MANFREDONIA (Fg). Nella Daunia l’incredibile Stonehenge della Puglia.

Pubblicato il : 23 Settembre 2019
daunia

Esisterà un futuro per le stele di Manfredonia? Questa domanda se la pose già all’indomani della loro scoperta l’archeologo Silvio Ferri, ma è ancora attuale.
Fu proprio il toscano Ferri, folgorato da una geniale intuizione, a portare alla luce ciò che senza ombra di dubbio può essere definita la Stonehenge della Puglia, se non addirittura d’Italia. La ‘mappa’ di questo tesoro d’inestimabile valore fu tracciata inconsapevolmente nel III sec. a.C. dallo scrittore greco Lycophrone che descrisse la Daunia come una sterminata selva di stele: centinaia e centinaia, a perdita d’occhio, infisse sui dossi sabbiosi delle dune nella piana di Siponto, lungo il Candelaro e il Cervaro.
Erano i tempi in cui buona parte dell’attuale provincia di Foggia era ancora una laguna in cui affioravano isolotti. Siponto non a caso era denominata il porto di Arpi (l’antica Foggia) e non solo per questioni convenzionali, ma perché, appunto, la Capitanata era attraversata da corsi d’acqua che trovavano il loro sbocco più grande nell’attuale golfo di Manfredonia. Nel Novecento, di quella ‘sterminata selva’ nella laguna, che nel frattempo si era insabbiata, sembrava non esservene più alcuna traccia. Sembrava, appunto.
Poi, nel 1960 una fotografia di materiale “emigrato” a Ravenna svelò la loro esistenza. L’archeologo Silvio Ferri decise allora di scendere in Capitanata sulle tracce di quello scritto fino ad allora quasi ‘insensato’ di Lycophrone. Cerca e ricerca, stele e frammenti di stele, scolpiti su ambedue le facce e spesso dipinte, le trovò che affioravano nelle campagne del Tavoliere nel taglio dei solchi degli aratri, come lo stesso Ferri raccontò nella prefazione del libro intitolato ‘Stele Daunie’ e dedicato alla loro scoperta
Nel tempo erano state utilizzate da ignari contadini per costruire muri, lavabi, case e massicciate di strade. Alcuni pezzi più ‘fortunati’, in quanto recuperabili, erano emigrati al Nord e da qui quelle foto scattate a Ravenna che casualmente giunsero nelle sue mani: “Quelle poche immagini dicevano già molto: nulla in Italia di simile era stato mai visto”, riferisce con enfasi Silvio Ferri, che quindi prese “l’unica decisione utile di carattere immediato: recuperare, ad ogni costo, tutti i frammenti recuperabili”.
Così nella piana di Siponto tutti i muri a secco dei confini poderali furono smantellati, tutti i pavimenti delle stalle sconvolti, e a poco a poco, furono educati gli operatori dell’aratro, con paziente ed insistente azione persuasiva, a rispettare l’incolumità dei frammenti affioranti nel corso del lavoro estivo diurno e notturno. Il risultato, dopo 14 anni di lavoro, fu sorprendente: furono recuperate circa 80 stele intere e 1.500 frammenti di varia grandezza e importanza.
“Tali singolari monumenti, databili fra l’VIII e il VI secolo a. C., documentano attraverso un linguaggio per immagini, lo sviluppo autonomo della civiltà daunia”, spiegò lo storico sipontino Cristanziano Serricchio durante un convegno ad hoc in cui si evidenziava l’unicità di questo tipo di ritrovamento nell’intera Europa.
Di forma per lo più rettangolare, alte anche fino a 150 centimetri, larghe da 40 a 50 e spesse da 5 a 10, ciascuna stele raffigura, in forma schematizzata, un corpo umano; forse si trattava del defunto, secondo un’ipotesi dello stesso Silvio Ferri, con gli avambracci piegati all’altezza della vita, ricoperto da una veste ricca di decorazioni geometriche che raccontano la storia di antiche genti italiche che giungendo dalle regioni balcaniche si fermarono nella laguna tra Siponto e Salpi.
