LIGURI. Un popolo forte e rude.

Pubblicato il : 27 Dicembre 2014

I Liguri sono un popolo antichissimo, che ha abitato un’area molto piú vasta di quella che oggi chiamiamo Liguria. L’unione tra le sempre piú numerose scoperte archeologiche (presentate nel 2004 a Genova nella mostra «I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo») e le fonti scritte greche e romane, datate dagli inizi del VI secolo a.C., gettano ormai sempre piú luce sulla loro origine, l’indole forte e rude, la cultura e la storia che li contraddistinse.
Furono i Greci a elaborare il concetto di una «grande Liguria», estesa su tutto l’arco delle coste del Mediterraneo occidentale, fino alle Colonne d’Ercole (l’odierno Stretto di Gibilterra) e anche oltre.
In età ellenistica e romana i Liguri furono connessi con alcuni personaggi mitici – Fetonte, Cicno ed Eracle – e con l’antico fiume Eridano, identificabile per alcuni con il Rodano (Eschilo, poeta del VI-V secolo a.C.), da altri con il Po (Ferecide di Atene, scrittore del V secolo a.C.).
Alle radici di una civiltà
Con l’età del Bronzo Medio (1600-1300 a.C.), nel vasto spazio geografico comprendente Piemonte, Liguria, Lombardia occidentale e i margini occidentali dell’Emilia (Val Trebbia e Val di Ceno), comincia a distinguersi un’area, culturalmente diversa rispetto al mondo centro-padano e peninsulare, che denota piú d’una affinità con le province piú occidentali della cultura centro-europea dei Tumuli, soprattutto per quanto concerne la produzione metallurgica. L’unificazione culturale di tutta l’area ligure e la sua differenziazione da quelle limitrofe si attua nel corso dell’età del Bronzo Recente e Finale (XIII-X secolo a.C.): i caratteri piú tipici della cultura di Canegrate (che caratterizza l’Italia nord-occidentale transpadana) non sono riconoscibili nel Piemonte meridionale né in Liguria, regioni in cui si delinea invece un ambito culturale specificatamente ligure (la cosiddetta facies Alba-Solero-S. Antonino di Perti).
Accanto a elementi di tradizione locale, la produzione ceramica si caratterizzò cosí per la presenza di influssi transalpini occidentali del gruppo Reno-Svizzera-Francia occidentale della cultura dei Campi d’Urne, e aspetti simili sono attestati anche nell’Appennino tosco-emiliano e nella Francia meridionale, in particolare in Provenza, pur con tutti i problemi tipici delle aree di confine, completando e definendo l’ambito territoriale ligure. Queste comunità si inseriscono in commerci a lungo raggio, nella ricerca delle materie prime (rame, stagno, ambra), migliorano le tecniche agricole, sviluppano la lavorazione del metallo e rafforzano le forme di strutturazione sociale. Nasce cosí il popolo degli antichi Liguri.
L’età del Ferro vide in Italia la nascita di grandi centri di carattere protourbano e l’emergere di nuovi domini e ruoli economici, politici, militari e religiosi nelle mani di mercanti, principi, guerrieri e sacerdoti.
Tra Greci, Etruschi e Celti
In particolare gli Etruschi, grazie ai rapporti intessuti con i Greci e i Fenici, adottarono e diffusero la scrittura, costruirono città grandi e potenti (Tarquinia, Caere, Vulci…), abbracciarono usi e costumi tipici della civiltà greca e del Vicino Oriente. L’influsso culturale degli Etruschi si irradiò rapidamente presso tutte le popolazioni della Penisola italiana, comprese quelle dell’arco alpino. Nello stesso tempo anche il commercio emporico dei Greci, sviluppatosi nel Tirreno e nell’Adriatico, mise le popolazioni dell’Italia antica a diretto contatto con la civiltà greca. I Liguri entrarono cosí in contatto con altre culture dell’Italia preromana, ne assorbirono alcuni aspetti, facendoli in parte propri e costruirono sempre piú chiaramente la loro identità.
Molte fonti antiche ricordano l’indole guerriera dei Liguri, ed è altrettanto ben documentata la loro propensione a offrirsi come soldati mercenari. Del resto, per una popolazione che viveva in un territorio poco produttivo dal punto di vista agricolo rispetto ad altre aree, sfruttare le proprie doti di forza e resistenza fisica, oltre che di coraggio, rappresentò una buona forma di sostentamento. In particolare, Strabone e Livio descrivono l’armamento dei guerrieri liguri e sottolineano come in montagna preferissero combattere a piedi nudi, per salire piú facilmente sulle rocce. Utilizzavano una spada, una coppia di giavellotti, lo scudo e l’elmo, talvolta decorato da corna in metallo.
Lo storico greco Diodoro Siculo nella sua opera Bibliotheca historica, racconta che «i Liguri (…) passando la vita sui monti innevati ed essendo abituati a traversare luoghi di incredibile asprezza, acquistano un fisico robusto e muscoloso (…) Per certo si dice che spesso in guerra il piú forte dei Galli fu sconfitto da un minuto Ligure che lo aveva sfidato a duello».
