SAN MAURO DI SALINE (Vr). Il villaggio preistorico degli artigiani della selce.

Pubblicato il : 30 Gennaio 2012
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Resta misterioso il significato della tavoletta enigmatica con cinque cerchi che a loro volta ne contengono altri concentrici, esposta da domenica in una vetrina del museo geopaleontologico di Camposilvano e trovata nel villaggio preistorico di Dosso Folesani a San Mauro di Saline.
È meno misterioso invece il sito dove la tavoletta fu rinvenuta, scoperto da Germano Piccoli nel 2003 in seguito allo scavo per la costruzione di un’abitazione e per il quale fu subito avvertita la Soprintendenza ai beni archeologici. Gli scavi eseguiti in tre campagne, dal 2005 al 2009, e che sono stati rivisitati negli ultimi mesi, hanno già definito i contorni di quello che pare essere un villaggio di artigiani della selce, abitato fra il 1800 e il 1500 avanti Cristo nell’età riconducibile archeologicamente tra quella del Bronzo Antico e Medio.
«Raccogliendo quello che era emerso dalla terra di risulta e che il proprietario aveva conservato per destinarla all’orto, ho trovato un museo», ha raccontato Piccoli, rifacendo la storia della scoperta, «e dopo la conferma ricevuta dall’amico Gianluigi Corrent che quello che sospettavo era davvero un sito di importanza straordinaria, la Soprintendenza ha avviato tre successive campagne di scavo. Già nella prima, di appena 15 metri quadrati, in uno strato di indagine sottile, appena sotto il cotico erboso, sono affiorati 120 pezzi da museo, buche di pali di una capanna, un muro di crollo con parecchi cocci. In quella successiva del 2007 è emerso un muro a secco ancora ben conservato e nell’ultima campagna del 2009 sono venuti alla luce reperti alla rinfusa, probabilmente frutto di un riempimento effettuato in epoche successive. Quello che stupisce, tuttavia», conclude Piccoli, «è che si tratta di oggetti di straordinaria bellezza. Sembrano lavorati da un orefice della selce».
Elisa Ginoli, che ha svolto sul sito la sua tesi di laurea, ha confermato che il villaggio era probabilmente un’officina di lavorazione della selce che affiora in abbondanza nei dintorni di San Mauro.
I muri rimasti evidenziano, come ben ha disegnato l’archeologo Alberto Zardini, un villaggio recintato con muri a secco o a sacco (con intercapedine di riempimento) e la base di una struttura massiccia identificata con un possibile podio sacrificale, anche con funzione di torre di osservazione vista la collocazione strategica su uno sperone di collina sopra il Vajo di Mezzane. Un frammento di colino, usato forse per la lavorazione del latte, è tra i reperti più importanti «ma tutto il sito ha estremo valore perché ci consegna dati fondamentali per conoscere meglio l’età del Bronzo e perché aiuta a inquadrare cronologicamente e culturalmente l’industria litica di tutta l’area della Lessinia», ha concluso la studiosa.
Candida Sidoli, che collabora con la cattedra di protostoria dell’università di Milano ed è fra le studiose più accreditate per le tavolette enigmatiche, ha passato in rassegna le varie tipologie, tutte comprese fra 3 e 12 centimetri, di forma ellissoidale o rettangolare, suddivise da linee orizzontali con dei segni.
«Capire che cosa siano è l’ultimo dei problemi che hanno gli archeologi», ha ammesso,«piuttosto interessa la diffusione», e su una cartina ha mostrato la concentrazione di ritrovamenti nell’area padana attorno al lago di Garda, nell’area danubiana e nei Carpazi.
Sul modello di quella trovata a San Mauro ne esistono in Europa 300 esemplari, con la caratteristica che si collocano tutti nell’arco temporale di 700 anni e per questo sono abbastanza rari.
Sulla loro funzione ci sono diverse ipotesi: da oggetto di scambio commerciale, a strumento sacrale detenuto da persona di alto rango, a oggetto ornamentale, come risulta da resti di cinture femminili o dalle decorazioni sulla veste di un idoletto trovato in Romania. Con tecniche di archeologia sperimentale, la studiosa ha documentato fotograficamente la realizzazione di una copia di tavoletta enigmatica in terracotta con i disegni realizzati grazie a stampini ricavati da una ghianda di cerro o da semi di papavero.

Autore: Vittorio Zambaldo

Fonte: www.larena.it, 30-12-2012

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