Marco RICCHI: Tomba del barone – Il simbolo ritrovato.

Pubblicato il : 29 Marzo 2004

Supponiamo che ognuno di noi abbia sotto gli occhi questa pittura, un particolare degli affreschi della tomba etrusca del Barone in Tarquinia; un uomo con barba regge in mano una coppa accompagnato da un ragazzo che suona il flauto , mentre cammina verso una signora. Se guardiamo con attenzione ci accorgiamo che nella figura è presente una anomalia, un piccolo mistero. Lasciatevi trasportare dal sottoscritto in questa breve ricerca e lasciatevi stupire con me come io sono tutt’oggi stupito e incredulo di ciò che ho trovato.

Esiste una simbologia nella pittura etrusca poco o mai studiata, come esistono dei particolari di questa pittura funeraria che nessuno vede, neppure le edizioni critiche analitiche.
E’ difficile comprendere il senso di ciò che vi è raffigurato senza uno studio parallelo dei simboli di cui l’arte antica è colma; esiste una scienza che si occupa di simbologia ed iconografia antica ma trova pochi disposti ad applicarla.

In questo breve lavoro ho analizzato un particolare di pittura funeraria etrusca che si trova nella Tomba del Barone a Tarquinia: un calice da cui trabocca un liquido che via via scende verso terra si trasforma in un fiore. Poiché questo processo di metamorfosi non esiste nella realtà, la scena rappresentata non può avere altro che un significato simbolico che cercherò di spiegare. Posso affermare con ragionevole certezza che questo particolare non è stato mai descritto ne interpretato da alcuno, come se fosse invisibile, mentre, invece, occupa il centro della scena illustrata nella tomba.

L’incipit è stato casuale, mentre leggevo un testo di R.Guenon “simboli della scienza sacra” mi giungeva un invito congressuale medico che recava sul frontespizio la pittura della Tomba del Barone, e il significato di essa mi è parso subito chiaro. In questo articolo ho formulato una ipotesi, ho cercato di dimostrarla ed infine ho evidenziato altri simboli nella pittura etrusca tutti ancora da interpretare.

“HO TROVATO IL GRAAL IN UNA TOMBA DI TARQUINIA”

C’è un graal in una tomba etrusca di Tarquinia. L’ho trovato lì dove è sempre stato, in una pittura della tomba del Barone. Essa prende il nome dal suo scopritore, il barone di Stackelberg, che la trovò nel 1827.

Nel “catalogo ragionato della pittura etrusca” di S.Steingraber il dipinto è datato attorno al 500-510 A.C. del periodo definito “arcaico”.

M.Sprenger definisce l’opera un vero gioiello unico nel suo genere ed uno dei più emblematici dell’arte funeraria etrusca; viene spesso riprodotto in cartoline, inviti e programmi congressuali, si trova in tutte le guide a disposizione dei turisti e nei testi di critica storico-artistica.

Diversi autori hanno letto la scena, che la pittura murale illustra, come il commiato della defunta dai suoi parenti; S.Steingraber più umilmente afferma: “è più difficile interpretare l’incontro di un uomo e una donna in un boschetto, come si può osservare sulla parete posteriore della tomba del Barone. Non è stata proposta fino ad ora nessuna interpretazione plausibile, soprattutto delle scene di cavalieri che vi sono accanto.”

In tutti i testi di critica vi è descritta minuziosamente la scena, i soggetti, i colori, l’influenza greca, l’inquadramento storico, l’architettura della camera, tranne un piccolo particolare: il fiore che scende dalla coppa. Questo particolare che sembra invisibile a tutti è la chiave per comprendere il dipinto.

E’ stato scritto che il periodo “arcaico” della pittura etrusca è quello più realistico; nei dipinti di questo periodo vengono rappresentate scene di vita quotidiana contrariamente al periodo “ellenistico” in cui la pittura si popola di demoni dell’ade greco. Ed allora ci si chiede perchè in una scena di vita quotidiana una goccia che trabocca da una coppa dovrebbe magicamente trasformarsi in un fiore prima di raggiungere il suolo?