La panoplia ligure (ossia l’insieme degli elementi che formano un’armatura, dal greco pan, «tutto», e hoplon, «arma») è documentata archeologicamente soprattutto dai ritrovamenti effettuati in alcune tombe maschili, come nel caso della necropoli di Chiavari (Genova) o in quello di una sepoltura scoperta a Pietra Ligure (Savona), che ha restituito una spada corta ad antenne.
La stessa arma è stata rappresentata su alcune delle statue-stele dell’età del Ferro ritrovate in Lunigiana. Tali rappresentazioni di figure maschili, datate alla fine del VII e al VI secolo a.C., scolpite su blocchi di arenaria, presentano incisioni raffiguranti daghe ad antenne, coppie di giavellotti e asce a lama quadrata, riproduzioni di armi tipiche di quest’epoca.
Tra il mare e l’Appennino
Dall’ultimo quarto del VII secolo a.C. il commercio etrusco raggiunge la Provenza e la Linguadoca, come è testimoniato dalla massiccia quantità di anfore vinarie e di vasi in bucchero, e dai carichi dei relitti scoperti lungo le coste del Sud della Francia tra Antibes e Marsiglia. Il commercio etrusco rappresenta un vero e proprio salto di qualità nel Mediterraneo centro-occidentale, ma finora in Liguria non ne abbiamo chiare testimonianze. Secondo alcuni è possibile che le navi che trasportavano anfore, buccheri e ceramica etrusco-corinzia, doppiassero il Capo Corso, tagliando fuori le coste dell’attuale Liguria. Secondo altri è preferibile pensare a una lacuna della documentazione archeologica, e le recenti scoperte di Genova Portofranco tendono a confermare questa seconda ipotesi.
Alcuni centri interni, quali Villa del Foro lungo il Tanaro e il Guardamonte di Gremiasco nell’alta Val Curone, documentano l’esistenza di rotte e traffici con il mondo etrusco: l’arrivo di ceramiche tipo bucchero, produzioni etrusco-corinzie e coppe ioniche potevano qui giungere, piú che attraverso la Pianura Padana, via mare dagli approdi della Liguria per poi risalire via terra verso l’Appennino.
La Liguria della prima età del Ferro appare quindi pienamente inserita nei traffici marittimi del VII-VI secolo a.C. La presenza di materiali importati dall’Etruria e la molteplicità delle componenti culturali riconoscibili in alcuni siti (hallstattiana, golasecchiana, villanoviana, orientalizzante, greca), ci parlano di centri di traffici che dovevano essere frequentati dagli Etruschi, ma anche da genti provenienti da piú lontano e da diverse direzioni.
La città di Genova è sempre stata legata al mare e ha avuto fin dalla sua nascita una spiccata vocazione mercantile. Situata in un approdo accogliente al centro della costa ligure, all’incrocio di percorsi terrestri utilizzati fin dalla preistoria, la città ha continuato a crescere nello stesso luogo fino a oggi, costituendo nei secoli un punto di riferimento per le rotte commerciali che percorrevano il Tirreno settentrionale e i traffici terrestri in direzione della Pianura Padana. Il suo nome, Genua, è ricordato dagli storici e dalle fonti geografiche di età romana.
Un emporio multietnico
Le indagini di archeologia urbana condotte da piú di cinquant’anni hanno permesso di ricostruirne lo sviluppo urbanistico nei secoli, le attività artigianali e produttive, il livello culturale ed economico, e di dimostrarne le caratteristiche di vivace emporio cosmopolita. Alla fine del VI secolo a.C., sulla collina di Castello, che domina l’insenatura del Mandraccio, con buona visibilità tra il promontorio di Portofino e Capo Noli, nasce un insediamento – l’oppidum – in cui si stabilisce un nucleo di Etruschi, largamente aperto ad altri soggetti. Da quel momento ricevono impulso le attività mercantili e manifatturiere. Navi greche ed etrusche approdano nell’insenatura naturale intrattenendo relazioni commerciali con i Liguri, che qui portavano da tutta la regione i loro prodotti derivanti dalla pastorizia, dall’apicoltura e dallo sfruttamento dei boschi. Da tutto il Mediterraneo arrivavano il vino e il vasellame fine da mensa e quello grezzo da cucina e dispensa. Dal quartiere artigiano di Atene, forse attraverso l’Etruria, si importavano le preziose ceramiche figurate, usate nella vita quotidiana, ma poste anche nelle tombe come offerta di prestigio.
Su numerosi frammenti di ceramica compaiono graffiti usati nel mondo etrusco, probabilmente legati alle attività commerciali: simboli e numerali che indicano quantità di merci e forse proprietari o produttori. Ma le iscrizioni graffite su ceramica, e in un caso anche su un grosso ciottolo di pietra verde, che coprono un arco cronologico di circa 350 anni (fine del VI-inizi del II secolo a.C.), ci restituiscono in maniera affascinante anche i nomi dei primi abitanti. Ne emerge un quadro composito, che potremmo definire «multietnico», dove accanto a una componente etrusca maggioritaria (con nomi di derivazione italica: Aie/a, Afuna, Nui, Plaisa, forse Utave), si trovano una parte indigena, minoritaria, con nomi di origine celtica (Nemetie/Nemetios) e anche presenze greche, come è indicato dal nome Krulu/Krulon.

Autore: Andrea De Pascale

Fonte: http://www.archeo.it, dic 2008

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