ROMA: Stazione Termini – un treno per il passato.

Pubblicato il : 10 Novembre 2003

In una città come Roma, crogiuolo di epoche cronologicamente molto distanti e patria di una caleidoscopica varietà di secoli che convivono fianco a fianco sovrapponendosi e distanziandosi nella quotidianità di giorni, anni ed ere che cambiano e si sorpassano, in una tale città di storia e di arte, di gente comune e di esigenze mutevoli, è più facile che altrove fare la sorprendente scoperta di come il presente, ed il futuro che ad esso segue, s’innestino su un passato che non scompare mai definitivamente e che resta a condizionare l’attualità nella misura in cui è condizionato da essa.

Non sarà dunque così strano che proprio la Roma moderna, caotica e trafficata, affollata di vite che ogni giorno s’intrecciano e non si conoscono, ci possa parlare di quell’antica capitale dell’impero romano che ha sommerso con le fondamenta dei suoi uffici e dei suoi palazzi ma di cui non può comunque occultare la memoria.

Dalla stazione Termini, binario imprecisato, parte, per chi lo voglia prendere, un treno per un remoto passato.

Negli anni che vanno dal 1576 al 1588 il cardinale Felice Peretti, eletto poi Papa con il nome di Sisto V, passato alla storia come il grande pontefice della sistemazione artistica e architettonica della città capitolina, acquistò tutte le terre che si estendevano nell’attuale area di Termini e, convocato l’architetto Domenico Fontana, gli affidò il compito di progettare quella che era destinata a divenire la più grande villa romana all’interno delle mura cittadine: villa Montalto, denominata poi Negroni quando nel 1696 fu venduta al cardinale Giovan Francesco esponente di questa famiglia, ed infine ribattezzata villa Massimo in seguito all’acquisto da parte del Marchese Camillo che ne divenne il proprietario nel 1789.

La residenza Montalto, prima cardinalizia e poi papale, che non a caso sarebbe sorta in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore poiché il Peretti la prediligeva sopra ogni altra, era impreziosita da una vasta collezione di antichità, accresciutasi dopo la morte di Sisto V per interesse dei nuovi proprietari che gli succedettero e smembratasi solo in seguito alla distruzione della villa, avvenuta alla fine del XIX secolo.

La sua costruzione causò i primi livellamenti e le prime pesanti demolizioni arrecate ai danni delle Terme di Diocleziano tra cui quelle dovute all’apertura di un asse stradale atto a permettere il collegamento con la porta Tiburtina che portarono all’abbattimento dell’angolo meridionale del recinto delle terme. I resti della zona termale che vennero risparmiati dalle indiscriminate distruzioni, furono reimpiegati durante la costruzione della villa e persero quindi, vedendosi snaturati, la loro valenza originaria.

Già dal 1682, anno in cui Pietro Sante Bartoli annotò il primo ritrovamento archeologico relativo ad alcuni busti, cominciarono a moltiplicarsi le richieste di scavo nei giardini adiacenti a villa Montalto. Nel 1777, che forse si può indicare come l’anno nodale di questa campagna di scavo che interessò la villa nell’arco di numerosi decenni, vennero riportati alla luce una casa e dei bellissimi affreschi di età imperiale, molto rari in un’epoca che da pochissimo tempo era venuta a conoscenza delle antichità presenti nella città di Ercolano. Si poterono così stabilire tra le pitture murali presenti nelle due diverse aree archeologiche degli importanti raffronti iconografici utili per la crescita del patrimonio culturale-conoscitivo riguardante quest’epoca remota.

Proseguendo in questo iter cronologico giungiamo all’importante tappa dell’anno 1872 quando, in occasione dei lavori per la costruzione della Stazione Centrale delle Ferrovie Romane, che il Governo pontificio volle nell’area occupata in precedenza dalla maestosa residenza voluta da Sisto V, vennero alla luce, dopo un secolo di oblio, alcuni ambienti di una costruzione di epoca imperiale distrutta già in tempi remoti, com’è attestato dai rilievi, a causa del divampare di un incendio. Questa domus è indicata con il nome di “casa della lettiga capitolina” in rapporto al ritrovamento in uno dei suoi ambienti di materiali bronzei che Augusto Castellani si dedicò a riassemblare restituendo all’antico manufatto la sua forma originale. Numerosi ritrovamenti, in particolare di oggetti anch’essi in bronzo, furono conseguiti all’interno della planimetria della casa di cui fu sterrato soltanto un settore. Se questo scavo solo parziale limita la nostra perfetta conoscenza del suo impianto non ci impedisce di attribuire quest’edificio al III sec. d.C. considerando sia la tipologia di struttura muraria adoperata, sia lo stile degli affreschi, nonché dei mosaici, rinvenuti al suo interno e purtroppo andati perduti.

Altri furono gli edifici ritrovati in questa zona d’importante interesse archeologico come ad esempio dei balnea che si possono definire come dei bagni pubblici finanziati da privati, al contrario delle terme che venivano costruite su iniziativa diretta dello Stato o delle amministrazioni locali.

I balnea di Piazza dei Cinquecento avevano due ingressi, uno sul lato ovest, l’altro su quello sud, un doppio spogliatoio, una latrina ed erano provvisti dei tre tipici ambienti che contraddistinguevano questi luoghi pubblici: un frigidarium, dei tepidaria e un caldarium. Di certo il sistema idraulico che permetteva il funzionamento della struttura, così come l’impianto di riscaldamento, risalgono ad epoca adrianea. Si individuano inoltre rifacimenti severiani e di epoca antonina.

Nelle vicinanze di questi balnea esistevano nell’età della loro presenza e del loro utilizzo, numerose tabernae ove si svolgevano attività commerciali. Diverse dovevano essere, quindi, le strutture che in questo quartiere popoloso si dispiegavano attorno al nucleo principale delle terme raccolte in prossimità dello stabilimento maggiore, quello di Diocleziano.

Negli anni ’60 dell’800 il Governo pontificio, dopo aver recuperato dagli scavi alcuni importanti oggetti, nella convinzione che non vi fosse più speranza alcuna di trovare reperti degni di nota, diede il permesso alla Direzione delle ferrovie di procedere nel livellamento del terreno e nel proseguimento dei lavori, ritenendo che questo quartiere della capitale fosse il più idoneo ad accogliere la stazione centrale delle ferrovie dello Stato Pontificio per diversi fattori quali la sua posizione elevata e distante dal centro storico, la sua abbondanza di acqua e la presenza di numerosi spazi liberi, non ancora edificati.

L’8 gennaio 1874 la stazione, portata a compimento, fu collaudata. Fu così che, senza tenere in alcun conto le conoscenze della topografia antica, in questa zona di Roma in cui nei primi secoli d.C. si ergeva un intero quartiere residenziale e si elevavano numerose case private ed edifici termali, in quest’ambiente così pregno di storia, venne progettata ed eseguita un’opera urbanistica che, pur con modifiche e posteriori ampliamenti, ha dato luogo all’edificazione dell’attuale Termini compromettendo irreparabilmente la testimonianza di un antico passato che negli scavi del 1947, in occasione dei lavori per la sistemazione della nuova stazione ferroviaria e per la costruzione della metropolitana Roma-Lido, è tornato nuovamente alla luce ed ha conosciuto, purtroppo, un’ulteriore distruzione.

Fonte: Redazione
Autore: Barbara Carmignola
Cronologia: Arch. Romana

Print Friendly, PDF & Email
Partners