POLLUCE, un tesoro perduto?

Pubblicato il : 16 Novembre 2003

Un’indagine visiva compiuta con un robot filoguidato, munito di videocamera, ha rivelato che c’è ancora una notevole quantità di monete oltre a parti di nave tra cui macchina a vapore, albero ed una ruota a pale. La probabilità che oro, gioielli, smeraldi, zaffiri, diamanti siano ancora depositati nel fango c’è.

Il relitto del Republic individuato nelle acque dell’Atlantico dalla Odissey, dopo anni di ricerche, fa notizia. Tanto che passa sui telegiornali. È stato cercato invano per moltissimo dai cercatori di tesori. La nave, un steampaddler, mossa da motore a vapore con ruote a pale, aveva un notevole carico di oro che oggi vale alcune decine di milioni di dollari.

Questo accade dall’altra sponda dell’Atlantico.

Nelle nostre acque nazionali c’è, perché è già stato parzialmente depredato, il relitto di una piroscafo a vapore genovese affondato per collisione il 17 giugno 1841, con un carico in oro e preziosi che fa impallidire il Republic. Però non fa notizia. Anzi non è una notizia. C’è addirittura la probabilità che le autorità preposte alla tutela ed al recupero dei beni sommersi non ne sappiamo nulla. E tutto passi sotto silenzio.

E non ha fatto neppure notizia che un gruppo di inglesi sia arrivato nelle acque elbane nel febbraio del 2000 con un rimorchiatore d’alto mare noleggiato a Genova dalla Tecnospamec, che lo aveva a sua volta noleggiato da una compagnia di rimorchiatori, su cui era montata una benna, e si sia ancorato a meno di tre miglia dall’isola.

Scavando sull’unico relitto tesoriero posseduto dall’Italia. A noi però sconosciuto.

Con tanto di regolare permesso rilasciato dalla Capitaneria di Portoferraio per un recupero su un mercantile inglese, il Glen Logan, silurato nel 1915.

E nessuno si è meravigliato quando curiosando attorno alla grossa imbarcazione è stato allontanato in malo modo. C’è chi è pronto a testimoniare che gli inglesi, a bordo, fossero armati.

Ma non ha neppure fatto eco il ritorno delle 2000 monete d’argento, le 311 in oro e i gioielli restituiti dalla Met Police di Londra ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio di Firenze il 10 ottobre 2002.

Il modesto bottino, recuperato grazie ad una soffiata partita dall’Italia, stava per essere battuto all’asta da Dix Nooman Webb di Londra, con un valore iniziale di poco superiore ai 400.000 €.

Un esperto ha valutato il cammeo nero neoclassico attorno al mezzo miliardo di vecchie lire. Era in vendita per centocinquanta sterline.

Modesto bottino non tanto, perché tokenkpublishing.com, periodico specializzato anglosassone, scrive che Dixon Nooman Webb ha avuto qualche problema perché gli è andata invenduta la prima delle aste. A significare che ce ne sarebbero dovuto essere altre.

Neppure quando l’8 maggio 2003 a bordo del Janus, battello oceanografico di Henri Delauze proprietario della Comex di Marsiglia, che fa parte anche del consiglio di amministrazione della Odissey, la società di Miami che recupererà il Republic e il Sussex con la pancia piena d’oro, i responsabili dell’archeologia nazionale, ospiti a bordo, pur avendo visto il luccichio delle monete disperse tra gli spuntoni del relitto, hanno cercato di capire come un simile atto vandalico, un furto ai danni dello Stato, sia potuto avvenire. E il recupero?

È probabile che se il Polluce è scomparso dai registri navali della metà dell’ottocento, intrecciato con la leggenda del Pollux, la nave di Ferdinando IV che trasportava il suo tesoro e la sua carrozza d’oro, scompaia ancora un’altra volta seguito da qualche strana maledizione.

Il postale della compagnia Rubattino affondò in meno di mezz’ora alle 23.30 del 17 giungo 1841, speronato dal Mongibello dei Vapori Napoletani in un dubbio incidente. Le ultime ricerche storiche portano a pensare che il Polluce avesse qualcosa a bordo che non doveva raggiungere Genova o Marsiglia. Forse aiuti in denaro per i patrioti italiani forniti dagli inglesi. Di aiuto sarebbe le carte della polizia segreta sabauda seppellite chissà dove.

Gli 81 passeggeri e uomini d’equipaggio riuscirono a salvarsi nell’indifferenza totale dell’equipaggio napoletano che rimase sotto coperta per tutto il tempo. Il Mongibello tentò di proseguire sulla sua rotta ma il comandante Caffiero venne assalito e dovette prima fare scalo a Longone e quindi a Livorno. Dove notte tempo se la filò per Civitavecchia.

