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POMPEI (NA). Dopo i crolli i furti. Dalla lobby del personale agli affari dei clan così va …

Dopo i crolli, i furti. Questa volta a Pompei non si sbriciolano i muri, ma c’è qualcuno che si porta via pezzi della città, mandandola in rovina come fece il Vesuvio duemila anni fa. Un affresco raffigurante Artemide e un festone floreale sono spariti rispettivamente da una domus chiusa al pubblico e da un laboratorio di restauro. La Procura di Torre Annunziata ha inviato i suoi 007 e anche il ministero per i Beni culturali ha spedito da Roma un ispettore, che sta conducendo un’inchiesta parallela sui due episodi, scoperti negli ultimi giorni. E il ministro Franceschini, ancora convalescente dal malore dei giorni scorsi, ha convocato per oggi una riunione al Collegio romano.
Il primo dei due episodi risale al 12 marzo, ma si è appreso solo ieri: un custode durante la ronda delle 17 aveva scoperto che nella Domus di Nettuno mancava un frammento raffigurante Artemide. I ladri l’avevano tagliato con un temperino o un cacciavite. Quando, non si sa. Secondo gli investigatori, la pista più accreditata è quella interna: si indaga tra i dipendenti della Soprintendenza. Il capo della Procura, Alessandro Pennasilico, commenta infatti: «Quando la refurtiva è di piccole dimensioni, si può pensare anche al comportamento incivile di un visitatore, ma in questo caso potrebbe trattarsi di un furto su commissione. L’area è chiusa: difficile che un turista possa essere entrato con i mezzi necessari a tagliare l’affresco». L’area del furto è tra quelle da mettere in sicurezza con il Grande Progetto Pompei ed era parzialmente scoperta dalla videosorveglianza: la gara per l’appalto delle telecamere partirà a giorni.
Il secondo episodio è un’altra sparizione, ma il pezzo stavolta è tornato a Pompei. Il 21 gennaio alla Soprintendenza è arrivato per posta un plico spedito dalla libreria antiquaria Pegaso di Firenze – un indirizzo inesistente. Conteneva un frammento di 15 centimetri per 13 proveniente dalla Casa dei Cubicoli floreali o del Frutteto, esempio di secondo stile pompeiano con un festone di edera su fondo giallo. Il pezzo di affresco era in deposito nel laboratorio di restauro della Soprintendenza. Chi l’ha impacchettato e spedito, è riuscito a sfuggire alle telecamere dell’ufficio postale. Dice il soprintendente dell’epoca, Massimo Osanna (oggi al suo posto siede Teresa Elena Cinquantaquattro): «Anche in quel caso sono state attivate subito le forze dell’ordine». La notizia del furto non fu però data perché si sperava che i ladri uscissero allo scoperto. «Il problema» insiste Osanna «sono le risorse umane: mancano i custodi. Se un turista scavalca e sfugge alla vista del custode, il furto può avvenire. Il problema sicurezza è ben presente e ci stiamo lavorando: tra i primi interventi del Grande Progetto Pompei c’è il nuovo sistema di videosorveglianza e la nuova recinzione». «Rattristata » si è detta la commissaria Ue alla Cultura, Androulla Vassiliou: «I responsabili dovrebbero vergognarsi di rubare il patrimonio di italiani e europei».
Ora che la Procura punta sulla pista interna, tutti si ricordano di quello che disse il soprintendente in pensione Pier Giovanni Guzzo: «Abbiamo chiesto alle forze dell’ordine controlli più serrati sulla camorra ». L’archeologo ipotizzava un intento intimidatorio, dietro i tanti crolli e misteri di Pompei. Parlava di ditte che partecipavano agli appalti, ma anche di persone che non venivano dall’esterno. Esattamente sei anni fa, il 19 marzo del 2007, mentre Guzzo era a capo della soprintendenza autonoma, in un giorno senza vento una pesante colonna di tufo in un cantiere chiuso crollò.
