ROMA. Storie, ricerche e scoperte nel sottosuolo della Città Eterna negli ultimi 500 anni.

Pubblicato il : 28 Giugno 2020
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Il 31 maggio 1578 alcuni operai intenti a scavare pozzolana sulla via Salaria, in quella che allora era la vigna Sanchez, poi Della Rovere, incapparono in un groviglio di gallerie di una sconosciuta catacomba cristiana, decorate da splendide pitture, con loculi ancora intatti, iscrizioni e rilievi. La notizia in poche ore fece il giro della città, e non solo. Raccontano le cronache del tempo, in particolare gli «Avvisi Urbinati» del 2 agosto: «Vicino al cimitero di Santa Priscilla [n.d.r.: inizialmente il cimitero fu erroneamente identificato con quello di Priscilla, il più importante della via Salaria] trovato li dì passati, si sono scoperti sotto terra alquanti cappelletti et oratorii di stucco ornati con vaghissimi lavori, dove concorsi tutta Roma, rompendo li steccati, fatti lì intorno per ordine del Card. Savello».
Non solo il popolo minuto accorreva a vedere quelle insospettate meraviglie che andava rivelando il ventre di Roma, quasi una «subterranea civitas», ma anche dotte personalià, tra cui ecclesiastici del calibro di Cesare Baronio, che riportò la scoperta nei suoi Annali, ambasciatori e cultori di antichità, tra cui Pompeo Ugonio, lo spagnolo Alfonso Chacón e il fiammingo Filippo de Winghe, questi due ultimi autori di preziose riproduzioni delle pitture appena liberate dalle terre. La scoperta si rivelò un impulso straordinario per la conoscenza di quel mondo multiforme e ancora sconosciuto che faceva capo alle catacombe romane, che di lì a qualche anno sarebbero state disvelate dalle avventurose ricognizioni del maltese Antonio Bosio, autore della monumentale Roma sotterranea.
Ma la scoperta del 1578 ebbe anche altri avvincenti risvolti. Essa si colloca nel pieno del dibattito riformatore, e sembra offrire su un piatto d’argento validi argomenti alla chiesa di Roma a sostegno del culto dei santi, della Vergine e delle immagini sacre, contro il revisionismo radicale della Riforma. Ci sono pervenute interessanti testimonianze del dibattito. Per la parte «romana» registriamo il già citato Baronio, nei tomi I e II degli Annali, e una relazione anonima, attribuita dubitativamente a San Pietro Canisio, nei quali quelle antichissime immagini appena scoperte rivelavano l’antichità e quindi l’autorità in termini di fede della devozione ad esse riservata.
La parte «riformata» emerge invece nell’operetta polemica The English Romayne Lyfe, pubblicata a Londra nel 1582 da Antony Munday, agente segreto della regina Elisabetta, residente a Roma in incognito quale devoto studente cattolico, il quale, raccontando della scoperta di vigna Sanchez, riportava con spirito derisorio la disarmante creduloneria dei romani, che in ogni sepolcro immaginavano deposte le sacre ossa di qualche martire.
La catacomba scoperta nel 1578 non ebbe però vita facile: qualche anno dopo, le sue variopinte teofanie si inabissarono nuovamente, inghiottite dalle frane. Dopo circa tre secoli e mezzo furono riportate alla luce durante i lavori di costruzione, nel 1921, di uno dei tanti eleganti villini del moderno quartiere Salario.
L’identificazione della catacomba non fu facile: inizialmente fu ritenuta il coemeterium Iordanorum, ove gli itinerari altomedievali indicavano i sepolcri dei fratelli martiri Alessandro, Marziale e Vitale, figli di Santa Felicita. Quando nel 1966 la tomba del martire Alessandro venne però con certezza individuata in una vicina rete di gallerie, alla catacomba di vigna Sanchez toccò la denominazione, meno nobile, ma certamente più obiettiva, di «anonima di via Anapo», dalla via su cui si trova il suo ingresso.
Essa, infatti, nonostante le meravigliose pitture che incantarono i contemporanei di Gregorio XIII, non è menzionata nei documenti antichi, probabilmente perché non vi erano seppelliti martiri, a dispetto di quel che pensasse Antony Munday…

Catacombe dei SS. Marcellino e Pietro.
Lo scavo di uno degli ambienti con le sepolture multiple (© D. Gliksman / Inrap).
