ZUGLIO (Ud). Case e fortezze romane e insediamenti dell’età del ferro.

Pubblicato il : 9 Aprile 2016

Tagliano il bosco ed emergono nuovi reperti dell’antica Iulium carnicum, la città romana più settentrionale, che porta verso il Noricum, fondata fra il 58 e il 49 a,C. come vicus dai Romani. Il fatto che molti reperti dell’antica città romana carnica siano ancora sepolti sotto terra era una notizia oramai nota, come pure si conosceva che il colle oggi dedicato a San Pietro fosse stato per secoli un luogo di riparo, di rifugio da eventuali scorrerie e che fosse utilizzato da popolazioni locali, dai Celti Carni, prima del dominio romano sulla zona.
In questi giorni nuove scoperte sono venute alla luce quando un privato ha deciso di aderire all’invito del Comune di abbattere gli alberi prospicienti alla strada che porta alla chiesa di San Pietro e alla frazione di Fielis. Anzi, è andato oltre questo proposito e ha deciso di disboscare una zona più ampia, che comprende tutta la sua proprietà alla base del celebre colle e ripristinare il prato per adibirlo successivamente a coltura di viti. Mentre si estirpavano i ceppi degli alberi, però, sono emersi reperti archeologici che segnalano come l’abitato dell’antica città romana si estendesse non solo sul pianoro sottostante, ma anche sulle prime roccaforti del colle.
Il sindaco Battista Molinari, venuto a conoscenza della scoperta, ha immediatamente interessato la Soprintendenza regionale per i beni archeologici che ha già effettuato una prima ricognizione sul posto bloccando i lavori. Le scoperte sono state coperte da teli di nylon in attesa di un’ulteriore ispezione sul posto.
La zona in loco è conosciuta con il nome di “Ruvigne” che deriverebbe da “rovina, ruderi”. «Per questo, quando in Comune è arrivata – racconta il sindaco – la richiesta di disotterrare i ceppi, ho avvisato il proprietario di eseguire i lavori con attenzione e di avvisare immediatamente qualora qualcosa di interessante potesse emergere». Cosa che è stata fatta. «Sono emerse – racconta Molinari – le fondamenta di alcune abitazioni e, su un colle che domina la pianura sottostante, dove si trova l’antico foro romano, si nota il basamento di una costruzione che verosimilmente potrebbe essere un punto di avvistamento militare».
Trovati infine pure dei resti di ceramica attribuibile al periodo di dominazione romana. Mancano i fondi per consegnare questi reperti alla collettività, ma il sindaco non demorde.
«Abbiamo avviato una trattativa con il proprietario del sito, per permutare i mille metri quadrati di sua proprietà con un altro terreno di proprietà comunale». Uno scambio che non scontenterebbe l’attuale proprietario del sito, visto che alcuni anni or sono aveva già permutato un suo terreno, posizionato accanto al cimitero, per permettere al Comune di eseguire l’ampliamento dello stesso. In questi giorni la Soprintendenza ha ispezionato nuovamente il sito archeologico. «Mancano – prosegue il sindaco – però i soldi per poter rendere agibili e visibili questi resti. Tornerò a chiedere una partnership con l’Università di Scienze dell’antichità, archeologia storia e letteratura di Udine in modo di riportare alla luce anche questi ultimi ritrovamenti».

Dagli scavi spuntano anche insediamenti dell’età del ferro.
Sul colle Ruvigne ad una maggiore profondità di un metro e mezzo rispetto ai basamenti romani, sono state rilevate anche tracce di abitazioni più antiche, databili all’età del ferro. Contrariamente alle abitazioni dei romani, che utilizzarono abbondantemente per le loro costruzioni la pietra, le abitazioni precedenti all’epoca romana erano formate soprattutto da un muretto di pietra a secco sormontate da una abitazione in legno e paglia e sono state trovate in uno strato inferiore rispetto al piano di calpestio delle costruzione romane. Segno questo che la zona è stata abitata per secoli e che la città romana è sorta sopra le rovine di altri insediamenti.
Già si era a conoscenza di altre abitazioni pre romane, le cui tracce sono state trovate e studiate poco più a valle della scoperta di questi giorni, in Cjanas, dove c’era abbondanza d’acqua, lungo il rio Bueda, e da dove si poteva, all’occorrenza, facilmente fuggire ad eventuali invasioni riparandosi sulle pendici del colle.
«Questo piccolo villaggio, risalibile ai X secolo a.C del quale sono emerse chiaramente tre abitazioni – precisa il primo cittadino – anche se si conosce l’esistenza di altre sette, sono state ricostruite dagli studiosi in maniera virtuale». Lungo il sentiero sono stati ritrovati pure resti di animali con i quali si cibavano gli antichi abitanti della zona, ossa e schegge di ossa di cinghiali e di conigli, e oggetti in ambra.

Autore: Gino Grillo

Fonte: www.messaggeroveneto.gelocal.it, 7 apr 2016

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