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IRAQ: guerra, democrazia e archeologia.

Come già segnalato in passato, le truppe alleati e, in particolare, quelle statunitensi, stanno arrecando gravi danni non solo al popolo iracheno, ma anche al suo patrimonio storico e archeologico. Il fatto è stato già condannato da più parti, ma evidentemente questo non basta: il supplemento del quotidiano La Repubblica, Il Venerdì, del 27 agosto pubblica un servizio dal significativo titolo: Operazione antica Babilonia: salvarla dai vandali dell’arte.

Che la “Coalizione” si sia recata in Iraq con fini diversi da quelli dichiarati è ormai sotto l’occhio di tutti coloro che vogliano vedere. Petrolio e interessi strategici sono i principali motori dell’operazione. Anche il governo italiano ha pensato bene di accodarsi all’ “amico” americano, posizionandosi a Nassirya, guarda caso nelle immediate vicinanze di una delle maggiori raffinerie del paese. Quale sia il tratto d’unione tra l’esportazione della democrazia e la raffineria, non è difficile comprenderlo.

Le inutili sanzioni prima (che hanno causato gravissimi lutti alle popolazioni dell’Iraq, soprattutto tra i bambini) e la guerra poi (anzi, le guerre) hanno portato il paese alla catastrofe e gli alleati si trovano ora in un pantano al cui confronto il Viet Nam deve sembrare una passeggiata. E non è facile immaginare gli scenari futuri…

Operazione antica Babilonia, com’è noto, è il nome che i ‘creativi’ del governo italiano hanno escogitato per la partecipazione delle truppe italiane. Ma l’antica Babilonia cui fa riferimento l’articolo è quella vera, o almeno, quello che resta dopo i saccheggi sistematici, perpetrati dall’Occidente dal XIX secolo in poi.

Ma la “Coalizione” ha portato avanti la distruzione, dopo i saccheggi al patrimonio archeologico: sarebbe interessante poter verificare cosa resta, ad esempio, nell’ Iraqi Museum di Bagdad o degli innumerevoli siti sparsi un po’ dovunque. La “Coalizione” ha scelto il sito più significativo per sistemarvi il proprio quartiere generale: Babilonia, appunto. Riecheggiano la maledizioni del profeta Isaia che, dopo la deportazione del suo popolo (la cosiddetta ‘cattività babilonese’) ha indirizzato ai mesopotamici le peggiori maledizioni (Isaia 13,14- 13,22): “Quanti saranno trovati saranno trucidati, e chi sarà preso perirà di spada. I loro bambini saranno sfracellati sotto i loro occhi, le loro case saccheggiate, e le loro donne violate.…E Babilonia, il decoro del regno la gloria e l’orgoglio dei Caldei, sarà distrutta dal Signore come Sodoma e Gomorra. Non sarà mai più popolata, né abitata, l’Arabo non vi alzerà la sua tenda, né il pastore vi lascerà più riposare il suo gregge. Invece vi avranno il loro covo le fiere, i gufi riempiranno le loro case; vi abiteranno gli struzzi e i satiri vi danzeranno. Le iene urleranno nei suoi palazzi deserti e gli sciacalli nelle sue piacevoli dimore. Vicina è la sua ora e i suoi giorni non saranno prolungati”. Che Isaia abbia visto Al Jazeera?

Isaia è il cantore e il creatore del mito della Babilonia negativa. Il toponimo stesso di Babilonia (che, in accadico rimanda alla sacralità del luogo, dove Dio e gli uomini si incontrano, Bab Ilu, se non ricordo male), è stato oggetto del mito: basti pensare all’episodio biblico della Torre di Babele. Da allora, Babele è sempre sinonimo di confusione. Il mito, dunque, non si è mai interrotto né placato, anche se per lungo tempo, come aveva profetizzato Isaia, della città di Babilonia s’era persa la memoria.

Ma torniamo all’articolo apparso su “Il Venerdì”. I rapporti sui danni archeologici sono stati regolari, numerosi e capillari, scrive l’autore, Aristide Malnati, a partire dal 2003 quando le truppe USA istallarono un campo base di marine a Babilonia. L’anno dopo, subentrarono le truppe polacche, ancor più perniciose delle precedenti. Lo denuncia anche John Curtis (responsabile del Dipartimento dell’Antico Vicino Oriente del British Museum: “l’elenco dei danni è lungo e straziante”, scrive Malnati. “Proprio presso la porta di Ishtar…decorata con iscrizioni in alfabeto cuneiforme e splendide figure di draghi (e leoni, aggiungo) sono state divelte o addirittura rimosse (i soldati non sono così sprovveduti da ignorare il valore commerciale di mattoni decorati risalenti al II-I millennio avanti Cristo)”. Ma, come per l’ Iraqi Museum non sorge il dubbio che i furti siano stati commissionati? In genere i militari non mi sembrano così acculturati da apprezzare piastrelle come quelle della Porta di Ishtar che risalgono al VII secolo a.C.,all’epoca di Nabu Chad Nezzar (più conosciuto come Nabuccodonosor II).

Ma, a quanto pare, la sorte peggiore è toccata a quanto rimaneva del sito che ospitava proprio la torre di Babele, la ziqqurat Etemananki, eretta durante la prima Dinastia babilonese (1300 a.C.): “i cingolati implacabili hanno distrutto vasellame pregiato e mattoni crudi con iscrizioni cuneiformi, che originariamente erano parte integrante della ziqqurat”. A completare la distruzione, “le trincee scavate in strati archeologici ricchi di testimonianze preziose; i sentieri di ghiaia all’interno del campo destinati al transito di pesanti blindati, la cui azione inesorabile ha livellato resti di mura e di strutture; e addirittura un eliporto, con relativa colata di cemento per la pista, realizzata senza alcun scrupolo lungo la strada professionale, che taglia in due Babilonia”. Dal punto di vista architettonico, la Via delle Processioni, accompagnava (si fa per dire) eventuali nemici, facendoli passare tra alte mura merlate e decorate, come la Porta di Ishtar, che la chiudeva, con i già citati animali (draghi e leoni) che avevano lo scopo di intimorire l’assalitore.

Per fortuna, anche se ormai i danni sono stati apportati, la comunità scientifica ha reagito e su impulso dell’UNESCO, “Camp Babylon è stato smantellato anche se rappresentanti dell’intelligence polacca rimangono in loco (e con essi rimane materiale ad alta tossicità, lesivo per l’habitat archeologico)” e non solo, aggiungerei.

Grazie all’articolo si apprende che una missione di studiosi iracheni sta monitorando i danni e sta cercando di salvare il salvabile. Duecento cinquanta uomini armati dell’esercito nazionale hanno come scopo quello di impedire nuovi saccheggi ai musei iracheni, “già oggetto di indebite sottrazioni di reperti con l’avallo complice delle forze della coalizione occidentale”.

Sempre dalla stessa fonte apprendiamo che anche l’Italia partecipa a queste iniziative di salvaguardia del patrimonio archeologico mesopotamico, soprattutto nei confronti dell’ Iraqi Museum di Bagdad e che è attivo anche un sito (www.unipv.it/orientpv/), curato da Clelia Mora, dell’Università di Pavia. Il sito è aggiornato in tempo reale su ogni aspetto della realtà archeologica irachena.

Autore: Giuliano Falco
Cronologia: Arch. Partico-Sasanide
Link: http://www.unipv.it/orientpv

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