La pandemia che oggi sconvolge il nostro Paese e le nostre vite richiama alla mente i virus del passato con la loro scia di lutti testimoniata dalla letteratura antica. In particolare mi ricorda un’entusiasmante scoperta che, del tutto casualmente, ho potuto fare nelle catacombe romane dei SS. Marcellino e Pietro. Nell’estate del 2003 fui chiamata a un sopralluogo d’emergenza a causa dell’apertura di una vasta voragine in un giardino privato al di sopra delle catacombe: il dissesto era stato provocato dalla rottura di una conduttura idrica e l’acqua aveva invaso ambienti ancora ignoti dell’importante cimitero cristiano dell’antica via Labicana.
Si trattava di una situazione di routine visto che i monumenti sotterranei sono in costante, e spesso penalizzante, coabitazione con le infrastrutture della città moderna. Una volta cessato il flusso idrico, si è passati allo scavo per rimuovere il crollo di detriti ed è solo a quel punto che ho fatto un’eccezionale serie di scoperte: non solo un santuario dedicato a un gruppo di martiri, ma anche una sequenza di camere funerarie con migliaia di scheletri.
Il santuario martiriale è decorato con pitture di VI-VII secolo ed è dedicato probabilmente ai 40 Martiri di Sebastia, che gli antichi itinerari enumeravano tra i diversi centri di venerazione di questo cimitero. Le camere funerarie, invece, consistono in una serie di ambienti, di forma totalmente differente da quelli consueti nelle catacombe, completamente stipati di scheletri disposti in modo ordinato. Lo scavo di tali contesti, peraltro in pessimo stato di conservazione a causa anche dell’infiltrazione alle origini della scoperta, non poteva essere affrontato in modo approssimativo, ma richiedeva competenze specifiche di altissimo livello scientifico.
A questo punto, grazie a una convenzione tra la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, ufficio della Santa Sede competente per le catacombe cristiane di Roma e d’Italia, e l’Ecole Française de Rome, sono comparsi provvidenzialmente sulla scena gli archeoantropologi Dominique Castex, dell’Università di Bordeaux, e Philippe Blanchard, dell’Institut National de Recherches Archéologiques Préventives, entrambi esperti riconosciuti dello scavo di sepolture multiple, ossia di individui sepolti simultaneamente.
Grazie alla competenza dei colleghi francesi è stato affrontato chirurgicamente nel corso di alcune campagne uno scavo molto complesso: gli scheletri, che possiamo stimare in alcune migliaia, si presentavano disposti a strati con cura all’interno delle camere, ma senza soluzioni di continuità, per cui, a causa dell’esorbitante tasso di umidità, avevano costituito una sorta di banco osseo in cui era fondamentale, al momento dello scavo, registrare il maggior numero possibile di osservazioni, che diversamente sarebbero andate perdute.
I corpi hanno rivelato un trattamento funerario sofisticato, con uso di sostanze balsamiche provenienti da regioni remote dell’Impero (ambra rossa del Mar Baltico, incenso dello Yemen, sandaracco del Nord Africa), come hanno provato le successive analisi di laboratorio, tuttora in corso. In genere i cadaveri risultano abbigliati e poi avvolti entro sudari: tra questi e i corpi è presente uno strato di materiale gessoso, secondo un’usanza attestata in antico in cimiteri africani e militari. Purtroppo non sono stati recuperati molti reperti mobili, ma solo poche monete, la più antica di Tito Cesare (74 d.C.) e la più recente di Ostiliano Cesare (251 d.C.).
Questi orizzonti cronologici sono confermati anche dalle analisi al radiocarbonio, che provano che l’attività di deposizione dei cadaveri sarebbe avvenuta tra il I secolo e la metà del III, quindi in una fase anteriore rispetto alle catacombe dei SS. Marcellino e Pietro, la cui origine si data alla seconda metà del III secolo.
L’assenza di lesioni traumatiche nei cadaveri finora analizzati, circa 500, ha fatto escludere un evento bellico o un massacro all’origine di tali sepolture collettive. La disposizione dei corpi ha fatto pensare a una simultaneità nel processo di occupazione delle camere, anche se nel prosieguo delle indagini è apparsa più probabile una certa gradualità, in quanto gli ambienti non avrebbero potuto fisicamente accogliere tutti i cadaveri, se questi fossero pervenuti simultaneamente. In ogni caso è evidente che all’origine di questi contesti ci sia una crisi di mortalità, un evento di natura epidemica, che, sulla base delle cronologie prima indicate, si potrebbe collocare nel contesto della famosa Peste antonina, o in una sua recrudescenza.
