SUD AFRICA. Le grotte funerarie di Homo naledi.

Pubblicato il : 12 maggio 2017
naledi

Nuovi importanti fossili di Homo naledi sono stati scoperti in una profonda camera del sistema di caverne sudafricano di Rising Star, un vero labirinto sotterraneo in cui nel 2013 erano stati trovati numerosi resti fossili di una enigmatica specie ominide.
Solo nel 2015, dopo un attenta analisi dei reperti, la specie – capace di andatura perfettamente bipede, ma con alcune caratteristiche che ricordano l’australopiteco – è stata attribuita al nostro genere, con il nome di H. naledi.
L’estrema difficoltà di accesso al luogo in cui sono stati ritrovati i nuovi resti suffraga l’idea che H. naledi conservasse i propri morti, un comportamento sorprendente che suggerisce una notevole intelligenza e il possibile sviluppo di una forma iniziale di cultura.
I fossili – descritti in un articolo su “eLife” – appartengono ad almeno tre individui (due adulti e un bambino di età presumibilmente inferiore ai cinque anni) e comprendono un “cranio meravigliosamente completo”, come ha detto John Hawks, antropologo all’Università di Wisconsin-Madison e coautore dello studio,
Lo scheletro di “Neo”, come è stato soprannominato questo eccezionale reperto, è “uno dei più completi mai scoperti, tecnicamente più completo del famoso fossile di Lucy grazie alla conservazione del cranio e della mandibola”, spiega Lee Berger, dell’Università di Witwatersrand, in Sud Africa, e coautore dello studio.
Del secondo adulto sono state invece identificate solo le ossa delle gambe e una mascella, mentre del bambino sono state rinvenute le ossa della testa e di parte del corpo.
L’analisi di questi resti ha permesso di confermare le ipotesi sulla complessione e la statura di H. naledi e il fatto che era in grado di camminare con andatura bipede ma anche di arrampicarsi con efficienza. Anche le vertebre sono eccezionalmente conservate, e hanno una forma, dice Berger, “che abbiamo visto solo nei Neanderthal“.
In un articolo di accompagnamento all’altro, i ricercatori descrivono come hanno accuratamente stabilito l’epoca in cui visse H. naledi: tra i 236.000 e i 335.000 anni fa. “Quando abbiamo individuato i fossili, la maggior parte dei paleoantropologi era convinta che avessero un milione o due milioni di anni, ma ora abbiamo dimostrato che sono molto più recenti”, dice Paul Dirks della James Cook University e coautore di un terzo studio su H .naledi. E aggiunge: “La nuova datazione lo colloca in un momento in cui troviamo molti strumenti in Africa. E ciò significa che non è più possibile dare per scontato che a fare questi strumenti siano stati i primi Homo sapiens.
L’area in cui sono stati trovati i resti, chiamata Camera Lesedi, si trova a circa 100 metri dalla Camera Dinaledi – la parte della grotta in cui erano stati trovati i primi fossili di H. naledi – ma accedervi è ancora più difficile. “Questo dà peso all’ipotesi che H. naledi sfruttasse luoghi scuri e remoti per conservare i suoi morti. Quali sono le probabilità che un secondo evento quasi identico sia un puro caso?”, osserva Hawks, in risposta a quanti avevano sollevato obiezioni sull’intenzionalità della collocazione dei resti trovati nella Camera Dinaledi.
L’idea che H. naledi nascondesse i morti in camere sotterranee difficili da raggiungere ha un parallelo nei Neanderthal. Nella grotta spagnola di Sima de los Huesos, infatti, vi è la prova che i neanderthaliani occultavano i corpi dei loro compagni morti già 400.000 anni fa.
L’aspetto più sconcertante della scoperta, osserva Hawks, è che le dimensioni del cervello di questa creatura erano circa un terzo delle nostre, un tratto che lo distingue chiaramente da noi e dai Neanderthal. Eppure H. naledi sembra condividere un aspetto molto profondo con il comportamento umano: una costante cura per i suoi simili che continuava dopo la loro morte. “Certo con stupore, ma vi possiamo vedere le radici più profonde delle pratiche culturali umane”.

Fonte: www.lescienze.it, 9 mag 2017

Print Friendly
Partners