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Dott. Luca BASILE. Brevi note sulla prima “colonizzazione” greca in Occidente (estratto).

Dopo questa città (Volturnum) viene Cuma, fondazione assai antica dei Calcidesi e dei Cumani: è la più antica di tutte le colonie di Sicilia e d’Italia” (Strabone, Geografia, V, 4, 4).
Lo scrittore di età augustea Strabone parla in questi termini di Cuma, la più antica fondazione greca in Italia. L’interpretazione del passo straboniano, in realtà, è tuttora parecchio discussa. Dai dati archeologici emersi dalle campagne di scavo dell’inizio del XX secolo, si evince che Cuma fu fondata intorno al 730 a. C., circa un quarantennio dopo l’iniziale frequentazione greca di Pitecusa.
Essenzialmente, la datazione di Cuma ci viene data da frammenti ceramici afferenti al periodo del Protocorinzio Antico e dalle tipiche coppe di tipo Thapsos con, e senza, pannello.
Recenti scavi condotti dal professore Bruno d’Agostino sulle fortificazioni arcaiche hanno evidenziato la presenza di materiale ceramico (sporadico) del Mediogeometrico greco che potrebbe far pensare ad una datazione di Cuma posteriore di almeno un trentennio.
Seguendo la tradizione storiografica antica sappiamo che Cuma fu fondata da Calcidesi di Eubea e Cumani di Eolia (piuttosto che la piccola Cuma di Eubea), guidati dai due ecisti Megastene ed Ippocle. In questo contesto, già gli scrittori antichi notavano l’assenza della componente eretriese che attualmente gli studiosi moderni tendono ad argomentare come segno evidente della sanguinosa guerra combattuta tra le sue due città più importanti per il possesso della pianura Lelantina (734 a. C. circa), che vide vittoriosa la città di Calcide.
L’Eubea si presenta come un’isola posta in un favorevolissimo sito per il commercio marittimo.
La sua posizione geografica, infatti, la poneva come ideale scalo per i commerci provenienti dall’Asia Minore e dalla prospiciente Beozia. In questa ottica di continui movimenti di mercanti e artigiani per l’acquisizione e lo smercio di materie prime, assenti in madrepatria e, in generale, nella Grecia continentale, si deve inquadrare il precoce sviluppo dell’Eubea e dei suoi più intrepidi e ricchi viaggiatori.
Proprio l’intraprendenza dei navigatori eubei, la possibilità di rapidi e precoci contatti con varie zone della costa greca e della futura Ionia, permise un progressivo ed evidente sviluppo economico anche nel periodo del cosiddetto  Medioevo Ellenico, in chiara controtendenza con gli altri siti greci dai quali traspare invece una situazione di restringimento e depauperamento della ricchezza dei siti urbani e agricoli. Prova tangibile della privilegiata situazione euboica è la tomba/heroon di Lefkandi nella quale è presente una doppia sepoltura, probabilmente del basileus locale e della sua consorte, e la prima peristasi (lignea), documentata in ambiente greco.
La scelta di incominciare il movimento “colonizzatore”, proprio sulle coste della Campania settentrionale, è da intendersi come strettamente collegato alla ricerca di metalli da parte dei Greci, e dalla volontà di subentrare, a Rodii e Fenici, nei ricchi scambi commerciali con l’Etruria.
In questo senso va vista la fondazione dell’emporion di Pitecusa sull’isola di Ischia.
Tradizionalemente, si pone intorno al 770 a. C. l’arrivo dei primi coloni eubei, provenienti da Calcide ed Eretria, e la fondazione di un primo scalo commerciale. Tale scalo aveva di sicuro un carattere prettamente aperto ed era frequentato da mercanti provenienti dai più disparati luoghi del Mediterraneo.
L’abitato di Pitecusa, scavato parzialmente in modo magistrale da Giorgio Buchner negli anni cinquanta del secolo scorso, è da collocare sul Monte Vico in località Lacco Ameno.
Il promontorio di Monte di Vico costituiva l’acropoli dell’emporio pitecusano che era difeso a sud dalla profonda valle di San Montano nella quale fu impiantata la più antica delle necropoli.
Il materiale, proveniente dalla necropoli in questione, prevede corredi funerari composti da un’ampia varietà d’oggetti, propria di un centro di traffici di importanza internazionale (De Julis 1996, p.51 ss.). Ritroviamo ceramiche di stile tardogeometrico, di fattura calcidese e in elaborazioni locali, vasi fenici, anfore attiche e orientali, sigilli scaraboidi di tipo egiziano, le forme attestate sono quelle squisitamente elleniche, in particolar modo oinochoai, kotylai, aryballoi globulari e coppe.
