IRAN. Nuova missione di studio italiana in Battriana.

Pubblicato il : 27 Dicembre 2007

Il deserto del Beluchistan, la città bruciata, una necropoli misteriosa, una tomba di cinquemila anni, lo scheletro di una donna, un occhio d’oro.

È un vero e proprio enigma il ritrovamento in Iran, a Shahr-i Sokta, al confine con l’Afghanistan, dei resti di una sciamana, custode, secondo la tradizione, del sapere segreto.

La scoperta è stata fatta alla fine del 2006 dagli archeologi iraniani diretti da. M. Sajjadi dell’Iranian Centre for Archaeological Research (Icar), coadiuvati dalla missione italiana che opera nella zona dal 1967 grazie ai finanziamenti del ministero degli Esteri, quello dei BenicCulturali, dal museo di Arte Orientale dall’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (Isiao) già Ismeo l’Istituto fondato dal grande esploratore di quei territori, il Professor Giuseppe Tucci.

Ma la storia della sacerdotessa con l’occhio d’oro è ancora tutta da scrivere e una nuova missione partirà il 30 novembre per continuare le ricerche a Shahr-i Sokhta e per riprendere le analisi della protesi oculare in collaborazione con i colleghi iraniani.

La donna era alta un metro e 82 centimetri e aveva caratteristiche africanoidi, la mascella pronunciata, forse la pelle scura.

«A scoprirla sono stati gli archeologi iraniani scavando nella enorme necropoli, dice Lorenzo Costantini, capo della missione italiana a Shahr-i Sokta. La città si trovava a ridosso del confine con la Battriana ed era un luogo molto vivace, crocevia delle carovane che da Oriente venivano in Occidente. La sepoltura, secondo i miei calcoli, risale a 5000 anni fa».

L’occhio d’oro era incastonato nell’orbita sinistra. E così l’hanno ritrovata gli studiosi, che subito hanno avviato delle indagini per capire se nella storia dell’archeologia ci fossero esperienze simili, ma non ne hanno trovata ancora nessuna.

«Quando la donna morì – aggiunge Costantini – fu sepolta con il suo occhio finto, una borsetta di pelle per custodirlo, uno specchio, una collana di turchese e lapislazzuli, vasi e coppe di terracotta. Dunque non un corredo ricco, infatti, agli sciamani era proibito ostentare beni preziosi, e questo, oltre alla riflessione sul fatto che pochi potevano permettersi un occhio laminato d’oro ha portato il ragionamento sull’ipotesi che possa trattarsi di una sciamana».

«A noi italiani – spiega ancora l’esperto di bioarcheologia – è stato chiesto di studiare la protesi per scoprire di che materiale è fatta. Così abbiamo sottoposto l’occhio ad una serie di analisi e abbiamo stabilito che si tratta di una mezza sfera dal diametro di circa tre centimetri e dal raggio di 1,5 e costruita probabilmente con pasta di bitume. Esternamente c’è un motivo inciso: un piccolo cerchio centrale dal quale partono otto linee a raggiera. Ci sono poi due fori in cui passava una cordicella che consentiva di portarla avvolgendola intorno alla testa come fosse una benda da pirata. Ci sono tracce di lamina d’oro sottilissima, che forma le venature dell’occhio».

Insomma, per gli studiosi, l’occhio non doveva avere il compito di sostituire quello perduto, ma probabilmente doveva far parte di un rituale, forse legato al diffondersi di nuove religioni nella zona, patria, successivamente, dello zoroastrismo. Una sorta di occhio che dava la luce, che incuteva timore, o che forse rappresenta l’energia del Creatore.


Fonte: La Stampa 26/11/2007
Cronologia: Protostoria

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