Dal contrasto tra gli elementi reali dell’affresco, come i personaggi umani, le piante, i cavalli, la coppa, da una parte e l’elemento metafisico, qual’è la goccia e la sua trasformazione in un fiore, dall’altra, scaturisce un senso intuitivo ma quasi imprendibile che ci rimanda ad una dimensione trascendentale. Cerchiamo di afferrarlo.

Scrive R.Guenon “la conchiglia (altro simbolo della coppa) si apre per lasciare sfuggire i germi, secondo la linea retta orientata in senso verticale discendente che è quello dello sviluppo della manifestazione a partire dal suo principio non manifestato“. Ed ancora “il fiore è come simbolo equivalente alla coppa; il fiore con la sua forma evoca l’idea di calice.

Nella mitologia Adone (il cui nome significa il signore) viene colpito a morte da un cinghiale ed il suo sangue, spandendosi per terra, fa nascere un fiore. Lo sbocciare del fiore (la rosa in occidente e il loto in oriente) rappresenta lo sviluppo della manifestazione.

A. Cattabiani riporta in “Florario” le osservazioni di Guenon e di Charbonneau-Lassay sulla vetrata della cattedrale di Angers ove “il sangue divino che scorre in ruscelli sboccia sotto forma di rose”, e a proposito di un ferro da ostie del XII secolo in cui si può osservare il sangue delle piaghe del crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose. Ricordiamo anche il sangue di Santa Rosa da Viterbo che cadendo al suolo si trasforma in rose.

ll Kylix in oggetto è un calice contenente una bevanda con qualche proprietà trascendentale; il riferimento iconografico-mitologico è assonante con molte civiltà antiche, sumeri, ebrei, celti; è l’ “ambrosia” secondo i greci e il “soma” secondo gli indù. Nel mito sumerico la dea Inanna resuscita dalla morte (dal Kur o ade dei sumeri) bevendo la pozione di eternità, mentre a Gilgames (eroe del poema sumerico che porta il suo nome) non è dato trovarla, infatti, Uta-Napistim detto “il venerabile”, l’unico uomo ad avere ottenuto dagli dei una vita eterna, gli concede solo una pianta di spine simile alla rosa (la pianta della giovinezza che ritarda la vecchiaia ma non sconfigge la morte).

J. Chevalier definisce la coppa contenente la bevanda di eternità come la tradizione momentaneamente perduta che contiene il sangue, principio di vita, analoga del cuore e del centro. Il geroglifico egiziano del cuore è un vaso e il significato di graal, come ci ricorda Guenon, è allo stesso tempo vaso e libro che vuole significare rispettivamente vita e rivelazione.

Mentre il tema del Kylix con il fiore che sboccia è unico nella pitturia funeraria etrusca fin qui nota, l’associazione Kylix e “uovo” è più frequente. La troviamo, infatti, nella Tomba delle Leonesse dove una grande figura umana dall’aspetto regale è sdraiata a terra su un cuscino decorato con fiori di loto e regge con la mano destra un uovo e con la sinistra il Kylix. Nella Tomba dei Leopardi il primo commensale a destra della parete di fondo si trova nella stessa posizione con l’uovo sulla mano destra e il Kylix sulla sinistra. Nella Tomba degli Scudi l’uovo è da solo e viene porto dal banchettante sulla mano della banchettante. Nella Tomba del Frontoncino un uomo tiene con la destra un uovo e con la sinistra una coroncina.

M.Cristofani nel “l’arte degli etruschi” riproduce una oinochoe policroma con scene graffite trovata presso Cerveteri; in essa una lunga processione di guerrieri e una madre con bambino si recano verso una figura femminile porgente un uovo. Questa volta, molto timidamente, alcuni critici ammettono il significato simbolico dell’uovo. M.Sprenger lo vede nella Tomba dei Leopardi e lo riferisce quale oggetto legato alle cerimonie funebri. A. Giuliano, a proposito della Tomba del Frontoncino, afferma che l’uovo nella mano del banchettante potrebbe avere un significato simbolico. D.Sabbatucci attribuisce all’uovo della Tomba delle Leonesse il simbolo di perfezione e di eternità.

