Paolo CAMPIDORI. D.H.Lawrence, scrittore versatile e archeologo.

Pubblicato il : 5 Febbraio 2011
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D. H Lawrence, autore del famosissimo libro “Gli amanti di Lady Chatterley”, visitò l’Etruria nell’aprile del 1927 e ne scaturì da questo “pellegrinaggio selvaggio”, un reportage, una guida e allo stesso tempo il suo testamento spirituale, insieme ad una globale visione della civiltà degli Etruschi.
Il libro in questione è “Paesi Etruschi” (Etruscan Places), che fu edito a Londra, per la prima volta, nel 1932. Il libro fu stampato in lingua italiana solo nel 1985, con la presentazione di uno dei massimi studiosi di archeologia del tempo, Massimo Pallottino, Ordinario di Etruscologia e Antichità Italiche all’Università di Roma. Tralascio la presentazione di Pallottino, suppur essa sia molto interesante. Posso accennare soltanto che lo studioso italiano, non gradiva molto certi giudizi del Lawrence e in particolare non condivideva la prosa e la poesia del Lawrence.  Soprattutto lo studioso dai ‘lombi nobili’ (1) non gradiva affatto certe affermazioni che tendevano ad esaltare gli Etruschi e, invece, ‘ridimensionavano’ in parte la ‘grandeur’ dei Romani. I Romani vengono definiti dal Lawrence “questi Prussiani dell’antichità” e li incolpa “di aver calpestato, con tacco di ferro, l’antico fiore splendido dell’Etruria”.
E’ significativo riportare alcune righe dello scritore inglese che sono un sintomatico riferimento ai Romani:
asfodelo“Forse perché un pazzo uccide con un sasso un usignolo, egli è per questo più grande dell’usignolo? Forse perché il Romano fece fuori l’Etrusco, egli era per questo più grande dell’Etrusco? Oh no! Roma è caduta, e il fenomeno romano con essa. L’Italia di oggi è nel suo polso molto più etrusca che romana; e sarà così sempre. L’elemento etrusco è in Italia come l’erba dei campi  e come il germogliare del grano: e sarà così sempre”. Dopo tutti i “niet, forse, non condivido” del Pallottino, spunta all’improvviso un riconoscimento inaspettato: “Gli Etruscan Places del Lawrence contengono, accanto alle più stravaganti invenzioni, alcuni spunti degni di meditazione per lo storico e per il critico dell’arte”; e se questo lo dice il Pallttino, possiamo crederci. Ma lasciamo la critica, più o meno benevola del Pallottino, per cercare di focalizzare in poco spazio ciò che il Lawrence scrive sugli Etruschi.
Innanzi tutto egli ne dà una bellissima definizione: “Gli etruschi lo sanno tutti, erano il popolo che occupava l’Italia centrale, ai tempi della prima Roma e che i Romani, da buoni vicini come sempre annientarono per far posto  a una Roma con la ‘erre’ maiuscola. Non li avrebbero sterminati tutti, ce n’erano troppi, ma riuscirono a cancellarli come nazione e come popolo. Fu l’inevitabile risultato di un espansionismo con la ‘e’ maiuscola, la sola ragion d’essere di gente come i romani”.
lattivendole-volterraLa prima tappa del viaggio di Lawrence è Cerveteri ed è poetica ed avventurosa la descrizione del viaggio compiuto con i mezzi di allora: “E’ una strada bianca e diritta, costeggiata per le prime centinaia di metri da una nobile schiera di pini marittimi, una strada bianca non distante dal mare, piatta, deserta, assolata. Si vede solo un carro coperto tirato dai buoi: un’enorme lumaca  con quattro corna. Sul ciglio della strada l’alto asfodelo lancia qua e là spasmodicamente le sue scintille rosa, dove capita, e il suo odore di gatto”(2).
Mi è impossibile dilungarmi sulla descrizione dei vari siti archeologici, per ragioni di spazio, e pertanto mi limiterò a prendere in considerazione solo alcune considerazioni, situazioni o aneddoti che lo scrittore via via ci descrive nel suo viaggio in Etruria. Ma non è tutto; lo scrittore, ogni tanto lancia qualche frecciata al regime instuarato allora in Italia dal fascismo: “Il direttore dell’albergo, conciliante,  disse  che a Civitavecchia c’è un museo molto interesante e che ci saremmo dovuti fermare il giorno dopo per visitarlo”. “Ah!” risposi “ma c’è soltanto roba romana e non ci interessa affatto vederla”.
Lo scrittore riconosce con onestà: “Da parte mia era una frecciata maliziosa, perché l’attuale regime si considera l’erede autentico della Roma antica”. Notate quanto può pesare anche il giudizio politico di uno straniero sul modo di vedere e pensare la politica comparandola con la storia antica.
“Gli Etruschi – continua il Lawrence – sono stati senz’altro i meno romani di tutti i popoli mai vissuti in Italia, proprio come i Romani dell’antica Roma, sono stati certo i meno italiani, almeno a giudicare dagli italiani di oggi”. Sentenze lapidarie, circostanziate, e ci chiediamo cosa direbbe oggi lo stesso Autore nel sentire alcuni versi del nostro inno nazionale, riferito all’Italia: “…che schiava di Roma Iddio la creò”?
Lo scrittore-archeologo, “dilettante”, ci stupisce quando parla della necropoli di Tarquinia (a quei tempi ancora non localizzata nella sua interezza): “E si capisce subito che, se il colle da cui guardiamo è quello dove i tarquinesi vivi costruivano le loro gaie casette di legno, allora quall’altra sarà la collina dove i morti erano sepolti nelle loro case dipinte nel sottosuolo, come vive sementi”.