Sappiamo che tale terribile epidemia avrebbe decimato, in varie ondate, la popolazione dell’Impero. Al riguardo, ci illuminano le testimonianze contemporanee di Galeno, Elio Aristide, gli scrittori della Historia Augusta, Dione Cassio (che racconta che il morbo a Roma, nel 189, mieteva sino a duemila vittime al giorno!), fino agli storici più tardi Ammiano Marcellino, Eutropio e Orosio. Di tale peste, tuttavia, non sono state finora riconosciute testimonianze archeologiche dirette, il che aveva portato gli studiosi a sottovalutare le affermazioni iperboliche degli storici antichi.
Per questo sarebbe veramente molto importante individuare mediante le più aggiornate tecniche di laboratorio il Dna batterico eventualmente presente sui cadaveri, anche se i tentativi finora condotti, a causa del pessimo stato di conservazione dei resti ossei, non hanno dato i risultati sperati. In ogni caso il contesto dei SS. Marcellino e Pietro è ritenuto unanimemente dagli studiosi di archeoantropologia, di virologia e di epidemiologia di interesse eccezionale e lo studio di laboratorio dei campioni prelevati è destinato certamente a riservare ancora molte sorprese.

Catacombe scomparse, il cimitero dei Santi Castulo e Stratonico.
Moosburg an der Isar, Duomo, Hans Leinberger, Sepoltura di San Castulo, 1511-1515 (© Europeana)
A Roma la progressiva urbanizzazione e l’ammodernamento infrastrutturale dello Stato Pontificio prima, e dello Stato Italiano dopo il 1870, tra la fine dell’Ottocento e soprattutto la prima metà del Novecento sacrificarono alcuni importanti complessi catacombali. È il caso della catacomba ebraica di Monteverde, «vittima» prima dell’attività di estrazione di pozzolana, particolarmente convulsa nella Roma umbertina, e poi del fuoco incrociato dell’edilizia residenziale e della posa delle reti tranviarie e ferroviarie del quartiere Trastevere. Altro cimitero inghiottito dallo sviluppo residenziale fu quello di San Tertullino, collocato dalle fonti topografiche sulla via Latina.
La maggior parte delle catacombe romane, dopo la traslazione dei corpi dei martiri nelle chiese urbane, avvenuta a più riprese nell’Alto Medioevo, vennero abbandonate e dimenticate, a parte qualche rara eccezione. In epoca moderna, nel fervore umanistico e soprattutto nella Roma della Controriforma (R. Giuliani, «Il Giornale dell’Arte, edizione online, 30 marzo 2020), le catacombe romane vennero ritrovate e nuovamente frequentate. Protagonista assoluto della riscoperta moderna delle catacombe fu Antonio Bosio, ma oltre a lui si diede allo studio di questi singolari monumenti, veri depositi dottrinali cristiani, tutta una nutrita e variegata serie di studiosi di antichità, collezionisti, storici ed eruditi. Tra questi spicca l’urbinate Raffaele Fabretti (1620-1700), grande appassionato di epigrafia pagana e cristiana, al quale si deve la riscoperta proprio del cimitero di San Tertullino e poi di un secondo cimitero, oggi praticamente scomparso, a parte poche insignificanti gallerie: quello dei Santi Castulo e Stratonico.
Fabretti scoprì la catacomba di San Castulo nel 1672: l’identificazione avvenne sulla base del ritrovamento di un’iscrizione che ricordava il luogo di sepoltura del martire, anche se le sue reliquie nell’VIII secolo erano già partite per Moosburg, nell’alta Baviera. L’antico itinerario De locis sanctis Martyrum situa il cimitero al primo miglio della via Labicana (attuale via Casilina Vecchia), presso i fornici dell’acquedotto Claudio. Il santuario martiriale doveva essere di tutto rispetto, in quanto contemplava la presenza di due martiri, Castulo e Stratonico, deposti nella catacomba e a cui era dedicata anche un’«ecclesia» in superficie.
Se Stratonico rimane sostanzialmente avvolto nell’ombra del passato, su Castulo disponiamo di qualche notizia. Il suo «dies natalis» è fissato dal Martirologio Geronimano al 26 marzo, mentre cenni di biografia si possono trarre dalla Passio Sancti Sebastiani, datata al tempo del pontefice Sisto III (432-440), secondo la quale Castulo sarebbe stato «zetarius» (ossia «cubicularius», cameriere privato) dell’imperatore Diocleziano; avrebbe nascosto segretamente, nel cuore dei palazzi palatini, il papa Gaio (283-296) e parecchi cristiani; tradito dall’apostata Torquato, fu arrestato, sottoposto a processo sommario, torturato e infine gettato in una fossa e sepolto sotto una gran mole di terra («massa arenaria»). Un’altra recensione della Passio, dedicata al solo martire Castulo, aggiunse che il suo corpo riposa «humatum» nello stesso luogo ove fu ucciso, lungo la via Labicana, non lontano da Roma.
