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PALERMO. Segesta, il museo che non esiste.

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Quindici secoli di storia sono andati riaffiorando pian piano dalle viscere di Segesta. Una storia ricostruita dagli archeologi attraverso iscrizioni, architetture, monili, fortificazioni che si trova compressa in quattro magazzini ricolmi sino al tetto di oggetti, catalogati e riposti in casse di plastica, impilate l’una sull’altra. Un enorme patrimonio di interesse scientifico e artistico privo di un’adeguata protezione. Nessun museo, né alcun progetto di tutela del sito archeologico sono stati previsti, se non che sulla carta. Perché? Mancano i fondi. Così dal 1990 migliaia di reperti si accumulano, rischiando il deterioramento a causa degli agenti atmosferici, o rimangono occultati nei depositi. Luoghi inadeguati, in cui si concentra l’umidità e quando piove si infiltra l’acqua. “Al momento non ci sono altre soluzioni” afferma l’architetto Sergio Aguglia, presidente del Parco archeologico di Segesta.
Sino ad oggi anfore, vasi, mensole che riproducono la prora di una nave, resti di mura, gocciolatoi a forma di testa leonina, che decoravano il prospetto del secondo piano dell’edificio principale dell’Agorà, monete, armi, persino una statua raffigurante una figura femminile -opere che dal II sec. a. C. giungono sino all’età Sveva- allietano la vista non dei visitatori ma di piccioni e topi, che nei depositi, all’interno di alcune casse, vivono ormai da tempo e lasciano i loro escrementi.
Un’edicola votiva e alcune iscrizioni relative ai lavori pubblici, si trovano poggiate l’una accanto all’altra in una stanzetta ricavata negli uffici amministrativi, altre rimangono all’esterno esposti alle intemperie.
“E’ raro riuscire a trovare iscrizioni  – piega il professore e archeologo Carmine Ampolo, direttore degli scavi a Segesta- di solito sono poco frequenti nel mondo antico dove c’è una certa documentazione ma non abbondantissima. In una di queste per esempio si apprende che Lucio Cecilio Marziale Aretaio, è stato prefetto di Segesta e ha ricollocato o messo da parte “deus forensens” gli dei del foro -cioè dell’agorà- e per loro o con loro ha abbellito il tempio. In un’altra emerge il nome di Onasus che ha fatto la pavimentazione e la fognatura nell’ampliamento romano del foro. Aveva forni e proprietà terriere a Partitico ed è un personaggio menzionato da Cicerone nelle “Verrine”, perché testimoniò contro Verre. Ovunque si scava poi si trovano insediamenti medioevali, impiantati e vissuti sui resti antichi. Una testimonianza di un altro momento storico che a Se gesta è stato molto più importante di quanto si sapesse dalle fonti, perché è un sito di cui si ignora praticamente il nome medioevale, forse Calatabarbaro”.
Si continua a scavare dunque a tirar fuori, senza saper poi come adeguatamente proteggere i reperti. Una situazione incomprensibile se si considera che Segesta è tra i siti più importanti e visitati in Sicilia, il quarto dopo Agrigento, Siracusa e Taormina. Trecentomila sono i biglietti staccati all’anno, con un afflusso costante di visitatori che scelgono questo luogo esclusivamente in funzione del parco archeologico. I soldi dei biglietti al momento non fruttano quasi nulla.
“C’è un contenzioso amministrativo in corso con il concessionario che è Nuova Musa- spiega sempre il presidente del parco – In regime di normalità il 30 per cento del ricavato va al comune di Calatafimi, con questo viene finanziato il festival che si svolge ogni estate nel teatro, il resto viene reinvestito per nell’area archeologica, ma sono risorse che risultano insufficienti”.
Nel mese di settembre 2010 anche Segesta è rientrata all’interno della legge 2000, divenendo parco archeologico, un’entità autonoma staccata dalla Soprintendenza. Sono stati nominati i dirigenti, a cui è stato affiancato un gruppo di collaboratori. E’ stato istituito un comitato tecnico scientifico con la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Università di Pisa, sotto la direzione del professore Ampolo e della professorea Cecilia Parra, è stato delimitato il perimetro del parco, sono state tracciate le finalità per la crescita e promozione dell’intera area.
“Vari complessi architettonici si sono affiancati negli anni ai due nuclei più famosi -il tempio ed il teatro antico- sostiene il professore Ampolo- si tratta di alcune fortificazioni a Porta di Valle, in cui si trova una casa ribattezzata “del Navarca”, per via delle splendide mensole a forma di nave. Vi è un castello medioevale. Una casa rupestre di età romana che è in parte scavata nella roccia, un piccolo gioiello che ha persino gli altari domestici. C’è la  grande Agorà, che con i suoi edifici occupava un’area di circa 6000 mq, ed era circondata da grandi portici. Un’area di almeno 1800 mq occupata in parte dalla sala del consiglio a forma di piccolo teatro e il ginnasio”.
Nonostante le importanti scoperte, nonostante l’istituzione del parco archeologico, nulla è mutato. Due i progetti  – per un importo complessivo di 15,5 milioni di euro – redatti dall’ente parco, che prevedevano la realizzazione di un complesso museale – formato da un’antiquarium e da un laboratorio di restauro – e il riordino della viabilità interna del parco con lo spostamento più a valle dello spazio di manovra degli autobus, tutt’ora insistente sull’area archeologica. Ma nessuno però è stato finanziato.
“L’assessorato Beni culturali ha preferito fare piccoli finanziamenti a pioggia su tutto il territorio – conclude l’architetto Aguglia – piuttosto che concentrare le risorse su un’area come quella di Segesta dalle enormi capacità di produzione di reddito. Un’occasione mancata. Adesso speriamo di ricevere finanziamenti dal ministero per i Beni e le attività culturali attraverso il progetto Mumex di Invitalia”.

Autore: Valeria Ferrante

Fonte: Repubblica.it, Palermo, 15/10/2011

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