Così, nell’Odissea, è narrato il momento in cui Ulisse, recandosi “al palazzo fulgente di Alcinoo”, passata la soglia di bronzo, si sofferma ad ammirare, “lungo l’interno, da un lato e dall’altro, bronzee pareti, da smalti turchini fregiate nell’alto… Porte d’oro chiudevano dentro la solida casa; stipiti argentei aveva la soglia di bronzo, l’architrave d’argento, la maniglia era d’oro. Ai due lati stavano cani d’oro e d’argento, costrutti dal genio possente di Efesto, guardie alla casa di Alcinoo dall’animo grande” (Hom.Il, VII, 82-92).
In ambito  romano e italico, inoltre, la moneta naturale per eccellenza fu il bronzo, come testimoniano gli antichi esemplari di aes rude, documentati nella accezione di ”obolo di Caronte”, a conferma della loro funzione premonetale.

Il ferro: metallo celeste
Riguardo al ferro, poi, esso venne reputato, fin da tempi remoti, di carattere sovrannaturale: infatti sia che fosse ritenuto un prodotto di origine celeste, dal greco σίδηρος probabilmente da associarsi al latino sidera (astri), (Eliade 2000) oppure  proveniente dalle viscere della Terra, fu comunque considerato, presso i popoli antichi, oggetto di particolare venerazione, come traspare anche dalla testimonianza di Plinio che, nella Naturalis Historia (XXXIV,151), gli riconosce proprietà terapeutiche.
Il propagarsi della produzione di questo metallo, nonostante i complessi procedimenti di lavorazione, come ricorda l’appellativo di πολύκμητος (faticoso), attribuitogli dai Greci,  trovò inspiegabilmente un grande favore, dovuto, con ogni probabilità, alla diffusione pressoché ubiquitaria dei minerali ferrosi, rispetto ai più preziosi componenti del bronzo.
La siderurgia, intesa come tecnica metallurgica innovativa, dovette, con buona probabilità,  originarsi nel Vicino Oriente, propagandosi poi progressivamente nell’Egeo e quindi alla penisola italiana e all’Europa. I ritrovamenti archeologici in queste aree testimoniano tuttavia come la produzione del ferro non riuscì immediatamente a soppiantare quella del  bronzo, con cui convisse ancora per secoli. Così, nelle caratteristiche fisiche e tecniche dei materiali, si rivelò la sacralità dei metalli e della loro funzione, realizzata, nel passaggio dalla materia alla forma, attraverso l’opera demiurgica degli artefici, frutto di un’abilità, di un segreto o di un’intuizione, manifestazione dell’intelligenza creativa dell’uomo.

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Autore: Gabriella Cetorelli Schivo
Cronologia: Protostoria

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