PALERMO. La battaglia delle Egadi e il ritrovamento dei rostri.

Pubblicato il : 26 Novembre 2012

Il contesto storico-archeologico della battaglia delle Egadi (10 marzo 241 a.C.).
Delle grandi battaglie dell’antichità quella che più di ogni altra ha avuto l’onore della cronaca per le interessanti scoperte archeologiche subacquee a essa attribuibili è quella delle Egadi.
Il 10 marzo 241 a.C. un forte libeccio soffia sulla cuspide occidentale della Sicilia foriero di un epocale cambiamento politico per l’isola e per l’intero Mediterraneo facendo intravedere austera e vincente la fisionomia di Roma. La battaglia delle Egadi descritta da Polibio e da molti altri storici antichi conclude la lunga prima guerra punica grazie ad una svolta impressa dall’audace ammiraglio Lutazio Catulo che sblocca una situazione di stallo nella quale i due contendenti si erano trovati da tempo.
I luoghi d’interesse archeologico pertinenti la battaglia si trovano lungo la costa rocciosa orientale dell’isola di Levanzo che si presenta ripida e omogenea tra la Cala Calcara e Capo Grosso fornendo un prezioso rifugio alla flotta romana invisibile a quella cartaginese che proveniva da Occidente (Marettimo). L’omogeneità costiera si trasferisce anche ai fondali che si presentano degradanti e rocciosi fino a raggiungere la spianata sabbiosa intorno ai cinquanta metri. Tuttavia, in prossimità del limite meridionale e settentrionale di questa scogliera il fondale si articola ed è lì che ancora resistono le vestigia romane in parte attribuibili alla battaglia delle Egadi e in particolare alla zona di ancoraggio della flotta romana di Lutazio Catulo che sconfisse i Cartaginesi. Vi sono, infatti, numerosi ceppi d’ancora in piombo, localizzati sui fondali rocciosi degradanti verso Nord, compresi tra i 20 ed i 30 metri (in un’area di oltre 500 metri quadri), a circa 100 metri dalla costa nello spazio di mare a ridosso della punta più settentrionale di Levanzo, caratterizzata dall’incombente mole di Capo Grosso a picco sul mare.
I veri protagonisti di quel mortale attacco dovettero essere i rostri applicati alle trireme, nave da guerra tra le più diffuse nell’antichità dall’epoca greca arcaica (???????), di probabile derivazione dalla pentecontera e progenitrice delle galere medievali e moderne. Si diffuse tra i Greci, i Fenici, i Cartaginesi e infine anche presso i Romani. Tre file di rematori sovrapposte, con i remi leggermente sfalsati tra loro, le davano una formidabile propulsione in battaglia agevolata anche dallo scafo filante con un rapporto lunghezza/larghezza ottimale che poteva raggiungere anche i 40 x 6 metri. Poteva navigare anche sospinta da una vela rettangolare. L’equipaggio nelle trireme più grandi poteva raggiungere i 200 uomini, di cui la maggior parte rematori e il resto fanti, arcieri e addetti la governo della nave. Era molto manovrabile e veloce raggiungendo anche gli 8 nodi.
La sua arma letale era il rostro a tre fendenti taglienti e contundenti che si allungava a prua sul pelo dell’acqua. La trireme, lanciata a velocità sulle navi nemiche, determinava con il colpo del rostro squarci letale nelle navi nemiche o ne annullava la forza distruggendo le file di remi e le relative fiancate.
Da quando la Soprintendenza del Mare ha intensificato le ricerche nell’area della battaglia sono venuti fuori ben dieci rostri a tridente diversi da quelli descritti dalla Frost, che hanno offerto la prova dell’esattezza del luogo dello scontro indicato nell’area a Nord di Capo Grosso di Levanzo.
I rostri s’inserivano, coprendola, sull’intersezione di alcuni elementi lignei convergenti che erano il dritto di prua, la chiglia e le cinte basse. Erano assicurati alla parte lignea dello scafo mediante chiodi. La parte anteriore del rostro era costituita da ben tre fendenti laminari orizzontali rinforzati da un possente fendente verticale. Con questo micidiale multiplo fendente, scagliato con forza sulle fiancate delle navi nemiche, la nave da guerra dotata del rostro determinava l’ingovernabilità e l’affondamento di quella nemica grazie alle falle che generava.

I rostri
Il ritrovamento dei rostri delle Egadi riveste un carattere di eccezionalità poiché per mancanza di zavorra e carico, le navi da guerra non affondavano rapidamente e quindi il più delle volte erano trainate per essere riparate e riutilizzate (Livio, XXII, 20; Polibio, I, 61, 6), o per riadoperare delle parti.
Attualmente in tutto il Mediterraneo sono stati rinvenuti solo quindici rostri: Rostro di Athlit, Rostro del Pireo, Rostro di Bremenhaven di provenienza ignota, Rostro di Follonica di provenienza ignota, Rostro Egadi 1, Rostro Egadi 2; Rostro Egadi 3; Rostro di Acqualadroni, Rostro Egadi 4, Rostro Egadi 5, Rostro Egadi 6, Rostro Egadi 7, Rostro Egadi 8, Rostro Egadi 9 e Rostro Egadi 10. Dei dieci rostri finora scoperti nello scenario della battaglia delle Egadi, sei sono pressoché integri, dei rimanenti, uno, Egadi 2 è privo della guaina superiore, cioè quella parte che ricopre il dritto di prua, mentre di Egadi 5 si sono conservate la guaina della cinta sinistra e gran parte di quella di chiglia. I rimanenti due rostri sono stati individuati ma non ancora recuperati e quindi al momento non è possibile indicarne l’originaria appartenenza. Tutti e sei i rostri integri hanno sul lato centrale della guaina superiore un’iscrizione che ne permette di attribuire l’origine ad uno o all’altro schieramento in battaglia. Egadi 1, Egadi 4, Egadi 6, Egadi 7 ed Egadi 8 hanno iscrizioni latine mentre solo Egadi 3 ha un’iscrizione punica.
Le iscrizioni latine menzionano seviri e questori che finanziarono e attestarono la perfetta produzione del rostro. L’unica iscrizione punica e’ un’invocazione a Baal.
Il gruppo dei dieci rostri delle Egadi presenta una sommaria uniformità che permette di individuare le diverse caratteristiche delle marinerie coeve nel III sec. a.C.
L’analisi dell’unico rostro punico attualmente conosciuto cioè Egadi 3 ha una specifica rilevanza, giacché può fornire indicazioni sulla cultura militare marina di un popolo, la cui caratteristica peculiare, fin dalle sue più remote origini vicino-orientali, fu la vocazione alla talassocrazia.
È probabile che i Fenici furono i primi ad utilizzare il rostro in battaglia. Dai bassorilievi assiri si evince che i primi rostri usati nell’VIII e VII sec. a.C. furono del tipo cosiddetto a pungiglione. Essendo gli ideatori delle tecniche di attacco in squadra con il rostro, i Fenici verosimilmente non ebbero l’esigenza di ricercare una nuova forma per quest’arma che ben si adattava alla loro esperienza militare e cantieristica. Ciò che, invece accadde per la marineria ellenica, che adottò anche il rostro corto a forma di protome animale. Tuttavia, in epoca ellenistica, quando i Fenici adottarono il rostro a tridente in seguito alle modifiche strutturali delle loro galere, non alterarono gli elementi complementari e forse solo in minima parte quelli strutturali tra questi, le cinte basse, precedentemente assenti, iniziano ad essere presenti con l’utilizzo del rostro a tridente.

Info:
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