Rubattino con l’ausilio di Domenico Guerrazzi, avvocato e patriota, riuscì a vincere il processo, che si svolse a Livorno nel ’42, ma non fu mai risarcito, così come non lo furono i passeggeri. La nave non era assicurata. Secondo le cronache del Semaphore di Marsiglia del 30 giungo 1841 solo quattro passeggeri disponevano di 170.000 monete in oro. Una fortuna anche oggi.

Raffaele Rubattino tentò l’impresa disperata di recuperare la sua nave a 103 metri di profondità. Spese la somma di 740.000 lire nell’impresa riducendo la compagnia sul lastrico (il Polluce era costato 500.000 lire). Si conoscono i dettagli del recupero fallito grazie a Cesare de Laugier, colonnello napoleonico di nascita elbana, che ha lasciato un libretto di 48 pagine editato una settimana dopo l’ultimo tentativo di recupero, nel novembre del 1841, in cui spiega che la ” Società deve sapere che tutto è stato fatto per recuperare il Polluce”.

Quella esse maiuscola è la chiave di questo giallo storico e della ricchezza di questo relitto di cui il nostro Paese potrebbe vantarsi per la bellezza e peculiarità degli oggetti che aveva a bordo.

Impossibile conoscere il manifesto di carico del Polluce. Gli archivi della Navigazione Italia, succeduta alla Rubattino & C., sono andati in fumo nei bombardamenti di Genova del ’43.

Scorrendo l’elenco dei beni recuperati si comprende la varietà del materiale prezioso che la nave trasportava. Una parte è sicuramente stata recuperata dai pirati inglesi. Ma una parte molto consistente è ancora sul fondo.Un’indagine visiva compiuta con un robot filoguidato, munito di videocamera, ha rivelato che c’è ancora una notevole quantità di monete oltre a parti di nave tra cui macchina a vapore, albero ed una ruota a pale.

La probabilità che oro, gioielli, smeraldi, zaffiri, diamanti siano ancora depositati nel fango c’è. Il recupero potrebbe essere anche eseguito, rapidamente, con le moderne tecnologie a costi contenuti. Il valore di ogni singolo oggetto recuperato è elevatissimo. Collezionisti e musei di tutto il mondo sarebbero disponibili per un acquisto. Un paio di orecchini con smeraldi fine ‘700 sono stati valutati cento volte di più del prezzo fissato per l’asta. Si parla di centinaia di milioni. Basterebbe vendere alcuni di questi oggetti, i meno particolari, per coprire le due settimane di lavoro subacqueo, in saturazione, che richiederebbe lo scavo per il quale la Marine Consulting di Ravenna si è detta pronta a partire in qualunque momento.

La tecnologia ha aumentato la possibilità di lavorare a quote più profonde. I tesori sono più vicini. Gli altri si attrezzano. E ci provano; noi discutiamo. I greci si sono comprati uno, forse due, sommergibili Remora della Comex capaci di operare fino a 600 metri.

Nelle nostre acque non navigano solo le tonnare giapponesi ma anche moderni cercatori di tesori, sarebbe ora che il nostro Paese operasse fattivamente prima di essere “bruciato” dagli altri. Ballard con il suo sommergibile atomico ha perlustrato in lungo ed in largo le acque italiane. Lo ha anche dichiarato in numerose interviste, fregandosene bellamente del nostro pensiero, della nostra storia. Ha recuperato quanto noi, non siamo stati capaci di fare.

Addirittura come hanno fatto i meno tecnologici, ma molto più furbi, inglesi.

Nel gennaio del 2000 David Dixon, proprietario della DMC Consulting di Ayshlam, ha noleggiato un rimorchiatore d’alto mare con una benna alla Tecnospamec di Genova, azienda che già conosceva. Il costo del nolo era di 185 mila €. di cui versò solo un anticipo.

La Tecnospmec non noleggia rimorchiatori, fa ben altro, e ne prende uno da una società genovese, imbarcazione che un mese dopo l’operazione cambierà bandiera.

Fu rilasciato un regolare permesso dalla Capitaneria per un recupero di lingotti d’alluminio nelle stive del mercantile Glen Logan, che si trova però nelle acque della Sicilia. Non esistevano divieti in quel tratto di mare. Benché H. Delauze dichiara più volte di aver denunciato la scoperta del relitto del 1992 (la scansione che produce è del giugno 1995) non c’è nessuna ordinanza precedente al 27 maggio 2003, divieto richiesto dai Carabinieri.

Il rimorchiatore affonda quattro ancore nel fango davanti a Capo Calvo nei primi di febbraio e ve le tiene per 21 giorni.

La benna sale e scende rovesciando sul ponte tre tonnellate di detriti ogni volta che gli inglesi filtrano alla ricerca dei preziosi.