In tutte le culture antiche l’uovo ha un solo significato con cui possiamo finalmente leggere il senso di queste pitture: esso è un simbolo universale di eternità, di immortalità, di perfezione; esso è interpretato sia come germe del mondo da cui è nato il cielo e la terra ed ogni essere, e sia come rinascita spirituale. Esso è lo spirito generatore e creatore, che racchiude in germe il principio di tutti gli esseri e di tutte le cose. Presso molti popoli la deposizione di un uovo nei riti funerari rappresenta l’augurio di rissurrezione. Nella tradizione cristiana le uova pasquali sono il simbolo di rissurrezione. C.Amarin ci fa notare che nel quadro “la Vergine con Bambino” di Piero Della Francesca, conservato nella pinacoteca Brera di Milano c’è un uovo che scende dall’alto da una conchiglia aperta e che sta a simboleggiare lo Spirito Santo.

L’uovo è anche “l’uovo del mondo” la cosa più piccola sulla terra che da origine al tutto. Esso è paragonabile, nella tradizione cristiana, al granello di senape e alla perla preziosa simboli del regno di Dio, la cosa più piccola sulla terra è al contrario la più importane nel pardes cristiano. A Viterbo, nella chiesa di Santa Maria della Verità c’è un affresco (il primo a sinistra dall’ingresso) in cui la Vergine tra due santi regge sulle ginocchia il Bambino che ha in mano una perla.

Per concludere l’uovo e la coppa insieme andrebbero letti così: nell’ade etrusco i parenti dei defunti, gli stessi defunti o gli dei che li attendono hanno nella mano sinistra il calice con la bevanda di immortalità e nella destra l’uovo simbolo di rinascita. Nella Tomba degli Scudi il marito porge alla moglie l’uovo cibo di rissurrezione e di amore eterno; nell’ oinochoe prima citato una dea porge l’uovo ad una processione di defunti per la loro rinascita.

Torniamo ora alla pittura della Tomba del Barone ed al suo significato, quel calice è il nostro graal, esso contiene la bevanda di immortalità, una goccia che cade da esso scende in senso verticale e si trasforma in un fiore che sboccia, simbolo della divinità che si manifesta .

1) Possiamo affermare ora con certezza che quel Kylix è la coppa contenente la bevanda di immortalità in base alla seguente equazione:
Kylix+ Fiore che sboccia in caduta = graal
Infatti mentre Kylix e Fiore se considerati separati sono un “non senso”, solamente insieme significano un graal, intendendo per graal la coppa con la bevanda di immortalità.

2) Il nostro graal va scritto con la lettera iniziale minuscola per non confonderlo con il Graal della tradizione cristiana, quello dell’ultima cena di Gesù con il quale Giuseppe d’Arimatea raccoglie il sangue e il siero della ferita del Crocifisso, anche se la tradizione antica e quella cristiana sorprendentemente si continuano l’una nell’altra.

3) La specie del fiore che cade non è stata mai analizzata dalla critica la quale racchiude tutte le piante e i fiori della pittura funeraria etrusca (tranne l’evidentissimo loto) nell’unica definizione di “arborescenze decorative”, “pianticelle” e “boschetti”. Esso potrebbe essere un tulipano o una rosa. Anche se il tulipano era diffuso nella stessa epoca in Persia, l’ipotesi è da scartare perchè il suo fiore non produce crescendo una pianta simile a quella che si trova alle spalle della defunta. Con maggiori probabilità si tratta di una rosa. Il significato simbolico della rosa in europa citato da A.Cattabiani avrebbe quindi origini più antiche delle tradizioni cristiano-medioevali.

Leggiamo finalmente il dipinto: siamo nell’ade etrusco dove l’uomo barbuto e il bambino già risorti (parenti defunti precedentemente o semplici accompagnatori) porgono il calice di ressurrezione alla defunta appena arrivata (è ancora avvolta dagli abiti funerari).