Soprattutto per quanto riguarda le kotylai di chiara provenienza corinzia o di fine elaborata riproduzione locale abbiamo l’attestazione dei tipici motivi a clessidra, a fascette orizzontali sulla pancia, a tremuli e onde.
Dalla tomba 168 proviene la famosissima kotyle rodia, cosiddetta “coppa di Nestore”, databile tra la fine dei terzo e l’inizio dell’ultimo venticinquennio dell’VIII sec. a. C., con la prima attestazione di scrittura metrica greca, rinvenuta non solo in occidente ma in tutti i luoghi della cultura arcaica greca (“di Nestore … la coppa piacevole a bersi. Ma chi beve da questa coppa sarà subito preso dal desidero di Afrodite dalla bella corona”).
 L’iscrizione è la prima prova tangibile della diffusione dei poemi omerici e di uno stile di vita che seguiva i canoni dell’epica arcaica. A fianco a questa straordinaria testimonianza scrittoria ritroviamo anche un’altra iscrizione posta sull’orlo di un cratere tardogeometrico locale in cui è attestata la prima firma di vasaio conosciuta nel mondo greco ([Krat] inos m’epoesein, con integrazione suggerita da Buchner), e datato al 725 – 700 a. C. Accanto a queste ben note testimonianze si inseriscono, soprattutto dai ritrovamenti nella necropoli, elementi di corredo locale come gli aryballoi, che presentano all’esterno una verniciatura bruna e un’argilla di colore rosato, associati con kotylai PCA originali, con anse per lo più a bastoncello e una serie di disegni comprendenti sigma, uccelli monopodi pieni, linee serpentiformi. Le argille sono, in questo caso, di chiara provenienza corinzia e presentano l’inconfondibile colorazione giallognola.
Recentemente (1996), è stata rinvenuta, in località Punta Chiarito a Forio d’Ischia, una capanna arcaica, scavata da Stefano De Caro e Costanza Gialanella, con pianta grosso modo ovale di circa m. 7 x 14 e ingresso sul lato lungo est prettamente decentrato verso nord. I muri sono costruiti a secco, privi d’intonaco e con un solo filare di fondazione. Al di sotto, nel paleosuolo più antico sono stati rinvenuti frammenti di anfore da trasporto corinzia A, alcuni frammenti di anfore SOS, due frammenti di skyphoi tipo thapsos, un frammento di kotyle emisferica e di uno skyphos di produzione locale con pannello comprendente una serie congiunta di losanghe apicate (De Caro, Gialanella, 1998, p.340). L’insieme di questo materiali consente di porre tra il 750 – 730 a. C. l’inizio della più antica fase d’insediamento.
Tornando a Cuma, è interessante continuare il discorso della prima fase di colonizzazione. Sappiamo che la zona costiera cumana era occupata dagli Opici, popolazione inquadrabile nella facies della Fossakultur, come afferma anche Antioco in Strabone nel noto passo (“Antioco dice che questa terra era abitata dagli Opici, ai quali si dà anche il nome di Ausoni”, Strabone, Geografia, V, 4, 3).
Dobbiamo quindi pensare ad una situazione di grande tensione quando arrivarono sul territorio campano i primi greci. Tali presenze straniere, in realtà, non dovevano essere del tutto estranee agli Opici / Osci dato che, di sicuro, già da qualche tempo prospectores greci avevano dovuto battere in lungo e in largo la zona per rendersi conto dell’effettiva possibilità insediativa della costa campana e dei popoli che in essa dimoravano. Ancora prima erano stati i progenitori Micenei dal XV al XIII sec. a. C., quindi nel Bronzo Finale, ad avere stretti contatti commerciali con le terre campane; a riprova di ciò è possibile citare il rinvenimento di alcuni frammenti ceramici a Vivara, Ischia e, un po’ più a sud, Praia, Pestum, Polla ed Eboli, segno di estesi e variegati contatti tra la popolazione micenea e gli indigeni.
La prima generazione cumana fu guidata da un governo a carattere aristocratico oligarchico fondato sul comando di una stretta cerchia di personaggi di elevato grado sociale denominati hippobotai. Di essi abbiamo alcune notizie dai ricchi corredi funerari del periodo orientalizzante (tomba 104, a tholos, del fondo Artico), che richiamano il rituale di seppellimento eroico citato nei poemi omerici. Il corpo è incinerato, a differenza degli Opici che, invece, lo inumavano in posizione distesa, come avviene nella madrepatria Eubea, e posto all’interno di un lebete bronzeo, tutt’intorno preziosi oggetti di corredo tendono ad esaltare la ricchezza ed il ruolo preminente del defunto, e non a torto, si è parlato di una sepoltura di tipo “principesco”.


Autore: Dott. Luca Basile

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