L’equipaggio italiano è confinato a prua, come ha confermato uno di loro. Ogni sera cinque inglesi, degli otto che erano, come da fotografia ricordo recuperata in Inghilterra, scendono a terra e pernottano al Due Torri di Porto Azzurro. Il gruppo lascia l’Italia con il bottino, non salda il conto alla Tecnospamec come ha confermato il suo amministratore ed al rientro in Inghilterra dichiara un recupero marino effettuato fuori le acque territoriali su un fantomatico relitto: il Santa Lucia. I gioielli erano così particolari che la casa d’aste deve servirsi degli esperti del British Museum per capirne la provenienza. In internet c’è ancora il catalogo con i prezzi. La stupenda croce con sedici smeraldi era in vendita per poche migliaia di sterline.

Contestata l’entrata irregolare nel Regno Unito da parte della Met Police, il gruppo si difende dicendo che con il robot avevano visto quel relitto nelle vicinanze del Glen Logan e ne hanno approfittato. Ma giurano di essere in regola. Anzi al cronista del EDP24 di Norwich esternano tutta la loro rabbia: “Abbiamo sudato sangue ed ora per delle pastoie burocratiche ce lo portano via”.

I preziosi vengono restituiti all’Italia a patto che loro non siano perseguiti. Così vanno liberi senza neppure la multa prevista per aver trasgredito alle leggi di Sua Maestà. Confermato dalla Met Police in un dispaccio stampa.

Kerr Sinclair di Corton, i due Pearson, padre e figlio, di Great Yarmout, Jerry Sullivan di Martlesham Heat, Ipswich, sono irrintracciabili. Degli altri si ha solo una foto di gruppo sbiadita.

David Dixon ha cambiato residenza, ma non lavoro. E continua a spostarsi prevalentemente in Nigeria. Ha ottimi contatti di lavoro anche nel nostro Paese. Pascal Kanic, probabilmente presente al recupero, colui che ha ceduto le informazioni storiche del relitto prima a H. Delauze (1980 circa) e poi a Dixon (1999), che una fonte ben informata asserisce abbia a Parigi la campana del Polluce, rintracciato in modo fortunoso al lavoro su altri relitti nel sud est asiatico mi propone il recupero di un relitto con un carico di oro, smeraldi e zaffiri nel Mediterraneo italiano.

RISPONDE LA SOPRINTENDENZA

Beni recuperati e Inglesi arrestati.

Presto reperti in mostra: e’ una questione chiusa la vicenda del tesoro sul relitto del Polluce; lo afferma la Soprintendenza ai Beni archeologici della Toscana precisando che lo scafo e’ ormai irrecuperabile, che i sub britannici che trafugarono monili e monete furono arrestati nell’ ottobre 2002 e che i reperti sono stati tutti riconsegnati all’Italia.

”Nessuno puo’ escludere – osserva Andrea Camilli direttore del cantiere delle navi romane a Pisa e funzionario della soprintendenza ai beni archeologici della Toscana – che la’ sotto, a quasi 100 metri di profondita’, ci sia rimasto ancora qualcosa di valore. Ma l’ ultimo sopralluogo compiuto alcune settimane fa con sofisticate attrezzature da esperti della soprintendenza, come riportato da alcuni periodici di settore, ha confermato che il relitto e’ stato irrimediabilmente compromesso dall’ intervento vandalico di una equipe inglese che ha danneggiato ripetutamente lo scafo con una benna.

Credo dunque che il gioco non varrebbe la candela”. Del relitto, spiega lo studioso, ”se ne sono occupati ripetutamente, oltre che la soprintendenza, anche il ministero e i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale della Toscana che hanno condotto con successo, in collaborazione con Scotland Yard, l’ operazione che ha portato all’ arresto di quattro inglesi responsabili di aver rubato ed esportato i reperti”.

Come fu spiegato dai militari dell’ Arma e dai colleghi inglesi, nella conferenza stampa congiunta del 9 ottobre 2002, a Firenze, i sub inglesi rubarono dal relitto (che in alcuni documenti e’ chiamato Pollux) ed esportarono clandestinamente dall’ Italia in Inghilterra reperti per un milione e mezzo di euro: orologi, vasellame, porcellane, un migliaio di monete d’oro e d’argento, bottiglie. Alla capitaneria di porto italiana i quattro denunciarono di avere recuperato una sessantina di monete d’oro ed un po’ di vasellame, ma dettero una versione diversa alle autorita’ inglesi. Poco prima che il bottino fosse messo all’asta, alcuni sospetti degli addetti ai lavori e, soprattutto, i controlli incrociati tra le autorita’ portuali inglese e italiana, hanno fatto emergere delle incongruenze ed hanno portato all’ arresto dei quattro inglesi.

Il prezioso materiale e’ ora in mano alle autorita’ italiane ed e’ assai probabile che possa essere esposto in una mostra prima di essere definitivamente consegnato ad un museo.

Fonte: CulturalWeb 22/08/03
Autore: Enrico Cappelletti

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