Meno chiara è l’interpretazione dei due cavalieri che: a) parlano alla defunta; b) parlano tra loro; c) sono ai lati della scena principale. Credo che il tutto si potrebbe spiegare partendo dal colore dei cavalli: il rosso e il nero. Il rosso e il nero equivalgono nella pittura etrusca al bianco e nero della filosofia greca e delle tradizioni orientali; il cavallo bianco e il cavallo nero sono simboli di contrapposizione tra bene e male, luce e tenebre, mortale e immortale. Ciò detto i due cavalieri sono i custodi dell’ade, interrogano la defunta e la giudicano degna del rito di iniziazione e di accedere alla bevanda di eternità. In altre tombe ci sono due uomini in perizoma a costudire l’ingresso dell’ade, oppure un demone alato, oppure una maschera terrificante, oppure due leoni (tomba dei leoni di giada) con la duplice funzione di lasciare passare l’individuo degno o di divorare l’indegno.

A questo punto sono necessarie alcune preziose riflessioni che attestano l’unicità del dipinto:
a) Cari lettori, osservate come la caduta della gocccia dal calice e la sua successiva metamorfosi è raffigurata come una immagine in movimento, come una sequenza di pellicola cinematografica: una vera rarità (anzi unicità) della pittura antica che rafforza ancor più l’importanza del simbolo in questione;

b) Vedete bene come dalla coppa cade il fluido che si trasforma in un calice di fiore che a sua volta riceve il liquido. Il fluido si sposta nelle due direzioni, da calice a calice;

c) Se questa ipotesi fosse confermata, nella tomba del Barone c’è un vero tesoro archeologico iconografico; sarebbe difatti l’unica raffigurazione antica esistente del mito del calice di eternità. Nel momento in cui scrivo non se ne conoscono altre di così chiaro e intenso significato;

d) Guardate bene come la religione dei popoli antichi sembra continuarsi e in qualche modo compiersi con la religione Cristiana come a dar ragione a quanto affermato da S. Agostino: “ Ciò che oggi viene chiamata religione cristiana già esisteva fra gli antichi, e non ha mai smesso di esistere dall’inizio dei tempi, fino a che, essendo venuto il Cristo, hanno cominciato a chiamare cristiana la vera religione che già esisteva fin dall’inizio del mondo”. Il calice presente nel Tabernacolo di ogni chiesa cattolica contiene il Sangue ed il Corpo di Cristo e secondo la fede dei cattolici quel calice dà la vita eterna.

Esistono altri simboli nella pittura etrusca alcuni senza un chiaro significato; sono pochi e quasi mai esaminati, accennerò brevemente ad alcuni di essi:

1) e’ curioso osservare come la figura del cinghiale che si rinviene in quasi tutti gli scudi dei guerrieri è probabilmente il simbolo di questa casta al contrario dei Celti presso i quali il cinghiale è il simbolo dei sacerdoti druidi mentre l’orso dei cavalieri. La parola arth che significa orso (simbolo dei cavalieri) è anche radice del cognome etrusco Larth famiglia prestigiosa di magistrati e cavalieri.

2) la Tomba del Tifone è emblematica per diversi particolari: il dio tifone è raffigurato metà uomo e metà serpente. A questo proposito Guenon scrive: “E’ curioso che il nome greco Thyphon sia anagrammaticamente formato dagli stessi elementi di Python (serpente). Sotto il mare agitato sono raffigurate numerose croci celtiche;

3) nella Tomba Bartoccini, sul frontone superiore, una pantera insegue un capro. A questa figura è possibile applicare il simbolismo che A. Cattabiani ha applicato per il suo capro di Paxos. La figura si può leggere così: la pantera che è simbolo della forza spirituale, del seth egiziano, ma anche di Nimrod cacciatore secondo la Bibbia, assalta il capro che è espressione di Pan ovvero l’istintualità della natura e il disordine;

4) per la tomba del fiore di loto non ci sono commenti da fare. Il simbolismo è immediato. La volta della camera è un cielo dove al posto delle stelle pulllulano i fiori di loto, simbolo di ressurrezione e di eternità.

Amici lettori, riportiamo alla luce il tesoro di Tarquinia una seconda volta!

non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma piuttosto in alto perchè faccia luce a tutti gli abitanti della casa” Matteo 5,15.

INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

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23) Sprenger M., Etruschi. L’arte, Milano 1981.
24) Steingraber S., Catalogo ragionato della pittura etrusca, Milano 1984.

Autore: Marco Ricchi
Cronologia: Arch. Italica

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