Dopo la riscoperta da parte del Fabretti il cimitero venne visitato da illustri studiosi, tra cui il celebre erudito Mabillon, ma anche, purtroppo, da avidi cercatori di reliquie e di antichità cristiane che coi loro saccheggi ne decretarono in breve tempo la rovina. Nel 1864 lo riportarono alla luce i lavori di costruzione della ferrovia Roma-Civitavecchia, attuati in quelle che erano allora le vigne del convento dei SS. Cosma e Damiano. Purtroppo anche in quell’occasione molto si perse, come ci riferisce laconicamente nel 1865 il grande archeologo cristiano Giovanni Battista de Rossi: «nei tagli fatti per la via ferrata è stato rinvenuto un sepolcreto non sotterraneo. La notizia non me ne giunse in tempo perché potessi esaminarne la costruzione e l’età».
Per quanto riguardava la parte sotterranea, invece, i lavori della via ferrata riaprirono l’accesso a cunicoli cimiteriali posti circa 12 metri sotterra, scavati con grande perizia dagli antichi fossori in condizioni proibitive per l’incombente presenza dei potenti piloni del soprastante acquedotto Claudio e per la natura friabilissima del tufo, tanto che si è ritenuto che la geologia del sito confermi l’ipotesi, già formulata dal Bosio e accolta dallo stesso de Rossi, secondo cui Castulo sarebbe stato martirizzato in una cava di pozzolana («arenarium») e lì sepolto, fatto di cui si trova indizio anche nella citata passio. Sul luogo poi si sarebbe sviluppato un cimitero cristiano, per effetto di una venerazione profondamente radicata nei confronti dello «zetarius»imperiale.
La passione principale del Fabretti fu lo studio dell’epigrafia degli antichi. Secondo modalità abituali nella pratica delle antichità da parte degli eruditi del tempo, tale passione lo condusse all’asportazione di moltissimo materiale epigrafico dalle catacombe, che traslocò dalle umide gallerie del suburbio romano alle più signorili sedi del palazzo paterno in Urbino. L’operazione gli riuscì particolarmente facile perché a Roma fu nominato Custode delle reliquie e dei cimiteri e autorizzato dal Cardinal Vicario Gaspare Carpegna, da cui l’ufficio del Custode dipendeva, a prelevare dai sacri recessi quanto ritenesse necessario. A illustrazione della sua raccolta, pubblicò nel 1699 Inscriptionum antiquarum quae in aedibus paternis asservantur explicatio et additamentum (con seconda edizione del 1702).
Nell’opera figurano una trentina di testi provenienti dal cimitero di Castulo, a cui viene dedicato il capitolo VIII. Oggi la raccolta Fabretti si trova nelle sale del Museo Lapidario, all’interno del Palazzo Ducale di Urbino. Attualmente vi si contano 18 testi provenienti dalla catacomba, rispetto ai 30 annoverati da Fabretti. Le assenze si devono probabilmente alle complesse vicissitudini della collezione epigrafica, fino alla sua sistemazione settecentesca negli ambienti del Palazzo Ducale ad opera del cardinale Gianfrancesco Stoppani, legato pontificio a Urbino tra il 1747 ed il 1756, che con molta fatica riuscì ad acquisire la collezione alla città dagli eredi Fabretti. In ogni caso Fabretti dovette aver lasciato nel cimitero un piccolo numero di iscrizioni.
Purtroppo del complesso archeologico perlustrato da Fabretti non rimangono oggi che poche gallerie, spoglie di qualunque corredo epigrafico o decorativo. Accedere a tale piccolo nucleo sotterraneo è estremamente disagevole in quanto è situato presso l’attuale via Casilina Vecchia, ai margini della sede ferroviaria del tracciato Roma-Pisa, presso i piloni dell’acquedotto Claudio. Nel corso di una ricognizione effettuata alcuni anni or sono l’ipogeo è stato trovato occupato da individui senza fissa dimora.
È stato perciò necessario attuare nelle ore notturne un intervento radicale di bonifica igienica degli ambienti, profittando dell’interruzione dell’intenso traffico ferroviario, grazie alla collaborazione del personale di Rete Ferroviaria Italiana. D’altro canto, risulta da documenti d’archivio che durante il secondo conflitto mondiale le gallerie sono state utilizzate come rifugio antiaereo. Una sorte ben triste per quello che fu il santuario del «cubicularius» di Diocleziano!

Autore: Raffaella Giuliani, Ispettore delle Catacombe di Roma Pontificia Commissione di Archeologia Sacra – Città del Vaticano

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, edizione online, marzo – aprile – giugno 2020

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