urna_volterranaA Palazzo Vitelleschi, a Tarquinia il Lawrence varca la porta del Museo Etrusco; “ci fanno il saluto fascista, alla romana! Ma perché non riscoprono il saluto etrusco?”. Poi con una certa amarezza parla dei musei, come “obitori del bello”, come qualcuno li ha definiti. Forse un obitorio inevitabile, ma pur sempre un “obitorio”! Dopo aver detto che “il Museo di Tarquinia è eccezionalmente bello e interessante per chiunque conosca appena un po’ di etruschi”, aggiunge poi l’amarezza di vedere questi oggetti, senza vita, come un corpi inanimati. Lawrence esclama: “se solo ci convincessimo e non strappassimo più gli oggetti dai loro contesti di origine!”
Dunque i musei sono sempre un errore? La questione è molto dibattuta.
La convinzione dell’Autore del libro viene ribadita in questo concetto: “Gli etruschi non furono distrutti, ma furono spogliati della loro essenza…Il sapere degli etruschi divenne mera superstizione, e in princìpi etruschi diventarono grassi e inerti romani”.
Come Ruskin, il Lawrence crede l’arte italiana e i grandi artisti come Giotto, abbiamo ereditato proprio dagli Etruschi questo sapere (3). Giotto e i primi scultori non furono altro che il “rifiorire di questo stesso sangue, che riesce sempre a far sbocciare un fiore”.
Dopo Vulci lo scrittore visita Volterra ed è curioso notare come “delle sfacciate ragazzotte ci salutano ‘romanamente’, per pura insolenza: un saluto con cui non ho niente da spartire, e che perciò non ricambio. La politica è sempre un flagello e in una città etrusca che si è difesa contro Roma tanto a lungo trovo il saluto romano particolarmente sconveniente, e poco appropriato il ricordo dell’imperium di Roma”.
A Volterra guardando le urne volterrane lo scrittore-archeologo si chiede: “Ma cos’è l’arte? “Arte è tuttora per noi qualcosa di ben cucinato, come un bel piatto di spaghetti”.
E sulle urne volterrane: “Quanto provo più piacere guardando queste urne volterrane che – sto quasi per dire – il fregio del Partenone. Uno si stufa della qualità estetica – una qualità che smussa gli angoli delle cose e ce le fa sembrare ‘stracotte’”.
Poi, riguardo a Volterra, dice: “Gli abitanti di Volterra, Velathri, non erano di origine orientale, non appartenevano allo stesso popolo che vediamo manifestarsi con maggiore evidenza a Tarquinia. Sicuramente qui c’era una tribù più selvaggia e più acerba ….”.
Lawrence inveisce poi con le tombe ricostruite fuori del luogo, come la tomba Inghirami a Firenze. “Perché, perché mai una tomba non è stata lasciata intatta come fu trovata, dove fu trovata?”….”Quello che vogliamo è un contatto autentico”….”Se cercate di produrre un grande amalgama di Cerveteri, Tarquinia, di Vulci ……non otterrete mai come risultato  una qualche essenza veramente etrusca, ma un pasticcio stracotto che non ha più alcun significato vitale….”
Scrive di lui l’amico e biografo Richard Aldington: “Lawrence era convinto che l’arte etrusca ha una qualità particolare, ben diversa da quella dell’arte greca e romana, e ciò che trovò e gli piacque tanto nei paesi etruschi era l’intensa vita ‘fisica’ ormai quasi persa nel nostro mondo. Gli etruschi non possedevamo molto ‘senso estetico’, l’amore greco per la perfezione,  l’armonia e la grazia ma raffigurano la vita dei vivi, con vero calore e vera tenerezza”
Conclude il Pallottino nella presentazione al libro di Lawrence: “Chi scriverà un giorno quella storia dell’arte che non è stata ancora mai scritta non potrà non tener conto di qureste notazioni che, di là dalle parole brillanti e paradossali, contengono una assai maggiore validità critica, una assai più stimolante fecondità di molti grossi tomi pubblicati da archeologi di chiara fama”.
E se lo dice il Pallottino……!

Note:
(1) E’ una espressione del liguista Giovanni Semerano per indicare i “padreterni” dell’etruscologia, i celebri capi-scuola, intoccabili, inattaccabili, ecc. ecc. Uno di questi era Massimo Pallottino fondatore di una scuola di Etruscologia, che tuttora porta avanti gli insegnamenti del maestro. Io, tuttavia stimo molto questo grande etruscologo.
(2) L’asfodelo era un fiore maleodorante considerato dagli etruschi come il fiore dei morti. Un po’  quello che sarebbe per noi italiani  di oggi il grisantemo.
(3) “Vi prego di credermi sulla parola se vi dico che Giotto era un autentico etrusco-greco del XIII sec. benché convertino alla religione di San Francesco piuttosto che a quella di Ercole, ma, quanto a dipingere, era proprio il vecchio etrusco di sempre…” (John Ruskin 1819-1900 Mornings in Florence Orpington, 1881)

Bibliografia
: D. H. Lawrence – Paesi Etruschi –  Nuova Immagine Editrice, Siena IV ed. 1997 (versione originale “Etruscan Places”, Martin Secker, London, 1932)

Autore: Paolo Campidori – paolo.campidori@tin.it – www.paolocampidori.eu

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