«Non ho elementi per dire che è un’intimidazione camorristica — dichiarò il soprintendente — La magistratura e la polizia giudiziaria hanno il compito di chiarire la dinamica dell’evento ».
Diceva e non diceva, l’archeologo. Ma si riferiva anche a quello che aveva intorno. In quegli uffici. Nell’area archeologica che dirigeva. Gli episodi strani, le sparizioni, tutte cose che sapevano di sabotaggio. La risposta degli inquirenti a quelle ipotesi dello studioso non è mai arrivata. E il dubbio è rimasto: che cosa accade tra le mura di Pompei? C’è una mano che provoca danni con un intento ben preciso? La Procura sta cercando quella mano. E non la cerca certo fuori dalle mura degli Scavi.
L’establishment di Pompei ogni tanto cambia faccia e nome: ai soprintendenti sono stati affiancati city manager, direttori generali, commissari. I nuovi dirigenti provengono dal mondo universitario o dalle forze dell’ordine, dall’aeronautica o dall’esercito. Ma i gradi e le divise non scoraggiano la regia dei misteri di Pompei. Una regia forse unica, sulla quale le indagini della Procura già da tempo si concentrano. In questi giorni gli uffici della soprintendenza sono stati frequentati assiduamente dai carabinieri per sequestrare atti delle gare del Grande Progetto Pompei: 105 milioni di euro da spendere per una macchina che procede al ralenti. Per cautela, per paura di infiltrazioni camorristiche, per eccesso di burocrazia.
Con le forze dell’ordine in ogni dove, comunque, l’area archeologica non sembrerebbe il luogo più adatto a un furto di cui nessuno si è accorto. Anzi due furti, quello del frammento della Casa del Frutteto, restituito il 21 gennaio, e quello della Casa di Nettuno, scoperto solo il 12 marzo. Gli inquirenti ora vogliono sapere il preciso momento in cui i “quadretti” — destinati a un collezionista o utili a provare che a Pompei si ruba indisturbati — sono stati staccati e portati via. Per puntare sulle sequenze giuste delle riprese delle telecamere. Ma questa è una notizia che manca. Mentre invece si viene a sapere con estrema puntualità e anche in tempo reale di ogni crollo, di ogni più piccolo cedimento di un muro di cinta. Ogni disgrazia che porta a Pompei la stampa internazionale e il disdoro all’immagine dell’Italia si diffonde alla velocità della luce. Viene dall’interno dell’area e sa sempre dove dirigersi. Questo a volte sembra far parte della stessa precisa regia che sta anche alla base del danno.
«Spesso — dicono negli uffici della soprintendenza — la stampa viene messa al corrente prima di noi di quello che accade». Uno scollamento, tra dirigenza e dipendenti, che più volte è apparso sospetto.
«Ci arriva in Procura un flusso quasi quotidiano di “notizie” — nota il procuratore capo di Torre Annunziata, Pennasilico — sui fronti più svariati: dai problemi statici all’uso delle risorse pubbliche, dai danni al patrimonio a vicende commerciali connesse agli Scavi».
In questo flusso ininterrotto di notizie che prendono la strada esterna, anche gli ultimi due fulmini caduti su Pompei, i furti in due diversi punti dell’area archeologica. La notizia filtra a scoppio ritardato, ma solo perché gli inquirenti chiedono di non intralciare le indagini. Gli interrogativi sono tanti. Un pezzo di Pompei che se ne va da una domus semi-incustodita, dove solo chi sapeva e conosceva i luoghi poteva arrivare, tenendo in mano gli strumenti giusti per un furto da esperti, da tombaroli. Un furto non certo da turisti. E un altro frammento prezioso, quello della Casa del Frutteto, che sparisce dal laboratorio di restauro dove la custodia non doveva sicuramente mancare. Ventotto custodi per turno in un’area 66 ettari e 1.500 edifici. E tra loro c’è chi potrebbe sapere.

Fonte: Repubblica, 18 mar 2014

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