Quindi potrebbero essere lapidi di una necropoli, anche se ciò che incuriosisce è che non sono mai state rinvenute su sepolcri. Allora, forse, potevano essere state infisse nel terreno per erigere un enorme luogo di culto, proprio come per il complesso megalitico di Stonehenge in Gran Bretagna.
Una curiosa coincidenza è il rinvenimento in Turchia, a Göbekli Tepe ai confini con la Siria, negli stessi anni in cui Ferri riportò alla luce le stele daune, un sito archeologico straordinario e misterioso, il più antico luogo di culto mai scoperto, risalente a cavallo tra l’11.500 e l’8000 a.C e costituito da misteriosi megaliti a forma di T in piedi e disposti a cerchio, con raffigurazioni di animali e di uomini con le braccia conserte. Molto più alte rispetto a quelle daune, ma dalle fattezze e raffigurazioni simili. Forse potrebbero essere quelle turche progenitrici di quelle rinvenute nella piana di Siponto?
Dopotutto, i Dauni, secondo Ferri, erano quasi certamente di origine tracia, come traci erano i troiani, legati al popolo dei Paviones, il cui simbolo era il pavone raffigurato in centinaia di stele. E numerose sono le raffigurazioni riferibili alla guerra di Troia, ad Ettore e Achille, a Diomede e a tanti altri personaggi ed episodi a noi noti poiché narrati dall’Iliade e dall’Odissea di Omero. E se i troiani giungevano dalla Tracia, non era forse questa anche parte dell’attuale Turchia? Ecco dunque giustificate le somiglianze con le stele del santuario di Göbekli Tepe.
“Le stele daune sono vere e proprie pagine di pietra del libro della storia del popolo Dauno”, spiega Aldo Caroleo, presidente dell’Archeoclub di Siponto ed uno dei massimi esperti sul territorio di storia dauna. “Silvio Ferri le riteneva sculture tombali. Sono state trovate più di 2000 stele, ma nessuna di esse è stata trovata in posizione funeraria. Suggestiva l’ipotesi di un grande santuario delle stele situato in ambito lagunare”.
“Le stele sono ancora un libro da completare con altre pagine essendo ancora oggetto di studio e di segreti da svelare”, evidenzia Caroleo, per il quale esse hanno “ancora molto da dire, ma a quanto pare a Manfredonia preferiamo che questo grande libro rimanga ben chiuso”.
Incredibilmente effimera è purtroppo l’attenzione dedicata a questi reperti di cui ancora pochi esemplari sono stati catalogati ed esposti nel Museo Nazionale di Manfredonia (sito nel castello svevo angioino) e che lo scorso anno, a mo’ di provocazione, alcune associazioni proposero di candidare a patrimonio dell’UNESCO, con la speranza di sollecitarne nuovi studi.
A quasi sessant’anni dalla loro scoperta, infatti, restano attuali gli stessi interrogativi che si pose Silvio Ferri, ovvero: i reperti rinvenuti nella zona delle stele svelano una cronologia anche più antica (XI – X sec. a.C. ), dunque queste popolazioni erano già stanziate in loco? E, in tal caso, perché si cominciò, tutto ad un tratto, con stele già così perfette e non ne esiste una documentata evoluzione dalla pietra-segnacolo come si trova a Monte Saraceno? È un popolo giunto nella piana di Siponto nel IX-VIII secolo? Ma da dove?
Le stele, come scrisse lo stesso scopritore, costituiscono “il prezioso anello mancante nella vuota protostoria mediterranea, una eccezionale scoperta destinata ad aprire nel mondo dell’archeologia spiragli di cultura paneuropea”.
E come affermò lo storico Raffaele Petrera nei primi anni ’70, rivestono un interesse storico per l’Italia intera poiché “aprono nuovi orizzonti sull’antica civiltà del nostro Paese”.
Orizzonti che oggi restano ancora abbondantemente e colpevolmente inesplorati.

Autore: Teresa Valente

Fonte: www.bonculture.it, 10 set 2019

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